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Quotidiano di Sicilia



Artista sovrano, ultimo libro di Giuseppe Frazzetto

di Carmelo Lazzaro Danzuso

Amplissima e colta rassegna di analisi e teorie sull'arte



CATANIA - “Il nuovo paradigma dell’arte postula una specifica connessione arte-vita come mimesi di alcuni tratti dell’atteggiamento contemporaneo rispetto alla vita”.

Giuseppe Frazzetto ha dovuto costruirsi una scrittura a un tempo antica e innovativa per illustrare, tra contraddizioni e conflitti, l’Universo mondo della postcontemporaneità che galleggia in quel presente assoluto che l’autore ha già descritto in “Molte vite in Multiversi”.

“Artista sovrano, l’arte contemporanea come festa e mobilitazione” (Fausto Lupetti editore, 208 pagine, 15 euro) contiene una torrenziale pioggia di domande - tra testo e note nel libro ci sono ben 201 punti interrogativi – e un’amplissima e colta rassegna di analisi e teorie sull’arte.

Ma non solo sull’arte: metodologie e terminologie caratteristiche dai più disparati settori - filosofia, politica, economia, religione -  che descrivono tutti varie sfaccettature della contemporaneità, applicabili anche al contesto artistico.

Frazzetto analizza “questa fase inquieta, irreale-finanziaria, postmediale o postcontemporanea” in cui un’arte “a volte indistinguibile dalla documentazione” si confronta con i luoghi e la soggettività dell’artista si dissolve fondendosi con l’intervento dello spettatore-prosumer. Anche lui  vuol essere sovrano come l’artista: “scrivere anziché leggere, fotografare e/o dipingere piuttosto che guardare, suonare e non ascoltare”. E che  sia competente, bravo, è irrilevante. Può anche limitarsi a “montare” materiale esistente (il copia-incolla dei social), perché il fatto stesso di esserci, e non fare nulla è arte contemporanea, che ha come tratto peculiare il nesso festa/mobilitazione. E Frazzetto porta a esempio il frontman cantante che “Si limita a esistere, lì, nella scena situazionale”, ossia qualcosa che tenta di racchiudere il flusso della vita “in uno spazio/tempo limitato” entro il quale le regole dell’arte e della vita “temporaneamente vengono sospese”.

Così, l’artista che determina una scena situazionale “ne è sovrano, in quanto è in grado di proclamarne l’eccezionalità”. Tra le scene situazionali, nel libro, vengono citate quelle di Marina Abramovich e di Yoko Ono, sottolineando come la loro relativa separatezza “somiglia strutturalmente a quella del gioco”. Ma si inseriscono tra le scene situazionali (“sia pure delocalizzate e astratte e depotenziate”) anche i social network.

Perché al centro di “Artista sovrano” non c’è la mutazione dell’arte, ma quella dell’Uomo e della sua Collettività, la perdita – o l’accrescimento – della sua Umanità. Il suo essere diventato cyborg, o fyborg, secondo la definizione di Chislenko, il futurologo suicidatosi nel 2000 che così indicava chi utilizza dispositivi bionici o elettronici esterni (pacemaker, apparecchi acustici e cellulari).

Ma il punto di non ritorno non è rappresentato da  web e digitale (anche se si cita Steve Jobs con il suo “Stay hungry, stay foolish”), è ben più antico. Frazzetto lo fa risalire a Marcel Duchamp, l’anti-artista. Sovrano in quanto inventore del ready-made: libero di eleggere a opera d’arte un oggetto qualunque. Fu allora che l’arte diventò “una specie di sortilegio che conferisce valore a qualcosa”.

Ma è nell’era di Internet e della gamification dei videogiochi (argomento al quale Frazzetto ha dedicato il suo “Epico caotico”) che si giunge al Terzo stato dell’arte, quello che non produce opere ma “Ha a che fare con operazioni quasi impercettibili, quotidiane, spesso perfino indistinte rispetto a comportamenti ordinari”.

Frazzetto è un Flaneur che descrive rovine, che constata, desolato, la morte “dell’arte che ci toccò conoscere, amare, studiare, ovvero l’arte del Primo e del Secondo Stato”.

Un’arte polverizzata, derubricata a estetica, intrattenimento, a nulla, specchio della vita fai-da-te del prosumer, signore-servo impegnato nel design di se stesso in città che sono “un montaggio. Il montaggio in cui viviamo”, in case permeabili a “un turbinio di mostre… carosello inarrestabile delle immagini dell’estraneo/lontano che ci vengono scaraventate addosso. Sono la nostra vita mediata/mediatica”.

Una mashup life, una vita ridotta a elenco, a playlist, segnata da interminabili e onanistici selfie, da miseri collage “sovraccarico di frammenti privi di connessione” sempre più trash perché privi della meraviglia della sorpresa.
Certifica la morte dell’arte come l’abbiamo finora conosciuta, Frazzetto, sperando nella sua resurrezione.

Per concludere con quel gioco degli interrogativi che pervade “Artista sovrano”, mi piacerebbe sapere per quale lettore Frazzetto ha scritto questo libro. È un artista? Un prosumer? Un intellettuale?

Personalmente mi piacerebbe che lo leggessero tutti, a cominciare dai cosiddetti “nativi digitali”. Perché, al di là della complessità dei temi, vi si pongono domande fondamentali sulla nostra esistenza di contemporanei.

Articolo pubblicato il 31 agosto 2017 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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