Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Gen
19
2012

Sud e infrastrutture sono i veri spread


Siamo martellati, ogni giorno, dal famigerato spread, cioè la differenza di rendimento tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. Quella maledetta cifra di 500 è un’ossessione, perché indicativa della parziale insolvenza dello Stato italiano e, dunque, della mancanza di fiducia da parte dei mercati.
In effetti, non si tratta di mancanza di fiducia, ma di incapacità delle nostre Istituzioni nazionali di essere valutate positivamente per le prospettive di crescita e sviluppo, atte a generare ricchezza e occupazione.
I sindacati, che ormai rappresentano in modo maggioritario i pensionati, coloro che non sono più interessati al lavoro, continuano a chiedere posti di lavoro. Ma la loro azione è miope, perché non sono capaci di fare un passo avanti. Tale passo dovrebbe essere l’individuazione dei meccanismi per rinforzare il sistema delle imprese e delle società, anche pubbliche, perché solo attraverso di esse ci possono essere nuove attività e, pertanto, nuovo lavoro.

Vi è poi un altro carburante per la crescita: la ricerca e l’innovazione. Potenziare fortemente questi due versanti costituisce la premessa per il trasferimento dei brevetti, la cui industrializzazione ottiene una maggiore competitività di prodotti e servizi.
Destinare solo l’1 per cento del Pil alla ricerca è un comportamento deprecabile, quando poi si destinano maggiori risorse alla spesa pubblica improduttiva e la maggior parte degli stipendi dei dipendenti pubblici è inutile alla necessità dei cittadini: ottenere servizi efficienti e di qualità.
Lo spread finanziario ci martella e ottenebra le menti di molti giornalisti, professori e commentatori. Costoro non si accorgono, invece, che i veri spread dell’Italia sono Sud e infrastrutture. L’enorme divario che c’è fra Meridione e Settentrione è una delle principali cause del complessivo arretramento del Paese. Se il Pil del Sud fosse allo stesso livello del Pil del Nord, il Paese sarebbe molto avanti.
Non dobbiamo dimenticare che quel grande statista di Helmut Kohl andò contro le banche, contro l’establishment, contro il ceto politico della Germania occidentale, quando decise di investire massicciamente nella Germania dell’Est.
 
Non è un caso che l’attuale cancelliere Angela Merkel è cresciuta a Templin, città a 80 km a nord di Berlino, nella Repubblica democratica tedesca socialista.
La questione meridionale si perde nella notte dei tempi, ma una cosa è certa: è cominciata nel 1861, la nefasta data in cui il Sud veniva annesso allo Stato Sabaudo e tutti i suoi tesori depredati dalle bande piemontesi. Da allora, una classe politica meridionale, prona e subordinata, non ha preteso che le Istituzioni nazionali si comportassero con equità, investendo tanto nel Nord e tanto nel Sud.
Se Bossi oggi fa la voce grossa, dicendo che le regioni del Nord mantengono il Paese, per la sua crassa ignoranza (o malafede) non dice che tale ricchezza è prodotta per i massicci investimenti che da Roma sono andati in quelle regioni e non nel Sud.
Ed eccoci al secondo spread che divide l’Italia: quello delle infrastrutture. Il relativo tasso dice con chiarezza che quelle del Sud sono un terzo di quelle del Nord. Se vi fossero stati pari investimenti, al Nord come al Sud, il tasso infrastrutturale sarebbe, invece, uguale.

Sud e infrastrutture sono, quindi, i veri spread d’Italia, differenze abnormi e anomale, che impediscono ai cittadini di essere tutti uguali di fronte alla legge, in violazione dell’art. 3 della Costituzione.
Cittadini di prima serie e di seconda serie non fanno una Nazione, ma fanno un insieme in cui vi è il ceto dominante (feudatari) e un ceto servente (chi subisce). Tutto questo non è più procrastinabile e deve finire.
Ma nell’agenda del professor Monti non ci sono Sud e perequazione delle infrastrutture: un’omissione grave, che dobbiamo segnalare tra le cose buone che l’attuale Governo ha fatto. Non sappiamo, oggi, se il decreto Cresci-Italia, nella parte riguardante le liberalizzazioni, corrisponderà alle premesse e alle notizie.
Ci auguriamo che in sede di conversione esso non venga annacquato, risolvendosi in un fuoco di paglia. Certo, non è bene che sia stata tolta da questo decreto la scorporazione della rete gas. Snam, poste e ferrovie sono tutti controllati dal ministero dell’Economia. Non c’è bisogno di decreti per liberalizzare i settori.


comments powered by Disqus