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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Feb
23
2010

Corruzione e sacralità della Cosa pubblica


La corruzione dilagante emersa dalla relazione della Corte dei Conti nazionale giustifica i redditi non dichiarati con un’evasione tributaria stimata intorno ai cento miliardi, che costituisce la vergogna delle vergogne nazionali.
Gli sforzi di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate sono enormi, con un buon risultato di recupero di imposte superiore ai sette miliardi nel 2009, ma ben lontano dalla cifra prima indicata.
Il governo Berlusconi ha maldestramente riaperto il rubinetto della circolazione del contante, eliminando il vincolo di mille euro e riportandolo a dodicimila. Non si capisce perché impresa o cittadino debbano far muovere denaro contante, piuttosto che moneta informatica, se non a scopo di evasione e di corruzione.
L’abuso più grosso nella Pubblica amministrazione è costituito da appalti di opere e di servizi, anche quelli piccoli, cosicché si forma una rete di fiumiciattoli che vanno ad arricchire i malfattori, che della corruzione e della concussione fanno i loro abituali strumenti di lavoro. Con questo comportamento danneggiano fortemente le imprese corrette perché esse sono tagliate fuori dalle mazzette.

La gestione degli appalti in Sicilia è affidata, quando l’ammontare supera 1,2 milioni, agli Urega provinciali normalmente presieduti da prefetti o magistrati. Ma tutti gli altri al di sotto di questa soglia sono gestiti dagli Enti locali. Allo stesso modo sono gestiti in house gli appalti della Regione di cui si occupano anche i tre centri di spesa (Dipartimento regionale Programmazione; Dipartimento regionale Interventi infrastrutturali per l’agricoltura; Dipartimento regionale Istruzione e formazione professionale).
La questione morale è principale nel comportamento dei responsabili della Pa, tale per far intendere la Sacralità della Cosa pubblica. Ma una seconda e non meno importante questione è la rapidità con cui si realizzano le opere e si producono i servizi. Vero è che c’è un coacervo di norme e procedure volutamente complicate e redatte in mala fede, in modo da chiedere l’intervento del corruttore, ma è anche vero che bravi e onesti dirigenti possono far percorrere speditamente il cammino delle procedure.
 
Meno che mai la gestione delle opere pubbliche deve subire il pungolo della necessità, dell’emergenza e dell’urgenza. Ben inteso, se capita una catastrofe occorre intervenire con immediatezza e con tutti i mezzi che servono. Ma poi la ricostruzione deve essere affidata agli Enti locali, applicando nei confronti dei sindaci tutte le sanzioni, compresa la decadenza, nel caso non intervengano con la necessaria tempestività.
Una garanzia di trasparenza anti-corruzione sarebbe quella di fare partecipare agli appalti, sistematicamente, ufficiali della Guardia di Finanza competenti in materia economica, per sventare qualunque accordo che mira a violare la concorrenza, a tagliare le gambe alle imprese migliori e a favorire quelle che danno la cagnotte.
Non si capisce perché questo controllo contemporaneo non venga messo in atto, lasciando che sciacalli e vigliacchi approfittino delle situazioni per rubare il danaro dei contribuenti.

Certo, occorre che il ceto politico per primo smetta i panni di coloro che rubano, così come sono visti dai cittadini, e sorvegli con sistematicità i dirigenti pubblici, in modo da cogliere dai loro atti i risultati positivi meritevoli di premi e quelli negativi sanzionabili con la decadenza dal loro incarico.
Insomma, occorre che in Sicilia (non ci vogliamo occupare della Penisola perché l’Autonomia ci obbliga moralmente ad essere primi nel Paese) venga dato l’esempio da chi occupa posti di responsabilità che la Cosa pubblica e l’interesse generale vengono prima di ogni interesse di parte o corporativo.
In Sicilia, è necessario abbattere il parassitismo ed emarginare tutti coloro che pescano nel torbido.
Non solo il governo Lombardo, non solo i deputati regionali, non solo i 390 sindaci e i 9 presidenti di Provincia, ma tutta la classe dirigente siciliana è chiamata a uno sforzo non comune per ribaltare lo stato di subalternità del quale siamo stufi e arcistufi.


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