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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Set
07
2010

Fermare la fuga dalla Sicilia


È noto a molti l’esperimento della rana cinese: dentro una pentola d’acqua fredda si accende un fuoco leggero, che la riscalda lentamente; la rana non si accorge del surriscaldamento e muore bollita. Se, invece, viene gettata nell’acqua calda, si scotta, reagisce e balza fuori dalla pentola salvandosi.
L’economia della Sicilia è già bollita e sta morendo, perchè cotta al fuoco lento dell’incapacità di farla svegliare, reagire e salvarsi. La questione non riguarda solo il dopoguerra, tuttavia ci limitiamo ad osservare quanto è successo in questi 63 anni, in cui il Pil prodotto, su quello nazionale, è rimasto inchiodato a poco più del 5 per cento, mentre dovrebbe essere fra l’8 e il 9 per cento, cioè dagli 85 miliardi attuali a circa 130. 
è mancata la programmazione dello sviluppo, sono mancati investimenti in infrastrutture, che costituiscono il fondamento per il movimento di beni e persone e quindi per l’agilità dell’economia. è mancato soprattutto un quadro di condizioni per attirare investimenti nazionali e internazionali.

I governi regionali che si sono succeduti in questi 63 anni - il primo (1947/1949) presieduto da Giuseppe Alessi (Dc) - si sono preoccupati di creare bacini di voti da alimentare col clientelismo e col favore. Quasi mai hanno realizzato e messo in atto un progetto di sviluppo alto che utilizzasse in pieno tutte le risorse dell’Isola, cospicue e di alto valore. Cosicchè non solo non sono arrivati nuovi investimenti, ma molti di quelli presenti hanno preso la fuga.
Il rischio è permanente perchè ancor oggi altri gruppi stanno decidendo di andarsene dalla Sicilia: dalla Fiat alla Keller, all’Eni di Gela. Mentre il Governo regionale attuale, presieduto da Raffaele Lombardo, dovrebbe smetterla di cincischiare su alleanze e quadri politici, peraltro essenziali per governare, e votarsi a stimolare fortemente le tre attività prima indicate: programmazione dello sviluppo, investimenti in infrastrutture e  attrazione di  capitali.
Il macigno dell’economia siciliana è la perenne questione dei precari, ovverosia impegnare il tempo per trovare risorse a perdere che sono gli ammortizzatori sociali per questi siciliani, privilegiati perché raccomandati, i quali, anziché formarsi le competenze per cercare un lavoro che c’è, aspettano il favore di un’indennità regionale o comunale.
 
Il Governo deve porsi la questione di creare lavoro in attività che producano valore e non in passività a perdere, come gli ammortizzatori sociali, in modo che tutti i siciliani che abbiano competenze e voglia, possano trovare le mansioni che sono capaci di svolgere.
L’attrazione degli investimenti nazionali ed esteri passa attraverso una burocrazia snella ed al servizio del progetto alto, pronta a collaborare con procedure istantanee per chiunque faccia richieste di autorizzazioni, senza ovviamente danneggiare il territorio. Non si capisce perché, per esempio, la burocrazia regionale si sia messa di traverso con comportamenti dilatori per far partire la superstrada Ragusa-Catania o perché non collabori pienamente con l’Eni per attivare investimenti di 500 milioni che il colosso energetico vuole fare a Gela. O perché abbia tardato alcuni anni a rilasciare la concessione al gruppo Forte per il Resort Verdura di Sciacca.

Potremmo fare centinaia di esempi di mala-amministrazione ma non servirebbero ad aumentare l’informazione su un fatto che è già di dominio pubblico. Dirigenti e dipendenti regionali ci costano 18 volte in più di quelli della Lombardia, come abbiamo pubblicato nell’inchiesta di mercoledì scorso, ma rendono forse 18 volte in meno. Il Governo continua ad assumere, non preoccupandosi di tagliare, invece, l’enorme ed ingiustificata spesa per i propri dipendenti.
Purtroppo Lombardo sta seguendo la via della rana cinese e lo invitiamo a comunicarci se intenda fare aumentare il Pil della Sicilia da qui alla fine della legislatura e di quanti punti percentuali. Oppure la rana bollita potrà essere solo sotterrata.
Non vogliamo credere che questo sia l’intendimento dell’attuale Governo, ma aspettiamo atti concreti che abbiano la finalità di immettere liquidità sul mercato siciliano utilizzando tutte le risorse europee e statali su progetti cantierabili ed immediatamente finanziabili. Dal numero dei bandi di gara si potrà misurare l’andamento e la volontà del fare.
Occorre rendersi conto che Autonomia vuol dire qualità oppure è una parola senza senso.


Tags: Economia - Sicilia - Pil
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