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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
06
2012

Aprire la concorrenza nella pubblica amministrazione


Il Senato ha approvato, con la fiducia, il decreto Cresci Italia, che ora aspetta la sanzione definitiva della Camera per la conversione. Nei circa cento articoli vi è il tentativo di aprire l’economia italiana alla concorrenza, mettendo a confronto i soggetti che operano, in ciascun settore economico, di modo che dalla competizione emergano i migliori, i quali faranno pagare di meno i loro prodotti e servizi ai cittadini.
Lo sforzo del Governo e della maggioranza è stato notevole, ma certo la resistenza di categorie e corporazioni ha consentito di annacquare molto il Dl 1/12. In particolare, a banche, assicurazioni e petrolieri è stato fatto il solletico, i tassisti l’hanno vinta vanificando l’istituzione dell’Autorità dei Trasporti, che potrà dare solo dei pareri non vincolanti, i farmacisti l’hanno vinta perché è stata impedita la vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie, le assicurazioni continueranno ad aumentare i prezzi dei premi Rc Auto senza alcun controllo di economicità, i petrolieri hanno salvato l’esclusiva.

L’aspetto più grave del decreto legge è che non ha risolto strutturalmente la questione dei servizi pubblici locali i quali, com’è ormai noto a tutta l’opinione pubblica, sono stati istituiti come espediente, per costituire società controllate dagli enti locali nelle quali ha trovato sfogo assatanato il bisogno di piazzare clienti e accoliti del ceto politico locale.
La conseguenza è che vi sono migliaia e migliaia di società pubbliche locali che gestiscono male trasporti, rifiuti, energia, manutenzione e quant’altro, incassano tributi elevati e i cui bilanci vanno in perdita, costringendo gli enti controllanti a rifondere cospicue risorse ogni anno per ripianare tali perdite.
Su questo versante il Dl ha fatto poco o niente, mentre intervenendo avrebbe potuto dare un taglio significativo alla spesa improduttiva.
Nel settore pubblico, dovrebbe vigere il principio secondo il quale tutte le attività e i servizi debbono essere svolti da imprese private, salvo quelli che necessariamente vanno affidati al settore pubblico. Il quale dovrebbe amministrare, mantenendo gli stessi criteri del settore privato in termini di efficienza e di efficacia. Ma così non è.
 
Il decreto in esame non è entrato - ma non l’ha neanche sfiorata - nella questione della concorrenza nella pubblica amministrazione, nella quale si annidano parassiti, i quali succhiano energia ma non danno nulla in cambio. Nella Pa andrebbe inserita una forte dose di concorrenza, nel senso di consentire a dipartimenti ed aree di svolgere attività in parallelo, con altri dipartimenti ed aree, in modo da esaltare dirigenti e dipendenti più capaci di raggiungere i migliori risultati.
Quello che scriviamo è ovvio e persino banale, tanto che gli amministratori locali e regionali fanno finta di niente, perché se entrassero nel merito sarebbero costretti ad essere conseguenti.
Il governo Monti, consapevole delle spese folli di Regioni ed enti locali viziosi, ha fatto eseguire un monitoraggio per capire quale fosse la parte della spesa corrente eccedente una forma di ragionevole organizzazione.

Una buona iniziativa, perché comporterà l’obbligo per tanti enti, regionali e locali, di mettere in cassa integrazione il personale in esubero, pena non ricevere i trasferimenti statali.
Le due iniziative, concorrenza e taglio della spesa corrente, si uniscono a quella che obbliga le tesorerie di Regioni e Comuni a trasferire le loro giacenze alla tesoreria dello Stato. è un provvedimento positivo per togliere dalle mani di tanti amministratori incapaci le risorse finanziarie con le quali hanno comprato titoli di varia natura, molti dei quali costituiranno perdite secche.
Gli amministratori locali non debbono maneggiare denaro, perché chi maneggia denaro può avere la tentazione di approfittarne, alimentando così la corruzione che continua a pesare enormemente sulla società italiana.
Aprire la pubblica amministrazione alla concorrenza va di pari passo con l’aumento opportuno della trasparenza. Come abbiamo più volte scritto, concorrenza e trasparenza sono efficaci antidoti alla corruzione. Basta volerlo con i fatti, non parlarne.


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