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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
22
2011

Terremoto in Giappone, terremoto in Sicilia


Il tragico terremoto che ha investito il Giappone è stato accompagnato da un maremoto con onde alte otto metri. L’energia liberata, misurata dalla scala Richter, ha fatto salire l’asticella al punto 9, ben di più dello sconquasso che colpì Messina nel 1908. Anche allora al terremoto seguì il maremoto, che fece più vittime del primo: in totale oltre 100 mila morti.
Se facciamo un paragone con i 5 mila morti più altrettanti dispersi del Paese del Sol Levante, possiamo dire che quel popolo è veramente straordinario perché ha saputo ricostruire, dopo Hiroshima e Nagasaki, tutto il Paese con strutture antisismiche che l’hanno salvato da una catastrofe immane.
A Tokyo, ogni anno, vi sono circa 2 mila scosse, di cui si avverte solo una minima parte. Eppure tutti hanno la sensazione di convivere col sisma, cui si sono abituati. L’ultimo disastro si era verificato il primo settembre del 1923, quando Tokyo fu rasa al suolo e patì 100 mila vittime, seppure l’intensità fu solo di 7,9 gradi della scala Richter.

La politica edilizia nipponica consente di subire tutte quelle scosse senza danni a cose e persone. Gli esperti non sanno se questo terremoto sia il Dai Jishin, cioè il superterremoto, o se in questo secolo se ne possa verificare uno più intenso.
La seconda questione è quella delle centrali atomiche. Quel Paese si è votato all’energia nucleare fin dal dopoguerra. L’impianto di Fukushima è vecchio di quarant’anni e doveva essere chiuso questo mese. Si tratta di un impianto di prima generazione che funziona con la tecnologia dei reattori ad acqua bollente mentre quelli di terza e prossima quarta generazione funzionano ad acqua pressurizzata, che dà una sicurezza sui problemi di raffreddamento del nocciolo.
Il Giappone dovrà lottare ancora una volta con le unghie e con i denti per ricostruire le parti distrutte, ma anche per fronteggiare i conseguenti problemi dovuti alla diminuzione di produzione industriale e di servizi e quindi a uno stallo probabile del Prodotto interno lordo. Ma i nipponici si sapranno risollevare ancora una volta, come fatto dal dopoguerra in avanti. Chapeau.
 
Terremoti ed energia nucleare sono due questioni cardine che i Governi della Repubblica italiana del dopoguerra non hanno affrontato con adeguata attenzione.
Per l’energia nucleare, la costruzione di centrali era iniziata a Caorso e a Montalto di Castro. Ma, poi, la debolezza dei Governi dell’epoca - presieduti da Bettino Craxi (agosto 1986-aprile 1987), Amintore Fanfani (aprile-luglio 1987) e Giovanni Goria (luglio 1987-aprile 1988) - portò a non comunicare bene all’opinione pubblica la necessità di avviare un processo di produzione di energia dall’atomo, come aveva già cominciato a fare Charles de Gaulle in Francia. Lo sciagurato referendum del novembre del 1987 bocciò un’attività che oggi avrebbe consentito al nostro Paese di avere energia con un costo inferiore di un terzo. Mentre qui si discettava del nulla, in Francia si sono costruite 58 centrali nucleari ed è in costruzione la 59^. Il che ha reso indipendente quella nazione dal petrolio.
In Europa vi sono 450 centrali nucleari. L’Italia è l’unica che non ne ha. Nel mondo muoiono 5 mila persone nelle miniere di carbone, mentre per l’energia nucleare ne sono morte qualche centinaio.

L’altra questione riguarda i terremoti. Si attende per questo secolo il Big One, che dovrebbe colpire la fascia tirrenico-ionica del Sud, da Vibo Valentia a Capo Passero. Quando questo evento si verificherà, speriamo in un’epoca lontana, vi saranno almeno due milioni di morti e la ripresa, per chi avrà la fortuna di rimanere vivo, sarà più difficile che se non fosse morto.
Qui, da noi, nessun Governo, nazionale o regionale ha mai pensato di fare una politica edilizia di difesa di fronte a possibili terremoti, anzi la corruzione nella Cosa pubblica ha spesso depotenziato il cemento in ponti, viadotti e immobili con la conseguenza che anche scosse di basso livello hanno fatto morti e danni.
è un altro elemento di una politica dissennata e clientelare che impedisce ai cittadini di difendersi e di proteggersi di fronte alle calamità naturali. Un’imprevidenza non ancora sanzionata da un’opinione pubblica spesso insensibile. Però grida quando capitano i guai. Imprevidente!


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