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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
09
2011

Sicilia sottosviluppata per paura dello sviluppo


Sembra un paradosso, ma a ben guardare non lo è: constatare lo stato di sottosviluppo della nostra Isola e, contestualmente, avere paura dello sviluppo. Ognuno di noi dovrebbe essere nelle condizioni mentali di affrontare le difficoltà anche a prezzo di sacrifici, pur di promuovere se stesso in maniera onesta. Cioè, non dovrebbe avere paura di crescere, per cui occorre essere disponibili a correre rischi ed affrontare salite anche molto ripide.
Sentiamo tanti giovani in giro per la Sicilia che si lamentano della mancanza di lavoro. Affermano quanto precede in buona fede, però affermano una cosa non vera. Infatti, in Sicilia, vi sono migliaia di opportunità di lavoro nel mercato. Per accedervi è indispensabile possedere competenze e quindi formarsi costantemente per acquisirle. La conoscenza non si acquisisce gratis, ma comporta un costo economico e personale. Essa è indispensabile per diventare competitivi, cioè per potere gareggiare con gli altri alla pari, con qualche possibilità di arrivare in cima alla graduatoria.

I giovani che si lamentano di non trovare opportunità di lavoro, ci ricordano la favola di Esopo la Volpe e l’Uva. La volpe voleva staccare un grappolo d’uva e continuava a fare dei balzi, ma non arrivava ad esso. Ripiegando, pensava che l’uva fosse acerba e non valesse la pena raccoglierla. Così fanno tanti giovani che si rifiugiano dietro la facile lamentela non c’è lavoro, perché non sono disposti ad acquisire le qualità per inserirsi nel lavoro, che c’è. La paura del rischio, la paura di fallire, la paura di cadere, rendono deboli e fragili queste persone e non le mettono in condizione di crescere.
Se moltiplichiamo gli esempi per centinaia di migliaia di casi, ci rendiamo conto che il sottosviluppo isolano non può essere combattuto se non si diffonde nella popolazione l’idea che per crescere, socialmente, economicamente e professionalmente, bisogna impegnarsi a fondo. Occorrerebbe un modello, un esempio positivo in questa direzione e purtroppo tale esempio non c’è. Quando il pesce puzza dalla testa è da gettar via. Ma qui non possiamo gettar via tutta la classe dirigente, politica e amministrativa. Dobbiamo cercare all’interno di essa quei soggetti che hanno buone qualità.
 
La Regione e gli Enti locali non hanno come missione primaria quella di erogare servizi ai propri cittadini, ma di promuovere lo sviluppo. Governo regionale e amministrazioni comunali, salvo rare eccezioni, sembrano incartati, immobilizzati, abbagliati. Non possiedono dinamismo, presi da beghe tutte interne, come se fossero chiusi in una torre d’avorio opaca e inespugnabile che impedisce ai cittadini di guardarvi dentro.
Non c’è interazione fra le amministrazioni e le parti economiche della società. Qualunque iniziativa che mostri delle intenzioni costruttive è impaludata in un sistema burocratico vecchio e asfittico, che ha come metodo quello di opporre rifiuto a qualunque richiesta.
Nessuno controlla se dentro gli apparati regionali e comunali vi sia corruzione. Nessuno controlla se via sia un barlume di efficienza. Nessuno controlla i risultati. Ma tutti percepiscono regolarmente stipendi, indennità e prebende diverse, sennò strillano come aquile.

Sembra che tutti costoro siano armati da un ottimo tornaconto, un egoismo sfrenato che li porta a vedere esclusivamente i propri interessi, infischiandosene di quelle dei cittadini che pagano il loro stipendio.
Amministrazioni regionale e comunali hanno le risorse per impostare un piano di sviluppo, sol che taglino la spesa corrente, clientelare, che è una zavorra per fare qualunque cosa. Snellire l’organico, razionalizzare le procedure, spendere quanto serve e non di più, sono modi per attivare la crescita.
Scriviamo queste cose da decenni e  siamo costretti a ripeterle noiosamente. Ma continueremo a farlo, fino a quando non vedremo una svolta radicale nella conduzione della Cosa pubblica, nel senso di servire l’interesse generale. Certo, se il ceto politico e il ceto amministrativo leggessero di più storia, letteratura e filosofia, avremmo qualche speranza che l’attuale stato di cose venisse modificato. Ma non vediamo neanche un barlume. Tuttavia, è lecito sperare.


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