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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Nov
25
2010

Corte nelle Partecipate, GdF negli appalti


La legge 259/58, precisamente all’art. 12, recita: Il controllo previsto dall’art. 100 della Costituzione sulla gestione finanziaria degli enti pubblici... è esercitato... da un magistrato della Corte dei Conti nominato dal presidente della Corte stessa che assiste alle sedute degli organi di amministrazione e di revisione.
La Corte costituzionale, con sentenza 466/93, ha sancito che l’obbligo prima richiamato è estendibile... alle società in mano pubblica, con partecipazione esclusiva, maggioritaria o prevalente.
La legge e la sentenza non sono state quasi mai applicate in Italia salvo che con un decreto “innovativo” del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, del 10 marzo 2010, con il quale è stato stabilito che la Rai è sottoposta al controllo della Corte dei conti. Cosicché, da quel momento, il magistrato Luciano Calamaro è presente nelle riunioni del Cda e del collegio dei revisori. Egli inoltre sta facendo le pulci a tutti i conti dell’elefante pubblico, che sperpera canone e imposte pagate dai cittadini aumentando gli organici e l’inefficienza.

È sintomatico sottolineare come una legge dello Stato, che ha ben 52 anni (1958-2010), non abbia trovato quasi mai applicazione, consentendo con ciò gli ormai noti sprechi e sperperi in tutte le branche amministrative e nelle partecipate pubbliche a tutti i livelli. Non si sa se la responsabilità della mancata partecipazione di un magistrato della Corte dei conti agli organi amministrativi o di controllo e revisione, sia da additare alla stessa Corte o agli enti che non ne abbiano fatto richiesta per osservare l’obbligo di legge.
Tuttavia non è mai troppo tardi. Dopo l’esempio del decreto Rai prima citato, i responsabili delle istituzioni non possono più sottrarsi al dovere di chiedere la presenza del magistrato contabile negli organi prima indicati.
Se in questi 52 anni tale presenza vi fosse stata, siamo convinti che i risparmi del denaro pubblico sarebbero stati cospicui, la corruzione nella cosa pubblica ridotta e le risorse finanziarie sarebbero state spese meglio. C’è da auspicare che la massiccia presenza dei magistrati negli enti sia attivata da ora. Sarebbe colpevole la non applicazione della legge citata che favorirebbe ulteriori sprechi delle nostre tasse.
 
Attuare la legge citata avrebbe un altro benefico effetto: essere un forte deterrente per le infiltrazioni mafiose non solo negli organi amministrativi per interposta persona, ma anche nei contratti a valle, che enti pubblici e partecipate stipulano con imprese apparentemente immacolate, ma che sono terminali delle organizzazioni criminali. Il sequestro e la confisca di ingenti patrimoni che le forze dell’ordine (ben dirette dalle Direzioni distrettuali antimafia) hanno fatto in quest’anno, sono la testimonianza della relazione che c’è tra le stesse organizzazioni criminali e imprese apparentemente pulite.
Sono decenni che si pone all’attenzione dell’opinione pubblica la presenza della criminalità organizzata nelle regioni ricche del Nord, circostanza sempre negata dai responsabili delle istituzioni statali e di quelle regioni. Negare l’evidenza era uno sport del cardinale di Palermo Ernesto Ruffini il quale, negli anni Cinquanta, asseriva che in Sicilia la mafia non esistesse.

Negli enti pubblici che appaltano opere e negli Urega provinciali e regionale sarebbe opportuno estendere il controllo all’interno degli organi di amministrazione. Dato che non potrebbe farlo la Corte dei conti per insufficienza di organico, la Regione potrebbe fare una convenzione con la GdF per chiedere la presenza dei suoi uomini laddove si maneggia denaro e segnatamente negli appalti e nelle partecipate. La GdF sarebbe così nelle condizioni di controllare in tempo reale sia eventuali infiltrazioni mafiose che sperperi e spese non conformi alle leggi e soprattutto al primo comma dell’art. 97 della Costituzione che fa riferimento all’imparzialità e al buon andamento dell’amministrazione.
Di questo si tratta: tagliare sperperi e impedire il connubio negli affari tra malavita e pubblica amministrazione. La soluzione che proponiamo non è nuova perché ribadisce la necessità di applicare in modo estensivo la richiamata legge 259/58 e estenderne la portata in modo da consentire agli uomini della Gdf di esserci nei momenti decisionali e di impedire il malaffare.


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