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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Apr
24
2012

Elusione di partiti, sindacati e associazioni


Sindacati, partiti e associazioni urlano intorno all’articolo 18. C’è chi ne reclama l’integrale applicazione (i sindacati), c’è chi vuole parzialmente abolirlo (le associazioni), c’è chi tace (i partiti). La stranezza di tutto questo è che le tre corporazioni non hanno l’obbligo di osservarlo, con la conseguenza pratica che possono tranquillamente licenziare i propri dipendenti che, appunto, non hanno lo scudo del suddetto articolo 18.
Si tratta del classico esempio di chi predica bene e razzola male, di chi afferma che siano sempre gli altri a dovere osservare i precetti, di chi guarda il moscerino nell’occhio dell’altro senza accorgersi della trave nel proprio.
La questione è controversa e il Ddl presentato dal Governo Monti in materia di lavoro, che comprende la nuova disciplina del discusso articolo, non ha ancora completato il suo iter. Non sappiamo come esso si concluderà, però sappiamo che il vociare è inutile e serve più da cortina fumogena che non da reale volontà di risolvere il problema.

C’è un’altra e ancor più grave responsabilità di sindacati, partiti e associazioni: l’elusione fiscale degli avanzi dei loro bilanci.
È noto a tutti che se un’impresa ha ricavi per 100 e costi per 90 deve pagare tutte le imposte sulla differenza di 10. Non si capisce perché quando i sindacati approvano i loro bilanci, peraltro non controllati da nessuno, l’avanzo che si forma non debba essere sottoposto a tassazione.
Che i sindacati abbiano avuto avanzi di gestione è pacifico. Il grande patrimonio immobiliare, stimato da diverse fonti in 5 miliardi di euro, si è potuto formare impiegando l’avanzo annuale di gestione per decine e decine di anni.
Si dirà che esso deriva dall’insieme delle quote associative che pagano gli aderenti meno le spese sostenute: quindi una buona gestione. è vero! Ma anche le buone gestioni delle imprese che producono avanzo (cioè utile) subiscono la mannaia delle imposte: due pesi e due misure.
Si dirà ancora che le imprese hanno scopo di lucro e i sindacati no. Ma la ricchezza accumulata non può tener conto della distinzione: la ricchezza accumulata dalle imprese al netto delle imposte, quella dei sindacati senza aver pagato le imposte, in una sorta di limbo elusivo.
 
L’elusione, cioè la non soggezione dell’accumulo di ricchezze a imposte c’è anche nelle associazioni imprenditoriali, ambientaliste, dei consumatori e altre. Quando i loro bilanci, non controllati da nessuno, producono avanzi, il Fisco non ci mette il becco.
L’argomentazione sviluppata precedentemente per il sindacato vale anche per le associazioni. Pensare che Confindustria, per esempio, abbia cospicui avanzi di bilancio e non paghi un euro di imposta comporta uno squilibrio generale che colpisce la società. Esempi di questo genere se ne possono fare altri.
La circostanza più scandalosa riguarda i partiti, i quali - secondo i dati emessi dal Parlamento - hanno ricevuto 2,3 miliardi di cosiddetti rimborsi elettorali a fronte di 580 milioni di spese verificate (si fa per dire), risultanti dai bilanci depositati alle Camere. 
Vi è quindi un avanzo di circa 1,7 miliardi, di cui gli stessi partiti hanno fatto scempio, uso privatistico, utilizzazione per fini diversi da quelli previsti nello Statuto. Ma lo scandalo non è solo questo, bensì il fatto che sull’avanzo prima indicato andavano pagate le imposte, il che non è avvenuto.

La legge non lo prevede, obietta qualcuno. Male! Si capisce però benissimo il vuoto legislativo, perché mai e poi mai i deputati approverebbero una norma che prevedesse la tassazione degli avanzi di gestione dei partiti.
In tempi in cui la macchina dello Stato torchia tutti i cittadini e i bracci operativi (Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza) snidano con successo gli evasori totali o parziali, non è ammissibile che vi siano soggetti (sindacati, associazioni e partiti) che eludano legalmente le imposte e, peggio, nessun organo di stampa ne parli. O non ci hanno pensato o sono conniventi. Da qualunque parte la si giri, la questione è eticamente illecita e da ora in avanti nessuno potrà dire che non sia stata portata all’opinione pubblica, almeno da questo foglio.
I vari contenitori radiotelevisivi non se ne sono ancora accorti, ma ora la questione è evidente. Bisognerà discuterne pubblicamente.


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