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Quotidiano di Sicilia



Un documentario dedicato alla Sicilia rurale

di Lorena Peci

Intervista a Giancarlo Cutrona, tra gli ideatori del progetto che ha dato vita a Cca'



CATANIA - Un viaggio dentro una terra che conserva ancora ritmi e tradizioni che paiono lontani nel tempo, dove a regolare le giornate sono i ritmi dettati dal sorgere del sole e dal calare della notte. Si tratta della Sicilia raccontata dal documentario Cca’ (“qui” nel dialetto siciliano) che racchiude un racconto poetico della vita rurale in Sicilia. Il progetto è stato realizzato grazie a un’idea di due giovani siciliani, Giancarlo Cutrona (il quale ha curato la regia) e Rosario Di Benedetto (che ha collaborato alla sceneggiatura e ha curato la fotografia), con la produzione della Toolium, collettivo audiovisivo indipendente e nomade e la coproduzione del CentroStudiArtiVisive.
 
Cca’ è stato proiettato in anteprima all’Horcynus festival svoltosi a Capo Peloro il 27 agosto e sono in programma partecipazioni ad alti festival europei. Abbiamo fatto alcune domande al regista, Giancarlo Cutrona il quale ci ha raccontato un po’ di più sul suo lavoro.

Come e quando è nata l’idea di girare un documentario sulla Sicilia? Qual è stata la spinta iniziale?
“Siamo nel bel mezzo di quella che tutti ormai chiamano ‘quarta rivoluzione industriale’ e l’individuo della nostra società contemporanea è cosparso di estensioni tecnologiche. Da molti, dunque, la vita rurale è percepita come qualcosa di preistorico, ed effettivamente in Occidente è materia assai rara da trovare. La nostra spinta è stata proprio quella di voler contrastare questa idea, intraprendendo un viaggio che fosse testimonianza, e omaggio al tempo stesso, di un tipo d’uomo e di uno stile di vita che è sopravvissuto a ben tre rivoluzioni industriali e in Sicilia trova ancora espressione. Questo piccolo lembo di terra al centro del Mediterraneo, racchiude in sé la storia delle maggiori civiltà vissute tra Oriente e Occidente e rimane ancora un luogo colmo di tradizioni popolari tramandate nei secoli e di una realtà rurale molto forte”.
 
Nel documentario si ha spesso l’impressione di essere ipnotizzati dalle immagini, quasi a voler immergere lo spettatore in un tempo e in un luogo lontani. È stato così anche per voi? Vi siete sentiti immersi totalmente in una realtà fuori dal tempo?
“Era proprio quello che ci aspettavamo di trovare. Volevamo trasporre determinati luoghi e persone che avessero in sé la capacità o la forza di raccontare la semplicità di questa vita, anche solo attraverso un’unica inquadratura. Il fattore temporale, invece, è qualcosa che in questa caso va ribaltato, in quanto a nostro avviso non è la loro realtà a essere fuori dal tempo, ma il nostro presente, che ha snaturato in qualche modo il concetto di tempo e di consumo. Basti pensare al campo agroalimentare: uno degli obiettivi principali è ormai proprio quello di eliminare il tempo. La maturazione di un frutto, oggi, non ha più nessuna correlazione con il ciclo naturale delle stagioni. Al contrario, per un contadino tradizionale, il passare del tempo è tutto. Perché c’è un tempo per la semina e uno per il raccolto. L’idea non è quella di trasmettere la sensazione che si tratti di qualcosa di remoto, o di una realtà bucolica, anche se si può facilmente prestare a tale interpretazione, quanto piuttosto di ribadire che questo tipo d’uomo è ancora parte delle nostra storia. C’è stato, c’è, e forse ci sarà ancora”.

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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