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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
14
2012

L’Italia che arretra prescinde dalla capacità


In Italia vi sono oltre quattro milioni di lavoratori immigrati. La gran parte di essi ha trovato lavoro, ha messo su famiglia e vive come noi.
Per il principio fisico di impenetrabilità dei corpi, se i posti di lavoro sono occupati dagli extracomunitari e dai comunitari non italiani, vengono a mancare ai nostri concittadini. In Italia, non c’è carenza di occupazione ma si è verificato il fenomeno secondo cui vi sono milioni di disoccupati italiani e milioni di occupati non italiani.
Come sia potuto accadere quanto precede è presto detto: il ceto politico ha illuso gli elettori che le istituzioni,  centrale, regionali e locali potessero creare occupazione e assorbire le domande di lavoro.
Altro elemento negativo, quello di parlare sempre di posti di lavoro e non di lavoro come se, chi ha la partita Iva, salvo in casi di imbrogli, avesse meno decoro dei dipendenti. Sicuramente gli autonomi rischiano di più, ma hanno più soddisfazioni.

Da noi, si è perso il piacere per il lavoro manuale perché sarti, artigiani del ferro, legno, vetro, ceramica e altri artigiani (idraulici, fabbri, elettricisti e impiantisti) vengono considerati di categoria sociale minore. Occorre invece riscoprire il lavoro manuale perché esso è produttivo di ricchezza.
Se tanti giovani si occupassero di esercitare tali lavori non resterebbero disoccupati, perché il mercato li richiede.
La responsabilità di questa situazione è del ceto politico e dei sindacati. Del primo perché non promuove il lavoro comunque sia, pur predisponendo le reti di protezione. Del secondo, perché protegge coloro che sono già garantiti ed impedisce l’ingresso di chi dovesse entrare, magari per sostituire gli incapaci o i fannulloni. Manca il valore del merito che selezioni tutti coloro che intendono lavorare.
Chi è ricco ha più possibilità di trovare occupazione perché è sostenuto dalla propria famiglia. Ha anche più possibilità di fare corsi di studi, anche prestigiosi e, poi, per le relazioni familiari avere più opportunità. Questo è un dato di fatto incontrovertibile.
 
Chi è povero o di umili origini, invece, per salire con l’ascensore sociale ha un unico strumento: la propria capacità, cui va addizionata una volontà di ferro e una tenacia non comune.
Ma al di là del proprio impegno, se il mondo del lavoro non è informato al valore del merito, anche il giovane più brillante e preparato, seppur povero, non ha molte chances per approdare nei siti più importanti sul piano professionale.
Una società che non consenta a tutti i propri cittadini, indipendentemente dal proprio ceto sociale, di competere ad armi pari, è iniqua e ingiusta, perché viziata dai privilegi delle caste che impediscono, appunto, ai più bravi di emergere.
Sono proprio caste e corporazioni che tentano con ogni mezzo di conservare lo status quo per non abbandonare i cospicui vantaggi che gli derivano da un sistema di lavoro e sociale certamente iniquo.
Modificare questo stato di cose non è semplice, perchè chi ha voce la usa per farsi ragione quando ha pienamente torto.

La questione che analizziamo non ha riflessi solo per gli individui, bensì per tutta la collettività. L’Italia arretra perché prescinde dalle capacità. Solo i bravi creano valore aggiunto. Solo i bravi innovano. Solo i bravi vincono le sfide.
Ne deriva una domanda: ma tutti i cittadini possono essere bravi? La risposta è affermativa. La bravura non è insita nella natura umana. Tutte le persone dotate di normale intelligenza, se ad essa addizionano i due elementi prima indicati, e cioè volontà e tenacia, possono diventare bravi.
Occorre anche capacità di sacrificarsi, di spostare in avanti la realizzazione dei propri desideri e di fare quanto necessario per perseguire l’obiettivo della propria vita. Sì, perché ognuno di noi deve avere un grande obiettivo sotto il quale vi sono i sub obiettivi.
Vagare senza meta è un comportamento incosciente che porta alla delusione e, come risvolto negativo, a gelosia e invidia verso chi ce l’ha fatta.


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