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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Giu
22
2012

Occorre parità tra dipendenti pubblici e privati


I privilegi dei dipendenti pubblici sono almeno due. Il primo, la loro illicenziabilità di fatto anche quando sono pelandroni e non fanno niente. Per contro la concessione di premi e indennità diverse (che dovrebbero essere dati solo ai meritevoli) estesi a tutti, con la conseguenza che i dipendenti bravi ricevono gli stessi compensi degli altri. Un’ingiustizia vergognosa che nessun governo in 64 anni ha affrontato.
Il secondo privilegio riguarda il mantenimento del loro status giuridico ed economico indipendentemente dalla congiuntura. In altre parole, qualunque cosa accada, essi non vanno in cassa integrazione perché non sono previsti esuberi rispetto all’effettivo fabbisogno di risorse umane. Questa situazione è la conseguenza dell’assenza in tutte le branche amministrative statali, regionali e comunali del Piano aziendale.
È vero, esistono le cosiddette piante organiche che dovrebbero essere state compilate in base alle esigenze dei servizi. Ma questo è falso perché non essendovi a monte il predetto Piano aziendale, che determini servizi e profili professionali ad essi subordinati, le piante organiche sono dei contenitori disordinati e indipendenti dall’effettiva necessità.

Quando il decreto Sviluppo, approvato dal Consiglio dei ministri di venerdì 15 giugno, prevede il taglio di personale dalla Presidenza del Consiglio e dal ministero dell’Economia, manda fumo negli occhi all’opinione pubblica. Perché quelle piante organiche, per effetto del blocco del turn over, hanno un certo numero di caselle vuote. Tagliare le caselle vuote della pianta organica, non è diminuire il personale. Per conseguenza questi tagli sono effimeri perché non comportano nessuna riduzione di spesa.
Altro comportamento sarebbe stato quello di tagliare l’effettivo organico di dipendenti e dirigenti mettendoli in quella sorta di cassa integrazione, cioè a disposizione, prevista dall’articolo 16 della L. 183/11, con l’80% dello stipendio.
Attorno a queste manovre del governo vi sono tanti giochi e tanti privilegi che resistono forsennatamente, contro cui lo stesso sembra impotente. La voce di una riduzione della spesa di 5 miliardi è semplicemente ridicola, perché bisognerebbe procedere ad un taglio minimo di 50 miliardi.
 
Questo è il vulnus dell’azione del governo: non riuscire a tagliare con speditezza le spese inutili e improduttive, quelle riguardanti i privilegi di questa o di quella categoria. Si sa che i sindacati dei pubblici dipendenti sono fortissimi, hanno propaggini nel Parlamento e soprattutto rappresentano tutta la classe di dirigenti e dipendenti pubblici che ostacolano un ammodernamento dell’organizzazione e l’attuazione di processi di trasparenza perché, se ciò accadesse, perderebbero una parte dei privilegi che a loro fanno comodo.
I dipendenti pubblici rispetto a quelli privati hanno un ulteriore privilegio: andare in pensione in base allo stipendio percepito e non ai contributi versati. Ancora oggi viene utilizzato, almeno in parte, il sistema retributivo e non quello contributivo. Che cosa comporta quanto scriviamo? Comporta che una parte delle pensioni che percepiscono i dipendenti pubblici sono pagate non dai loro contributi versati a suo tempo ma dalla fiscalità generale, cioè da noi contibuenti.

Opposto è il caso dei dipendenti privati perché la loro pensione è quasi esclusivamente liquidata col metodo contributivo, cioè percepiscono l’assegno in base ai contributi versati.
Ve ne sono altri di privilegi, più volte citati, ma qui ci fermiamo perché è indispensabile capire come non sia più possibile tollerare questa macroscopica disuguaglianza tra dipendenti pubblici e privati. Bisogna ripristinare una condizione di equità nella quale le stesse regole valgono per gli uni e per gli altri.
Se così fosse, se cioè i dipendenti pubblici non avessero tutti questi privilegi, si aprirebbe un sistema di scambio per cui i primi potrebbero occupare posti in aziende private e i dipendenti privati potrebbero occupare posti nel settore pubblico.
Proprio l’assenza di questo possibile scambio naturale indica che il settore di 3,375 milioni di dipendenti pubblici è privilegiato e spiega perché quando vi sono concorsi di pochi posti l’affluenza è di migliaia di candidati.
Basta iniquità, ripristiniamo i valori di merito ed uguaglianza.


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