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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Nov
25
2009

Palermo litiga, Solunto espugnata


Parafrasando la celebre frase del cardinale Salvatore Pappalardo, in seno all’omelia, pronunziata in occasione del funerale del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (5 settembre 1982) con riferimento alla situazione politico amministrativa della Regione, possiamo affermare: “A Palermo si litiga mentre Solunto viene espugnata”.
La situazione di stallo delle istituzioni politiche (Governo e Assemblea regionale) è un comportamento criminogeno perché ha di fatto bloccato le attività straordinarie (riforme) e quelle ordinarie indispensabili al buon andamento delle attività. Per conseguenza (ma così non dovrebbe essere) anche l’attività amministrativa ha subito un forte rallentamento, quasi a fermarsi.
Non entriamo nel merito delle fibrillazioni del Pdl e del Pd, non ci interessa. Qui ci interessa invece richiamare i vertici istituzionali al senso di responsabilità che deve indicare l’accantonamento di ogni interesse personale e privato per fare prevalere, ora e subito, quello generale.

L’Accordo di Lisbona (uno dei tanti) del marzo 2000 ha fissato gli obiettivi della competitività del 2010 cui le regioni d’Europa (270) dovrebbero arrivare nel prossimo anno. Ogni regione è partita da lontano con coefficiente 100 e dovrebbe raggiungere il coefficiente zero, indicatore che l’obiettivo è stato raggiunto.
Il Centro studi Sintesi ha pubblicato un rapporto che analizza i quattro macro-indicatori del percorso da 100 a zero. Essi sono: occupazione, innovazione, coesione sociale e sostenibilità ambientale. In base ai dati 2008, risulta che la regione più vicina all’obiettivo zero è l’Emilia Romagna con un indicatore di 29,9. Indovinate qual è l’ultima? Con amarezza scriviamo: ovviamente la Sicilia che ha un indicatore 100, cioè la più lontana di tutte le regioni d’Italia. Ricordiamo che il coefficiente medio nazionale è del 54,4 per cento, quindi lo stato di grave malattia della nostra Isola è doppio di quello medio nazionale.
 
Prendiamo brevemente in esame i quattro macro-indicatori. In Sicilia vi è una forte disoccupazione, soprattutto nella fascia giovanile ed in quella femminile. Ma contrariamente a quello che si pensi, vi è una forte richiesta di manodopera qualificata, dotata di competenze e preparazione professionale. Ieri siamo usciti con un’inchiesta che ha quantificato in ventimila i posti di lavoro disponibili per gente che conosce ciò che deve fare.
Il secondo macro-indicatore, innovazione, denota un forte ritardo della spesa in ricerca e sviluppo rispetto al Pil e indica una percentuale sul totale degli investimenti nel settore privato anch’essa lontana dalla media nazionale. È ovvio che in una regione ove le attività produttive sono contrastate da un ceto politico e da una pubblica amministrazione asfittiche non si può pretendere che l’innovazione primeggi.
Per quanto concerne la coesione sociale, c’è chi abbandona prematuramente la scuola, chi non completa il ciclo delle superiori e una bassa percentuale di laureati nelle materie scientifiche che insegnano il saper fare. Mentre c’è un eccesso di medici, avvocati, commercialisti e altri che non hanno più speranza di collocarsi nel mercato.

E infine l’ultimo parametro riguardante l’ambiente. Questo dato prende in considerazione la sostenibilità in base alla percentuale di elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Anche qui la Sicilia è ultima, perchè il Pears (Piano energetico ambientale Regione siciliana) è lacunoso e dà indicazioni di massima non rigorose. Pertanto si può fare tutto e il suo contrario.
In questo quadro risulta dannosa l’iniziativa del rigassificatore di Priolo, volta ad accontentare un gruppo imprenditoriale che cura legittimamente i propri interessi, in pieno conflitto con quelli del territorio. Dai dati che pubblichiamo nell’inchiesta nelle pagine interne risulta evidente come i principali indicatori di inquinamento nel Triangolo della morte siano notevolmente superiori a quelli della media siciliana.
Gli assessori al ramo dovrebbero preoccuparsi di riportare tali dati dentro la media e non di autorizzare impianti pericolosi in quanto inseriti all’interno di industrie pesanti che annoverano centinaia di serbatoi di petrolio e raffinato, una potenziale bomba in caso di terremoto o incidenti.


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