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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Lug
15
2010

Autostrade del Cas giusta la revoca


Dobbiamo smetterla di reagire in modo errato quando veniamo colti sul fallo. La questione del Consorzio autostradale siciliano è diventata stucchevole, oltre che gravissima. Ricordiamo brevemente lo scandalo dei cinquecento inutili cantonieri, il personale amministrativo incompetente e litigioso, gli appalti scandalosi, la manutenzione zero.
Una situazione insostenibile che è durata per decenni . Sbaglia Lombardo a parlare “di scippo alla Sicilia” quando la situazione si è incancrenita, mentre doveva intervenire non appena la malattia avesse fatto capolino. Peraltro, il ministro Altero Matteoli, titolare della revoca della concessione, ci aveva preannunciato, già nel nostro forum pubblicato il 3 ottobre 2009, che la situazione non poteva continuare, anche perché le autostrade gestite dal Cas si trovavano (e si trovano) in condizioni di pericolo per gli utenti. 
Anche Pietro Ciucci, presidente dell’Anas, avvertì, nel nostro forum pubblicato il 27 marzo scorso, che la situazione siciliana andava affrontata con rapidità  per  evitare la revoca.

La Sicilia ha l’arduo compito non solo di mettersi le carte in regola, ma di diventare competitiva, in modo da utilizzare ogni centesimo di euro al meglio per costruire infrastrutture e produrre servizi di qualità europea.
Bisogna finirla di piagnucolare e di chiedere l’elemosina. Occorre mettersi nelle condizioni che i costi delle nostre pubbliche amministrazioni, a livello regionale e locale, siano virtuosi, tagliando senza alcuna preoccupazione tutte le spese superflue, non indispensabili a promuovere lo sviluppo.
Per questo è necessario che ogni soggetto - pubblico, o economico controllato dal pubblico - dell’Isola si doti di un Piano industriale che deve portare a conoscenza dei cittadini, pubblicandolo sul proprio sito, procedendo di conseguenza ad un controllo, tappa per tappa, per constatarne la realizzazione nei tempi previsti.
Questo è un modo moderno per amministrare una Regione che ha un finto bilancio di 28 miliardi, oltre che 390 bilanci dei Comuni nei quali la stragrande maggioranza della spesa non è indirizzata agli indispensabili investimenti.
 
I sindaci dei Comuni siciliani sono i protagonisti del benessere dei propri cittadini. Essi dovrebbero essere dei buoni amministratori, competenti e presenti 365 giorni l’anno, mentre si occupano spesso di ben altre faccende.
Nessuno impone ai primi cittadini di fare quel mestiere, ma quando assumono tale impegno bisogna onorarlo con tutte le proprie forze e capacità.
Se noi siciliani non abbiamo le carte in regola, non possiamo chiedere allo Stato di darci risorse, anche perché il nostro bilancio è in condizione di fare fronte a tante necessità, a condizione che la pubblica amministrazione, preposta alla gestione, funzioni come un orologio, con attribuzione di precise responsabilità.
Nessuno impedisce al presidente della Regione di chiedere che le autostrade siciliane siano amministrate da una concessionaria isolana. Ma egli si deve impegnare affinché tale eventuale concesionaria funzioni, né più e né meno, delle concessionarie private che gestiscono gli oltre sei mila chilometri di autostrade italiane. 

Avere l’orgoglio di dimostrare pari o superiori capacità gestionali, rispetto ad altri soggetti nazionali ed esteri, deve diventare un punto di forza della Regione, delle amministrazioni locali ed intermedie. Non sono più tollerabili lo spreco, il clientelismo e la corruzione.
La Sicilia deve diventare nel suo complesso una regione orgogliosa delle sue tradizioni e dimostrare tutte le proprie qualità con comportamenti ineccepibili.
In questa visione sono coinvolti tutti i soggetti primari, da quello politico a quello burocratico, dagli imprenditori ai professionisti, ai sindacati, ognuno per la propria parte.
è inutile lo scaricabarile. C’è bisogno di tutte le forze e le intelligenze capaci, sane e oneste, per imboccare la strada che cominci a diminuire il divario accumulato negli ultimi 64 anni.
Se continuiamo a cincischiare sulle piccole questioni di una piccola politica, anziché avvicinarci all’Europa, ci avvicineremo al dirupo. Punto.


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