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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mag
03
2011

Repubblica fondata sul lavoro (degli altri)


L’articolo 1 della Costituzione recita che la Repubblica è fondata sul lavoro, non sul posto di lavoro. Sembra una differenza da poco, ma è fondamentale per capire come comizi e informazione mediatica e televisiva abbiano ingannato per l’intero primo maggio gli ignari italiani.
Quando si parla di lavoro ci si riferisce ad un’attività produttiva di beni o di servizi, ovvero qualsiasi esplicazione di energia volta a un fine determinato. Il lavoro è una forza, anche fisica, che sposta masse. Il lavoro è l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo in quanto tende direttamente o coscientemente alla produzione di una ricchezza o comunque ad ottenere un prodotto di utilità individuale o generale.
Le definizioni che abbiamo prima riportato dal dizionario sono chiarissime e se i vari personaggi sindacali che hanno pronunziato i loro discorsi si fossero un pò documentati avrebbero chiarito la differenza fra lavoro e posto di lavoro. Il lavoro è iniziativa e capacità di guardare quello che ci circonda, di valutare i bisogni della gente e di trovare soluzioni per soddisfare tali bisogni. Il lavoro non è necessariamente produttivo in senso economico, può esserlo anche in senso sociale.

Se tutti gli italiani e i meridionali, in particolare, comprendessero quello che scriviamo, non starebbero in attesa che qualcuno li chiami a lavorare, ma prenderebbero l’iniziativa di esplicare un’attività per raggiungere il fine di produrre un reddito, tale da liberarli dai bisogni. Perché è questa la prima finalità del lavoro: liberare le persone dai bisogni, avendo un’autonomia economica.
Nel lavoro occorre tenere presente che vi sono prima i doveri e poi i diritti. Fra i doveri, il primo è quello di prepararsi, di formarsi, di acquisire competenze, in modo da presentarsi al mercato con le carte in regola e con le opportune referenze che dimostrino capacità acquisite. Però, non si nasce con le competenze, per cui è indispensabile acquisirle. A questo serve la Scuola, nei suoi grandi filoni classica e professionale, l’Università e la Formazione regionale. Nessuna delle tre strutture adempie al proprio dovere di formare giovani preparati, anche non specificamente ma capaci di imparare.
La formazione rende competitivi perché fa acquisire la necessaria conoscenza con la quale si possono affrontare e risolvere i problemi.
 
È anche questa la funzione del lavoro: avvicinarsi ai problemi, valutarli e trovarvi le soluzioni. Questa capacità, fuori dalle vuote parole, è quella che rende il lavoro degno di questo nome e non una parola senza alcun significato concreto. Solo dopo aver adempiuto al proprio dovere di essere pronto per il lavoro, ogni persona può cominciare ad elencare i propri diritti che vanno sicuramente rispettati e tutelati.
Chi rende, pretende. Chi non rende agli altri e a se stesso, non può pretendere nulla. Il lavoro è iniziativa. Ogni membro di un popolo dovrebbe avere iniziativa per fare qualunque cosa: nell’economia, nella famiglia e nelle istituzioni. È il fare il frutto del lavoro.
Nel Sud, questi elementari concetti sono poco diffusi ed è questa la ragione dell’arretratezza economico-sociale e della quasi inesistente competitività. Il ceto politico, anziché spingere per acquisire la capacità di competere dei propri concittadini amministrati, ha scelto la strada della perdizione: distribuire prebende e indennità, insomma fare assistenzialismo che intorpidisce le menti, cassa lo spirito di iniziativa anche embrionale, istupidisce la gente.

La Repubblica fondata sul lavoro (degli altri), sì perchè in Italia vi sono molti parassiti, soprattutto annidati all’interno delle istituzioni e della Pubblica amministrazione. A Marsala, il primo maggio, il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, si è scagliato contro Stato, Regioni e Comuni responsabili della crisi. Ha detto: “Le istituzioni locali non hanno il pudore di stroncare gli sprechi e di tagliare i privilegi”. Di questo si tratta. Proprio di stroncare gli sprechi e tagliare i privilegi.
Secondo il Documento di economia e Finanza 2011, la spesa pubblica è prevista in 725 miliardi. Al suo interno si potrebbe fare un taglio ragionato e qualificato del 10 per cento senza penalizzare i servizi essenziali e quelli sociali, ma solo eliminando gli acquitrini che si formano quando l’acqua imputridisce. Elemento di putrefazione è la corruzione diffusa che le stesse istituzioni non combattono perché non ne hanno l’interesse, essendo conniventi parecchi dei loro rappresentanti.


Tags: Lavoro
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