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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Apr
12
2012

Corruzione, tagliare burocrazia e sanzionare


La Corte dei Conti ha fotografato un dato che la gente conosceva già: il dilagare della corruzione nella Cosa pubblica, che sta infettando sempre di più le sue parti e finirà col distruggerne definitivamente la credibilità.
La credibilità di chi? Ovviamente di chi la gestisce, e cioè il ceto politico e quello burocratico. La legge anticorruzione, in applicazione della Direttiva europea 173/1999, dopo ben 13 anni non ha visto ancora la luce. Pare che l’attuale ministro della Giustizia, Paola Severino, abbia messo mano a un apposito disegno di legge che integra e corregge quello depositato alla Camera da oltre due anni, cercando di ottenere il consenso dei tre poli che sostengono il Governo Monti.
Il Pdl è il partito che ha mostrato maggiore ritrosia, forse perché teme dalla nuova legge una falcidia di molti dei propri aderenti, probabilmente invischiati in atti corruttivi. Neanche la Lega si sente fuori da questi possibili riflessi.
Nemmeno la parte del Partito democratico che fa riferimento all’ex Margherita riesce a non temere le sanzioni penali. E neppure quella parte del Partito democratico coinvolta negli scandali della Puglia e della Lombardia con Tedesco e Penati.

Perché la corruzione si è estesa a macchia d’olio, in misura superiore al 1992-1993? Probabilmente perché non sono state semplificate le procedure burocratiche, non sono state inserite vigorose sanzioni a carico dei dirigenti pubblici e non sono stati previsti tassativi controlli.
Com’è noto, le procedure volutamente tortuose e farraginose inducono gli aventi interesse a oliare le ruote.
C’è stata una diffusione della cultura del favore senza la quale non si può ottenere una concessione o un’autorizzazione in tempi europei. C’è stato un continuo calpestare le più elementari regole etiche che devono soprassiedere a ogni attività pubblica. C’è stata una diffusa deresponsabilizzazione di tutti coloro che avevano l’obbligo di raggiungere obiettivi e, pur in assenza di risultati, hanno ricevuto premi o non sono stati opportunamente puniti.
In ogni caso, 60 o 70 miliardi dovuti alla corruzione, come ha certificato la Corte dei Conti, sono una cifra molto grande e, peggio, propedeutica di ulteriori nefasti danni. Primo fra i quali il sostegno a privilegiati contro comuni cittadini.
 
Non sono indenni da colpe professionisti e imprese che gravitano attorno al mondo degli appalti di opere e forniture di servizi pubblici. Gli arresti di queste settimane dimostrano, qualora ce ne fosse stato bisogno, come il malaffare sia diffuso nel sistema delle opere pubbliche.
I leghisti, che lo scandalo Belsito ha relegato nella Bolgia dei ladri, non hanno più titolo per invocare la morale pubblica, anche se dalle amministrazioni locali controllate dal partito di Bossi non sono ancora emersi casi di corruzione. Mentre il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni, è a pieno titolo all’interno dell’inchiesta sulla corruzione che ha colpito il vertice politico-istituzionale della Lombardia, salvo il presidente Formigoni.
La corruzione ha un ulteriore aspetto negativo: fa spendere risorse pubbliche senza la finalità dell’interesse generale che esse debbono avere perché finiscono nelle tasche di privati cittadini anziché in quelle di chi effettua servizi o costruisce opere.

Tutto questo accade perché, come prima si scriveva, non è stata ancora approvata una legge sulla corruzione, ferma ed efficace, per punire tutti gli attori di questo desolante spettacolo. E accade perché le sanzioni sul ceto burocratico di carattere civilistico e funzionale sono inesistenti e mai applicate, in quanto non è stata ancora istituita l’Autorità di valutazione dell’efficienza e dell’efficacia di ogni dirigente pubblico. è infatti impensabile che sia un dirigente a sanzionare un altro dirigente per la nota regola che cane non mangia cane.
Le sanzioni, comunque, non bastano. Per capire se un dirigente si comporta adeguatamente al suo incarico è necessario che a monte di un’organizzazione della branca amministrativa o di un Ente pubblico vi sia un Piano aziendale con le sue quattro sezioni: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Senza di esso la burocrazia cammina priva di meta e quindi priva di punti di riferimento.
Il quadro è chiaro, solo i finti orbi fanno finta di non vederlo.


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