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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
25
2010

Obama riforma Berlusconi pontifica


E così Barack Obama ce l’ha fatta. La prima vera riforma della sua presidenza è stata varata, nonostante la compatta opposizione dei repubblicani e il contrasto di ben 32 democratici. L’attività alla Camera dei deputati è stata guidata dalla lady di ferro Nancy Pelosi, un’italo-americana, madre di quattro figli, ancora di bell’aspetto, che dietro un’apparente mitezza nasconde una volontà d’acciaio.
Non solo la riforma della sanità introduce il principio avversato dal 60% dell’elettorato americano e cioè che anche la minoranza dei bisognosi ha diritto all’assistenza; ma ha sfondato la corporazione delle assicurazioni americane che del finanziamento al sistema sanitario ne ha fatto un baluardo finora insormontabile.
Il presidente degli Stati Uniti ha messo in gioco il suo prestigio e il suo avvenire, perché ha dichiarato che non aveva interesse al secondo mandato se non fosse stato nelle condizioni di riformare i rapporti tra i diversi strati della popolazione.

Obama ora dovrà affrontare altre due riforme importanti: quella del sistema finanziario e l’altra relativa all’immigrazione. Anche in questi due casi, vi sono in gioco enormi interessi e potentissime lobby, per cui l’Hawaiano dovrà esercitare grosse pressioni per cambiare i rapporti di forza nei due settori prima indicati.
Il sistema bancario americano, privo di sostanziali controlli, ha creato due mostri: i derivati e le stock option degli amministratori. I primi  costituiscono una sorta di finanza fantasma, perché non sono supportati dalla finanza reale. I secondi sono un abuso: l’autoliquidazione di ricchi compensi anche quando le banche amministrate perdevano come colabrodi.
L’altra riforma urgente riguarda l’immigrazione, per regolamentare in maniera rigorosa i flussi e la presenza delle comunità numerosissime che ormai sono stabilizzate all’interno degli Usa. Quella di lingua spagnola è la seconda etnia, ma anche i cinesi stanno diventando una forte aggregazione. La più ricca è sicuramente quella ebrea, capace di ogni sorta di pressione sul presidente per favorire le relazioni con Israele.
 
Mentre Obama riforma, Berlusoni pontifica. Ha sferrato una lotta senza quartiere ai magistrati comunisti, al Csm, alla Corte costituzionale, al Consiglio di Stato, anch’essi comunisti. Manca solo che riesumi un vecchio spauracchio: i comunisti mangiano i bambini.
Berlusconi è una grande delusione per l’elettorato moderato, perché da lui ci si aspettavano alcune riforme fondamentali, da farsi immediatamente, mentre ha bruciato quasi due anni di legislatura, inseguendo leggi utili alla propria protezione.
Tra le riforme urgenti, ne citiamo qualcuna: a) riorganizzazione e informatizzazione della Pubblica amministrazione, con l’inserimento dei valori di merito e responsabilità. Renato Brunetta ha fatto fino ad oggi l’impossibile con i vari decreti legislativi, ma ricevendo freni dalla propria maggiroanza e da altri membri del Governo, non è riuscito a renderli efficaci sul terreno; b) riforma delle leggi e formazione dei testi unici. Il ministro Robero Calderoli ha tentato di far varare una norma taglialeggi, ma via via essa è stata depotenziata, ridotta ad eliminare delle norme in disuso, ma non quelle che con la loro farraginosità danneggiano la vita dei cittadini.

c) Umberto Bossi ha fatto approvare la prima norma sul federalismo, ma essa è un’enunciazione di princìpi, totalmente inefficace sul piano pratico; d) nessuna legge è stata attuata per combattere la corruzione nella Cosa pubblca, anzi sono emersi molteplici casi di vergognose azioni affaristiche; e) nessuna riforma è stata varata per tagliare la spesa pubblica, con in testa quella relativa all’abolizione delle Province, né, per conseguenza, alcuna azione è stata possibile per ridurre la pressione fiscale: la spesa corrente, cattiva, fatta di sprechi, che stringe l’economia e non consente lo sviluppo.
Ultima riforma non fatta è quella relativa al Mezzogiorno verso il quale non sono state destinate le risorse finanziarie necessarie all’inizio di una diminuzione del divario con il Nord.
Ma l’ottimismo è l’ultimo a morire. Il Cavaliere ha ancora tre anni per fare quanto non ha fatto.


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