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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Giu
29
2012

Merkel e Fornero hanno ragione


Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, è stata messa in croce perché ha detto, in inglese, una cosa che tutti dovrebbero condividere: il diritto al lavoro bisogna meritarselo.
Leggendo testualmente l’art. 1 della Costituzione (L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro) nessuno può dedurre che esso sia un diritto. Solo dei tromboni ignoranti e ignobili possono affermarlo, mentre i padri costituzionali hanno semplicemente enunciato il principio secondo cui il lavoro è il fondamento della Repubblica democratica.
Al di là della lettura della Costituzione, non comprendiamo come persone che abbiano una cultura media possano affermare una falsità, se non siano in malafede. Per lavorare, infatti, bisogna avere competenze e queste non si insegnano solo a scuola, neanche nel ramo tecnico-professionale, perché quasi nessun insegnante le possiede da trasferire, non avendole a sua volta apprese.

Per lavorare bisogna saper fare, voler fare, fare (do it). Per saper fare bisogna imparare. Per imparare occorre che vi siano dei bravi formatori e avere molta voglia di apprendere.  Poi, occorre voler fare, cioè applicare le competenze, con spirito di sacrificio, abnegazione e anche amore per il proprio lavoro. Con le due premesse si è in condizione di fare.
Questa logica è supportata dall’art. 33 della Costituzione quando, al quarto comma, prevede l’esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini di scuole e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Inoltre, l’art. 97, terzo comma, prevede che agli impieghi nelle Pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso e il successivo art. 98 chiude il cerchio indicando che i pubblici impiegati sono a servizio esclusivo della nazione.
Un ceto politico squalificato ha violato costantemente le norme elencate, ignorando i due valori fondamentali di una Comunità, che sono la responsabilità e il merito. Sindacati in malafede hanno continuato a blaterare urlando che il lavoro è un diritto (ripetiamo, una falsità), anziché indurre i propri iscritti a essere sempre più bravi e competenti. I sindacati hanno difeso a spada tratta quei pensionati che non hanno meritato l’assegno perché non corrispondente ai contributi versati. Un’iniquità che sconteranno le future generazioni.
 
Finché sarò viva, non approverò gli eurobond, ha detto pacatamente Angela Merkel, e ha perfettamente ragione. Spieghiamo perché e cosa sarebbero.
Gli eurobond sarebbero delle cambiali emesse dalla Banca centrale europea, in ottemperanza a un’ipotetica delibera del Consiglio d’Europa - presa ovviamente all’unanimità -, che dovrebbero sostituire i titoli del debito sovrano di ogni Stato membro.
Che significa? Significa che Paesi con un debito superiore al parametro del 60%, previsto dal Trattato di Maastricht, trasferirebbero il loro debito all’Europa. E trasferirebbero anche le magagne che hanno combinato i loro governi quando hanno allargato i cordoni della spesa pubblica per ragioni clientelari, in una sorta di corruzione sociale.
La Grecia ha un debito pubblico del 160% del Pil, l’Italia del 123%, la Spagna del 72%: migliaia di miliardi che l’Europa dovrebbe prendersi sulla schiena. Questo la Merkel non lo vuole perché i conti del proprio Paese sono in ordine.

La Grecia non soltanto ha falsato i bilanci degli ultimi 20 anni, ma con una tracotanza incredibile ha assunto altri 70 mila dipendenti pubblici nell’anno della bufera, cioè quello passato.
L’Italia, dal 1994 a oggi, ha aumentato costantemente la spesa pubblica, il disavanzo annuale e con esso l’ammontare delle cambiali, cioè i Buoni del tesoro. Una politica dissennata che non può essere trasferita a Bruxelles.
La Merkel ha chiesto semplicemente a tutti gli Stati membri di mettere i conti in ordine con il Trattato di Maastricht, perché gli accordi presi nel 1992 devono essere osservati (pacta sunt servanda).
La discussione che Monti ha cominciato ieri non riguarda l’allentamento della Golden rule (il pareggio di bilancio), bensì la possibilità di inserire entrate e uscite in modo da mantenere invariato il saldo di bilancio di ogni Stato. Le entrate sarebbero la Tobin tax (commissione sulle transazioni finanziarie) e le uscite le spese per investimenti. Auguriamoci che ci riesca.


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