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Ucciso Franky Boy, trait d'union tra 'mericani' e Palermo

La storia di Frank Calì, nato negli States da genitori palermitani e diventato boss della cosca Gambino di New York che gestì il narcotraffico tra i due continenti



Per i "picciotti" siciliani era "O Frankie", i clan d'oltreoceano preferivano chiamarlo "Frankie boy".
 
Gli inquirenti italiani ne intuirono il "peso" all'interno della famiglia mafiosa Gambino di New York oltre dieci anni fa, quando nell'inchiesta "Old Bridge" lo arrestarono a casa dell'amante in un appartamento di Long Island.
 
Un'ascesa rapidissima e tanti soldi, poi la scelta del "basso profilo" degli ultimi tempi e, adesso, la morte in un agguato mafioso.
 
Frank Calì, 54 anni, è stato ucciso davanti alla sua casa di Staten Island da un killer che gli ha scaricato addosso sei colpi di pistola e l'ha poi travolto fuggendo in auto.
 
Muoversi tra le sue società, molte delle quali nel settore della distribuzione alimentare, per gli investigatori non fu facile.
 
Frankie aveva interessi ovunque: imprese edili che realizzavano palazzi nella Grande Mela, aziende per il riciclaggio di denaro in paesi offshore.
 
Nato a New York da genitori palermitani, sposato con una Inzerillo, dell'omonima famiglia mafiosa scappata negli Usa per sfuggire alla furia omicida di Totò Riina, sarebbe stato affiliato alla famiglia Gambino da giovanissimo.
 
Dopo l'arresto dei fratelli Gambino venne inserito nel quadro di comando del clan. Le indagini accertarono suoi contatti con i boss di Palermo, in particolare con Antonino Rotolo tramite Nicola Mandalà, mafioso di Villabate, e Gianni Nicchi, giovane boss poi finito in manette. I due andarono a New York più volte per incontrarlo.
 
L'inchiesta "Old Bridge" fu la riprova che la droga continuava a essere comune denominatore degli affari illeciti tra le cosche siciliane e quelle statunitensi. Le cosche palermitane affidavano il denaro frutto delle estorsioni e delle altre attività illecite, perché venisse reinvestito in stupefacenti, agli emergenti come era allora il palermitano Gianni Nicchi. Ed proprio seguendo i viaggi oltreoceano di Nicchi, che all'epoca non era ancora latitante, che nel 2003 gli investigatori riannodarono i fili del'antica rete della droga che unisce il vecchio al nuovo continente.
 
Dopo il suo arresto nell'operazione Old Bridge, il trait d'union tra cosche siciliane e americane, soprattutto per i traffici di droga, diventò Roberto Settineri, palermitano sbarcato a Miami ufficialmente per gestire un'attività di import-export di vini, di fatto interlocutore siciliano delle storiche famiglie dei Gambino e dei Colombo.
In Florida Settineri giocava in casa. In pochi anni era riuscito a moltiplicare il suo patrimonio. Ma gli toccò la stessa sorte di Frankie: le manette che Fbi e Polizia gli strinsero ai polsi nel 2010. Da allora, dicono gli inquirenti, gli equilibri criminali nel business della droga non sarebbero più gli stessi.
 
Lo provano due grosse inchieste: New Bridge e Columbus, che raccontano di una egemonia totale della ndrangheta nel settore.
 
Il "ponte" legherebbe ora 'ndrine e "famiglie" americane e Cosa nostra avrebbe decisamente perso potere. Un'inchiesta del 2014 accertò che cartelli calabresi pianificavano e realizzavano l'acquisto di cocaina che arrivava da New York al porto di Gioia Tauro.
 
Un anno dopo, nel 2015, gli stessi investigatori della Polizia di Stato e agenti delle agenzie federali americane del Federal Bureau of Investigation (Fbi) e dell'Homeland Security, nel corso dell'operazione congiunta Columbus disarticolarono in Calabria e a New York un'organizzazione criminale con proiezioni transnazionali dedita ai traffici internazionali di droga tra gli Stati Uniti e la Calabria.
 

Articolo pubblicato il 15 marzo 2019 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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