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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Set
18
2010

Regione, agganciare i salari alla produttività


Il fatto: la Regione siciliana non ha mai preparato nei tempi andati, né nei tempi recenti, il Piano aziendale, quello che nelle imprese private si chiama Piano industriale. Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, con la sua direttiva del 7 agosto 2009 ha dato degli indirizzi alle 12 branche amministrative, alias assessorati. Ma a distanza di 13 mesi non vi è traccia di un Piano aziendale, come si desume dalle domande che i nostri redattori hanno posto (e pongono) ai dirigenti generali e ai capi di gabinetto di ogni assessorato.
Se un ente pubblico di qualunque livello, territoriale e non territoriale, non ha redatto un Piano aziendale non è in condizione di sapere quali e quante risorse umane e strumentali abbia bisogno per raggiungere i propri obiettivi, cioè i servizi da rendere a cittadini e imprese.
Com’è noto ai veri professionisti, il Piano aziendale si divide in quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Ognuna di esse è essenziale per comprendere alla fine di ogni esercizio la percentuale di risultati sugli obiettivi prefissati.

Se la Regione, nei suoi sessantaquattro anni, avesse redatto il Piano aziendale, avrebbe fissato, di volta in volta come obiettivo primario da raggiungere, l’incremento del Pil su quello nazionale. Com’è noto, il Pil è il dato sintetico che misura la ricchezza prodotta da un territorio. I 57 governi regionali, di cui ben 54 prima della riforma elettorale, a cominciare dal primo presieduto da Giuseppe Alessi (1947) hanno governato alla sans façon, cioè a casaccio. E ancora oggi il governo Lombardo non ha fissato l’incremento del Pil nei cinque anni di legislatura per farlo elevare dal misero 5,6% in cui è relegato. Neanche il documento di programmazione economico-finanziaria (l’ultimo approvato è quello del 2009-2013, perché quello successivo non è stato votato dall’Ars) contiene tali obiettivi.
Se i Governi regionali avessero avuto il Piano aziendale, ne sarebbe scaturito il numero esatto di dirigenti e dipendenti occorrenti alla sua realizzazione. Non essendovi, risulta del tutto arbitrario il numero di 15.600 dipendenti fissato nella legge regionale 11/2010 (art. 51 della Finanziaria).
 
Secondo la nostra stima professionale e comparando le attività con quelle della Regione Lombardia e con il relativo numero che quella istituzione ha alle proprie dipendenze (3.251 dipendenti e 207 dirigenti), la Regione siciliana potrebbe funzionare con soli 10.000 dipendenti e 496 dirigenti, il cui numero è stato fissato con decreto del presidente della Regione del 28 giugno 2010, ripartiti tra 430 dirigenti di area e 66 dirigenti di servizio.
Non appena le singole branche amministrative ci forniranno l’elenco completo dei servizi prodotti (tipologia e quantità), saremo nelle condizioni di determinare il fabbisogno di risorse umane, branca per branca e nel suo complesso. Non vogliamo pensare che i dirigenti generali siano reticenti o che, per non farsi fare i conti in casa, non ci forniscano le informazioni necessarie al conteggio.

In questo quadro si pongono due questioni: una quantitativa e l’altra qualitativa. Quella quantitativa: un esubero stimato di 5.600 dipendenti e 1.704 dirigenti.
Che fare di questi esuberi? La risposta è semplice: metterli in cassa integrazione. Obiezione: la cassa integrazione per i dipendenti regionali non è prevista.
Ma è meglio non prenderci in giro. Se c’è un esubero di personale rispetto alle esigenze, chiamiamolo come vogliamo, ma il proprio status è quello di cassaintegrati con la conseguente riduzione dello stipendio. Eppoi, la cassa integrazione regionale esiste già: si tratta della Resais Spa, nella quale vi è qualche migliaio di inutili dipendenti pubblici. Nulla vieterebbe di mandarvi gli esuberi sopra indicati. Meglio lasciarli a casa che farli venire in Regione.
La seconda questione, quella qualitativa: riguarda l’aggancio dei salari alla produttività. Il Governo dovrebbe impartire disposizioni all’Aran per riformare i contratti, fissando una cospicua parte variabile e quindi collegata ai risultati. Se così sarà, ne vedremo delle belle.


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