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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Set
18
2012

Assemblea regionale? Un posto da 20 mila euro


Nelle elezioni del 13-14 aprile 2008 i votanti furono il 66% dei siciliani aventi diritto al voto, per complessivi 3.049.266. L’andamento disastroso di questi quattro anni di economia e la disoccupazione hanno creato forti malumori fra i siciliani, la cui maggioranza ha constatato che il ceto politico e burocratico ha continuato a privilegiare una stretta minoranza. Un siciliano su dieci è stato favorito, nove su dieci sono stati penalizzati.
è usuale che una regione arretrata come la nostra sul piano economico, occupazionale e sociale costituisca il terreno più favorevole per far crescere e prosperare virus e batteri di corruzione e criminalità, in assenza dei fondamentali valori di merito e responsabilità.
Venerdi 14, abbiamo pubblicato un’inchiesta sull’Assemblea regionale, che in questa XV legislatura è costata ai cittadini siciliani ben 707 mln €, con sprechi di ogni genere, fra i quali citiamo 600 mila € per il vestiario di servizio, 1,7 mln € per le auto, 500 mila € per carta e cancelleria.

Ricordiamo che l’Assemblea regionale costa 167 mln € l’anno, mentre il Consiglio regionale della Lombardia costa solo 67 mln €, cioè 100 mln € in meno. Non vogliamo analizzare se l’attività del massimo organo legislativo siciliano sia produttiva o meno, perché ci addentreremmo in una questione opinabile fra quantità e qualità delle leggi. Ma resta il fatto che la spesa quasi tre volte superiore rispetto a quella del Consiglio lombardo è un autentico furto che si perpetra a danno dei siciliani.
Ora si prepara la grande corsa a quel posto di lavoro che è il seggio dell’Ars e che comporta emolumenti lordi mensili, per ogni deputato, di circa 20 mila €. Ma poi, oltre un terzo di essi ha incarichi supplementari con cui impingua ulteriormente il proprio introito.
Non sembri dispregiativo denominare posto di lavoro il seggio dell’Ars. Ma come definirlo altrimenti, tenuto conto che il rapporto costi/benefici è scadente e c’è l’assalto di centinaia di candidati, naturalmente disoccupati e nullafacenti, per cui questa è l’occasione per trovare un lavoro? 
Lo scenario si ribalterebbe se i candidati si impegnassero - anche sottoscrivendo il Decalogo che pubblichiamo nelle pagine interne - a tagliare i numerosi privilegi, propri e altrui.
 
Il primo dei quali è l’abrogazione della legge 44/65, in modo da equiparare il costo dell’Assemblea regionale a quello del Consiglio regionale lombardo, o toscano, o veneto, o emiliano, insomma, alla Regione più virtuosa. Con l’abrogazione di tale legge, verrebbero meno gli iniqui privilegi dei 246 dipendenti dell’Assemblea, che guadagnano molte volte di più di qualunque altro dipendente pubblico o privato che faccia un lavoro analogo.
Il secondo privilegio da tagliare è quello del contratto dei dipendenti regionali, superiore di un terzo ai loro colleghi statali e comunali. Il terzo, di istituire un contributo di solidarietà a carico dei pensionati regionali, che percepiscono, anche loro, un terzo in più dei loro colleghi statali e comunali.
Vi è poi il taglio del personale. Abbiamo pubblicato numerose inchieste sull’esubero di oltre 13 mila dipendenti e di oltre mille dirigenti.

La questione è grave ma non seria. I pretendenti al seggio di presidente della Regione sono tanti. Fra essi ve ne sono alcuni che non hanno fatto politica e altri che, invece, l’hanno esercitata anche per decenni. Sarebbe un atto di grande sensibilità se essi si impegnassero a sottoscrivere il Decalogo, il cui primo punto è l’abrogazione della legge che prevede l’emolumento per il presidente.
Ma questo avrebbe un valore simbolico. L’impegno forte sarebbe quello di redigere un Piano aziendale per il quinquennio che avesse come obiettivo sintetico e centrale la crescita del Pil dall’attuale deficitario 5,5 per cento (85 mld €) all’8 per cento (125 mld €), in modo da riportare la Sicilia nella media nazionale.
La Grecia è precipitata perché ha fatto un’azione clientelare per vent’anni, assumendo dipendenti pubblici e aumentando i loro compensi. Ora è stata costretta a tagliare del 20 per cento le spese statali e a ridurre i salari dei propri dipendenti pubblici di oltre il 22 per cento e licenziarne 30 mila.
Sembrava che stesse succedendo la rivoluzione, ma poi tutti si sono messi il cuore in pace sapendo che non c’è via d’uscita, se non rimettere i conti in ordine.
La Regione, volere o volare, sarà costretta a imitare la Grecia. Perché è tecnicamente in dissesto, cioè in fallimento.


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