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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Dic
21
2010

Debito pubblico, Governo impotente


La Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (Ruef)  aveva previsto 10 miliardi di disavanzo primario per il 2010 (differenza tra entrate e uscite) e 74,7 miliardi per interessi sul debito sovrano. Già al 31  ottobre, secondo Bankitalia, il complessivo disavanzo è arrivato a 107 miliardi e verosimilmente negli ultimi due mesi aumenterà ancora. Ciò deriva dalla crescita della spesa pubblica e dalla diminuzione delle entrate fiscali stimate in circa 5,2 miliardi, conseguente alla crisi economica.
Per fortuna, l’interesse primario europeo è fermo intorno all’1%, il che consente di mantenere l’interesse sul debito (portato dai titoli di Stato) ad una misura intorno al 3-4%. Quella effettiva, però, deriva dalla risposta del mercato che fa oscillare l’interesse in funzione della domanda. Al riguardo bisogna tener conto che nei prossimi mesi lo Stato italiano deve piazzare sui mercati nazionale e internazionale 150 miliardi di titoli pubblici. Quando il mercato risponde poco l’interesse sale, quando il sistema economico del Paese non funziona, la differenza fra l’interesse pagato sul debito nazionale e l’interesse pagato dallo Stato tedesco per i propri Bund (termine di riferimento) aumenta cospicuamente anche fino a due punti percentuali.

Le cause principali del cattivo andamento dell’economia nazionale sono cinque: 1. Eccesso di spesa pubblica dominata da quella per la politica e l’altra per la pubblica amministrazione. 2. Deficienza endemica della Pa che è infarcita da dipendenti inutili e costosi, non è innovata e digitalizzata, usa procedure arcaiche, lunghe e volutamente farraginose per consentire la sottostante corruzione. 3. Enorme costo di energia, superiore a quello della media europea, stimabile tra il 30 e il 50% che fa aumentare i costi di prodotti e servizi. 4. Modesta diffusione di infrastrutture logistiche, di reti ferroviarie e di autostrade, soprattutto nel Mezzogiorno, che aggrava i costi di filiera della distribuzione. 5. Presenza di forti corporazioni (banche, assicurazioni, energia) che funzionano in regime di oligopolio, contro cui l’ottimo presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, si batte continuamente con le leggi a sua disposizione. Ma queste sono carenti e più volte l’Autorità ha fatto richiesta al Governo e al Parlamento di fornirgli strumenti più efficaci.
 
Il debito pubblico si raffronta col Pil. Se questo aumenta, il rapporto diventa più favorevole, se diminuisce, più sfavorevole. Al 31 di ottobre  tale rapporto era del 120,1% ma è probabile che aumenti ancora raggiungendo il primato negativo del debito più alto del mondo.
Il Governo si è rifugiato dietro la recessione che ha colpito tutti i Paesi progrediti ma non competitivi, mentre quelli emergenti hanno continuato la loro corsa in maniera egregia. Fra essi ricordiamo la crescita a due cifre della Cina e quelle abbastanza vicine di India e Brasile.
Questi Paesi hanno un debito sovrano basso e, per venire all’Europa, i Paesi fondatori dell’Unione insieme all’Italia, sono quasi sempre dentro il parametro previsto dall’accordo di Maastricht (rapporto Pil/debito del 60%).
Voi capite come avere un debito del 60% o del 120% sul Pil faccia un’enorme differenza perché nel nostro caso comporta un maggior esborso d’interessi stimati tra i 40 e i 45 miliardi. Se questa cifra si potesse utilizzare per costruire infrastrutture, fra cui essenziali le centrali atomiche di quarta generazione, sicurissime, il Paese diventerebbe più competitivo e la sua economia comincerebbe a crescere, come sta accadendo in Germania, tre volte di più.

Da qualunque parti si giri, la questione del debito pubblico italiano è centrale. Dal 1994 non si è mai affrontato in maniera costruttiva. Nella migliore delle ipotesi, per qualche anno vi è stato un avanzo primario (più entrate che spese) ma con gli interessi sul debito quest’ultimo è comunque aumentato.
Se si vuole veramente spingere il Paese verso la crescita è indispensabile ridurre il debito pubblico, non con la finzione del rapporto che c’è fra esso e il Pil, ma in valore assoluto, cioè come fare perché l’enorme ammontare di 1867 miliardi al 31 ottobre 2010 possa diminuire al 31 dicembre 2011.
Le soluzioni ai cinque punti prima indicati, messe in rete, costituirebbero la piattaforma per tentare l’inversione di tendenza che abbatta gradualmente, ripetiamo, in valore assoluto, il debito pubblico. Ma non vediamo all’orizzonte chi abbia gli attributi adatti per invertire tale tendenza.


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