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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Ago
21
2012

1.973 mld contro 1.898, i conti non tornano


Secondo la tabella di marcia, già impostata dal Governo Berlusconi e proseguita con grandi aggravi d’imposizione fiscale dal Governo Monti, quest’anno il disavanzo tra entrate e uscite dello Stato dovrebbe attestarsi intorno all’1,5 per cento. Vale a dire che tutte le uscite devono superare le entrate solo per tale percentuale.
Secondo il Def (Documento di economia e finanza), le uscite previste per quest’anno sono di 725 miliardi più 84 miliardi di interessi, per un totale di 809 miliardi. Le entrate previste sono di 782 miliardi, quindi ci dovrebbe essere il disavanzo totale di 27 mld.
Il disavanzo, cioè le maggiori uscite rispetto alle entrate, viene finanziato attraverso l’emissione di nuovi titoli pubblici, che si sommano a quelli in circolazione al 31 dicembre dell’anno prima.
Ora, secondo i dati di Bankitalia, al 31 dicembre 2011 il debito pubblico ammontava a 1897,9 miliardi. Se fosse vera la previsione del Def, il debito al 31 dicembre prossimo dovrebbe ammontare a 1.925 mld.

Bankitalia ha comunicato che il debito al 30 giugno di quest’anno è di 1.972,9 mld. Una parte dei giornalisti catastrofisti ha detto e scritto che il debito si sta avvicinando alla soglia del 2.000 mld. Ma 28 miliardi di differenza non sono bruscolini ed è probabile che nel prossimo quadrimestre il debito non aumenti.
Tuttavia, i conti non tornano. Infatti se anche, per pura ipotesi, il debito non aumentasse più, vi sarebbe una differenza rispetto al 31 dicembre 2011 di ben 75 mld, circa tre volte del disavanzo preventivato.
I conti non tornano, anche perché se si verificasse questo stato di cose, sarebbe quasi impossibile varare una legge di bilancio 2013 nel rispetto del novello sesto comma dell’articolo 81 della Costituzione, che prevede l’equilibrio tra le entrate e le spese... delle  pubbliche amministrazioni.
Il maggiore debito pubblico, rispetto al previsto, è conseguenza dell’alto spread di questi otto mesi, che si traduce in maggiori interessi, tra quelli previsti intorno al 2-3 per cento e quelli effettivi intorno al 6 per cento.
Vi è anche un’altra causa: il contributo al fondo salva Stati (Esf) pari ad una decina di miliardi.
 
Il rischio di questo disavanzo imprevisto è che Monti sia costretto a varare un’ulteriore manovra, altro che tagliare l’Irpef come peraltro lo stesso presidente del Consiglio ha smentito nettamente.
L’alternativa all’aumento di imposte (ipotesi disastrosa, perché farebbe aumentare ancora di più la recessione) è il taglio della spesa pubblica. Ma non un taglietto. Infatti, serve eliminare uscite per oltre 50 miliardi, in modo da pareggiare i maggiori oneri per interessi e liberare risorse per investimenti. Così riparte la cresc ita.
Il dovere di Monti e del suo Governo è quello di procedere in questa direzione, non dimenticando il grande privilegio delle fondazioni bancarie, che continuano a non pagare l’Imu sui propri immobili, né quello minore di uno Stato estero qual è il Vaticano, che non paga l’Imu su scuole e strutture ricettive anche coperte dal velo dell’assistenza sociale o di attività culturali e religiose.
 
Ammesso che il Professore riesca a rintuzzare le obiezioni di Pdl e Pd su questo versante, ha comunque l’improbo compito di procedere a un taglio secco di 50 mld del debito pubblico, solo per il 2013. Ma questo compito è meno gravoso, perché basta vendere (e non svendere) una piccola fetta del patrimonio immobiliare per risolvere il problema.
Naturalmente vanno evitate le finzioni finanziarie che fanno sembrare di aver trovato la soluzione, ma in effetti spostano partite contabili.
Comunque sia, confidiamo che il Premier abbia le capacità per affrontare le due montagne di problemi: taglio della spesa pubblica e taglio del debito pubblico. Ciò anche perché di fatto comincia la campagna elettorale mentre il prossimo 15 novembre inizia il semestre bianco, periodo in cui il presidente della Repubblica non può più sciogliere le Camere.
Al riguardo, sembra che lo stesso Presidente voglia anticipare tale scioglimento, in modo da consentire le elezioni del proprio successore al nuovo e non al vecchio Parlamento.


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