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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Nov
24
2010

Lo stallo politico rovina lÂ’Italia


I commentatori politici e gli uomini di tutti i partiti sono d’accordo su un comune denominatore dell’attuale situazione istituzionale: lo stallo politico che rovina l’Italia. La congiuntura è estremamente difficile e all’orizzonte si addensano le nubi di Irlanda e Portogallo.
La crisi che ha attanagliato le nazioni avanzate è conseguenza della mancanza di controlli da parte dei Governi che hanno consentito, con la speculazione finanziaria, di creare prodotti inesistenti che sono caduti al primo colpo di vento. Per fortuna l’economia reale ha resistito e dà la spinta alla ripresa faticosissima e lenta.
In questo quadro, il Governo italiano si è barcamenato. Tremonti ha cercato di dare un certo rigore ai conti, ma l’ha fatto in modo insufficiente. Tanto che, non appena il nuovo Patto di stabilità inizierà a produrre i suoi effetti, lui o qualunque altro ministro dell’Economia sarà costretto a tagliare la spesa pubblica per almeno 40 miliardi.

Dove tagliare? Ovviamente dove ci sono gli sperperi e gli sprechi e cioè nella Pubblica amministrazione, nella quale occorrerà fare come David Cameron, premier della Gran Bretagna, il quale ha tagliato 500 mila dipendenti. O come ha fatto Josè Luis Zapatero, premier della Spagna, che ha tagliato drasticamente i costi della politica. O come ha fatto Nicolas Sarkozy, che ha nominato il nuovo Governo formato da appena quindici ministri e dieci sottosegretari, contro i circa cento componenti del Governo Berlusconi.
Per fare questi tagli e rimettere in carreggiata l’economia italiana occorre una maggioranza coraggiosa, coesa, che sfidi l’impopolarità di quelle corporazioni che si sentono danneggiate (a torto) dalle riforme e private di risorse che costituiscono autentici sprechi.
Dopo l’uscita di Fini dal Popolo delle libertà la situazione fotografata a oggi è più o meno la seguente: Berlusconi e Bossi hanno una maggioranza di circa dieci senatori nella Camera alta e sono sotto di sette deputati nella Camera bassa: uno stallo perfetto che non sembra possa mutare in atto. Le elezioni sono quindi indispensabili, sperando che possano cambiare tale situazione.
 
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’approvazione della Manovra, dovrà constatare quanto prima abbiamo fotografato, a meno che non vi sia uno spostamento di senatori dalla coppia Berlusconi-Bossi agli avversari, ovvero uno spostamento dei sette-otto deputati dagli avversari alla coppia Berlusconi-Bossi. Tutto può succedere perché concorrono allo stato di fibrillazione gli egoismi degli oltre 300 parlamentari che, chiudendosi prematuramente questa legislatura, non avranno diritto alla pensione.
L’ipotesi di approvare una nuova legge elettorale in queste condizioni è destituita di fondamento perché l’attuale maggioranza non l’approverebbe e non vi è una maggioranza alternativa nelle due Camere, ma eventualmente in una sola di esse.
Quanto alla possibilità prevista dall’art. 88 della Costituzione di sciogliere una sola Camera, sembra pacifico che Napolitano non lo farà, come non lo fece in occasione della crisi del Governo Prodi.

Dunque, elezioni. Cosa potrà scaturire da esse? Non è difficile pronosticare che il Popolo della libertà e i suoi alleati si confermino la prima forza politica del Paese e conquisteranno di conseguenza 340 seggi alla Camera. Non si sa, però, se il sistema dei premi, regione per regione, darà  al Cavaliere la maggioranza al Senato. Potrebbe perciò verificarsi, di nuovo, la situazione di stallo a Camere invertite: maggioranza alla Camera e insufficienza al Senato. Tuttavia, l’asse Berlusconi-Bossi governa 10 Regioni su 20 (sette al centrosinistra e tre a movimenti autonomisti). Se non vi fossero variazioni, potrebbe conseguire la maggioranza anche al Senato.
L’umore degli elettori è però volto al nero perché sono scontenti dell’incapacità di questo Governo di realizzare le riforme strutturali e di dare slancio all’economia. Non si sa se questo malumore si manifesterà con l’astensionismo o con un voto di protesta indirizzato verso i partiti che della protesta fanno una bandiera.
In questa situazione nebulosa vi è una sola certezza: dobbiamo uscirne fuori al più presto.


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