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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Apr
27
2011

Ministri cicale contro Tremonti


Quando arriva una tornata elettorale, come quella ridotta del mese prossimo, il ceto politico si riscopre generoso perché non perde il vizio di fare clientelismo, cioè accontentare gli appetiti delle corporazioni che lo ricattano col consenso.
È dura fare il ministro dell’Economia in qualunque Paese, ma in Italia lo è ancora di più perché il sistema pubblico ha nel favore il suo pilastro principale. Il fenomeno è ancora più accentuato nel Sud-Italia, il che rappresenta un’ulteriore spiegazione del suo sottosviluppo. Un territorio, infatti, non può crescere se incatenato dai privilegi dei pochi che lo mantengono, usando anche quell’arma impropria definita corruzione. Con la corruzione materiale si alimentano gli affari disonesti e si alimenta l’evasione fiscale e contributiva.
Solo un progetto di alto profilo politico, cioè di interesse generale che abbia un respiro strategico, può schiodare le popolazioni meridionali dalla loro situazione fortemente deficitaria (mediamente il Pil è metà di quello delle sei regioni del Nord)

Giancarlo Galan, attuale ministro dei Beni culturali in sostituzione di Sandro Bondi, vuole più soldi. Con lui molti altri ministri spingono in modo meno evidente per avere più soldi. Nessuno di costoro però comunica all’opinione pubblica cosa intenda fare nel breve e nel medio periodo per tagliare il clientelismo che si nasconde dietro ogni attività pubblica.
L’abbiamo scritto più volte e lo ripetiamo: il bilancio dello Stato deve finanziare le attività ed i loro risultati, ma non tutto quello che c’è sotto. I beni culturali vanno restaurati dai tecnici (archeologi, architetti, pittori, scultori e via elencando) non da amministrativi che stanno dietro le scrivanie, non da autisti che portano in giro le cosiddette personalità, non da faccendieri che brigano affari sulle casse pubbliche.
Nella scuola, i Governi democristianocentrici e poi quelli di centro-sinistra e di centro-destra sono riusciti ad immettere 200 mila persone fra insegnanti, bidelli e amministrativi, in più di quelli che servivano, per alimentare il clientelismo, in modo da avere un ritorno di voti. Bene ha fatto la Gelmini, con la sua riforma, a ridurre drasticamente il personale eccedente. Bene ha fatto imponendo ai bidelli di fare le pulizie per risparmiare ben 300 milioni di appalti esterni.
 
Il Documento di economia e finanza (Def, varato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile) va letto bene perché al suo interno c’è una furbata.
Si tratta di avere spostato al 2013 e al 2014 i forti tagli di spesa pubblica, che oscilleranno tra i 35 e i 40 miliardi all’anno, per restare in linea con l’ultimo Patto di stabilità del 25 marzo. Il taglio dovrebbe cominciare con la Finanziaria del 2012, in corso di elaborazione e che, come nei tre anni precedenti, dovrebbe essere oggetto di un decreto legge post-elezioni amministrative.
Proprio in quella manovra dovrebbe cominciare il taglio di 35/40 miliardi. Ma Tremonti se ne guarderà bene, anche se terrà conto dell’esito delle elezioni che avranno il loro test più importante nei quattro grandi capoluoghi: Milano, Torino, Napoli e Bologna. Se la vittoria arriderà al Pdl, Tremonti verrà incoraggiato; se, invece, i risultati dovessero essere negativi, il ministro dell’Economia sarà costretto ad allentare i cordoni ed a rinviare l’inizio del risanamento.

Che dice il Patto di stabilità citato? Dice che in 20 anni il debito pubblico degli Stati membri deve rientrare  nel parametro di Maastricht (60 per cento sul Pil). L’Italia deve tagliare circa 900 miliardi in 20 anni, cioè più di 40 per anno. Difficilmente i governi che si succederanno in questi 20 anni potranno derogare da questo percorso, per evitare le pesantissime multe previste per chi sgarra ed anche una possibile situazione del tipo di quella greca, irlandese o portoghese.
In questa politica economica di tagli, dovrà essere inserito, invece, un percorso di forti investimenti in opere pubbliche e insediamenti produttivi, creando attrattiva per gli investitori stranieri, i quali debbono venire non per appropriarsi di società italiane che vanno bene, come la Parmalat, ma per investire in loco utilizzando innovazioni italiane, manodopera italiana e filiere produttive italiane.
Solo tagliando la spesa pubblica, cominciando dal costo della politica e dall’insieme vergognoso di privilegi, potrà esserci questa svolta che deve cominciare subito anche attuando in pieno la legge obiettivo (443/2001).


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