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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
10
2010

Liste pulite pannicelli caldi


L’emendamento “liste pulite” al ddl anti-corruzione è stato una blanda risposta all’esigenza di pulizia e di lotta alla corruzione della Cosa pubblica, che proviene dai cittadini. Questi sono disgustati nell’apprendere giornalmente come vi siano alti dirigenti dello Stato che truffano, corrompono, rubano e compiono malversazioni appropriandosi dei quattrini pubblici.
Ma la montagna ha partorito il topolino, perché il ddl in pectore prevede che non possano essere candidati i pregiudicati, cioè coloro che abbiano subito condanne definitive, passate in giudicato. Questo era il minimo che si potesse fare. Governo e maggioranza non hanno capito che i cittadini vogliono che sia cancellato dalla scena politica a tutti i livelli (nazionale, regionale e locale) chiunque sia stato condannato in uno dei tre gradi di giudizio o più semplicemente rinviato a giudizio.

La questione è di più ampio respiro e riguarda il più vecchio tema del professionismo nella politica. Più che un tema, un dilemma: se sia opportuno che esistano i professionisti della politica, cioè coloro che nella loro vita non abbiamo fatto nient’altro, oppure che vi siano dei cittadini che solo per un periodo limitato della propria vita servano la collettività, per poi rientrare prontamente e definitivamente a fare ciò che facevano prima.
A noi sembra che la seconda alternativa sia più opportuna, in una vera democrazia che ha bisogno sempre di nuove forze, di nuovi entusiasmi e di neofiti che diventino prontamente veterani. Questa seconda ipotesi elimina il pericolo di incrostazioni e quindi fronteggia il rischio di corruzione.
Il divieto di servire il popolo per più di otto o dieci anni dovrebbe essere tassativo, cioè evitare di essere aggirato facendo concorrere candidati a diversi incarichi come oggi spesso si verifica.
Insomma si tratta di far mettere il cuore in pace a chi occupa un posto di rappresentanza dei cittadini sapendo che è lì solo provvisoriamente. La questione che proponiamo dovrebbe diventare l’incipit di una legge che regolamenti la vita dei partiti, previsti dall’articolo 49 della Costituzione.
 
Il loro finanziamento dovrebbe essere subordinato a Statuti che contengano regole democratiche vincolanti e controllo ferreo di finanziamento e bilanci, certificati da autorità esterna.
è vergognoso assistere alla corsa ai seggi di consigliere comunale, provinciale e regionale da parte di senza mestiere, quasi che si trattasse di concorsi pubblici anziché di elezioni. Tale vergogna si è concretizzata nel momento in cui sono state stabilite cospicue indennità, che fanno arricchire chi, fuori dai siti istituzionali, non saprebbe come sbarcare il lunario. è da questa distorsione della politica che nasce la quasi inesistente qualità dei rappresentanti istituzionali. Perché se non ci fosse la corsa all’oro, tanti cittadini sarebbero disposti a prestarsi per un vero servizio.
Se fosse accettata la regola che durante i mandati politici di qualunque livello il rappresentante continuasse a percepire il reddito della propria attività (impiegatizia, professionale, dirigenziale, imprenditoriale o altra) e null’altro, salvo il rimborso delle spese vive a piè di lista, finirebbe questo scandaloso comportamento di centinaia di migliaia di persone che fanno i tappetini pur di concorrere a un qualunque posto in una qualunque istituzione pubblica.

Per raggiungere l’agognata meta finanziaria, tanta gente si indebita ritenendo di pagare tali debiti con le ricche indennità percepite in caso di successo. Se le indennità non ci fossero, non si indebiterebbe nessuno e la competizione verterebbe solo sulle qualità morali e professionali dei candidati piuttosto che sulla loro arte di corrompere e di scambiare il voto con il favore.
Quella che esponiamo è mera teoria? Non sappiamo. Si tratta però di un’analisi concreta che tiene conto dell’interesse generale entro il quale non ci sta l’interesse di coloro che vogliono arricchirsi a spese della collettività.
Dalla corruzione nella politica è facile passare alla corruzione nella pubblica amministrazione, perchè l’intreccio degli interessi privati comporta che quando si prende una busta ognuno si mette i guanti per mantenere pulite le proprie mani.


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