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A rischio accordo migranti, petrolio e infrastrutture

Con Tripoli praticamente assediata e il premier Fayez al-Serraj, "L'uomo di Roma", che potrebbe cadere, il governo pentaleghista è in grossissime difficoltà. In ballo non c'è soltanto la questione migranti ma gli oltre 300.000 barili al giorno di Eni



La Libia nel caos: i ribelli avanzano, si combatte a sei chilometri da Tripoli, praticamente assediata, i detenuti fuggono dalle carceri e il premier Fayez al-Serraj chiede aiuto a Misurata.
 
Il governo pentaleghista, alleato del premier libico, esclude un intervento di forze speciali anche se il ministro degli esteri Enzo Moavero-Milanesi ha ribadito il "pieno sostegno italiano alle legittime istituzioni libiche e al piano d'azione dell'Onu".
 
In realtà il governo gialloverde si trova in grossissime difficoltà visto quanto sta accadendo in queste ore sull'altra sponda del Mediterraneo.
 
Grillini e Leghisti in generale e in particolare il ministro dell'Interno Matteo Salvini, avevano puntato tutto sulla Libia riguardo al nodo migranti, legandosi a doppio filo al governo di Fayez al-Serraj, non a caso chiamato nel suo Paese "L'uomo di Roma",
 
Adesso però Tripoli è sotto assedio e - nonostante l'ottimo lavoro svolto dall'ambasciatore Giuseppe Perrone che da mesi avvertiva Salvini e il governo italiano sulla possibilità di un'evoluzione molto negativa delle tensioni in atto - il personale dell'ambasciata, come annunciato ieri in maniera soft, sta smobilitando.
 
Una fuga che, a livello internazionale, confermerebbe l'approssimazione con cui l'Italia dei dioscuri Di Maio e Salvini affronta anche la politica estera.
 
Ad assediare la capitale libica è il generale Khalifa Haftar, capo dell'Lna (Libyan National Army), un esercito di cinquantamila uomini, che ha il sostegno del parlamento e di alcune tra le più potenti tribù, ma soprattutto può contare sull'appoggio silente di Russia ed Emirati e su quello esplicito di Egitto e Francia.
 
Per questo Salvini ha accusato Macron - principale sponsor della necessità che i libici vadano alle urne nei tempi decisi dalla Conferenza di Parigi, ipotesi avversata nel suo viaggio di luglio a Tripoli dalla ministro della Difesa, Elisabetta Trenta - di aver causato questa situazione.
 
Il capo della Lega lo ha fatto a suo modo, cercando di rilanciare a livello di comunicazione l'attacco al "Cattivo Macron".
 
Così ha dichiarato: "La Libia non è più un porto sicuro? Chiedete a Parigi".
 
Recentemente, rendendosi conto di aver probabilmente puntato sul cavallo sbagliato, i pentaleghisti avevano tentato di salvarsi in calcio d'angolo mandando al Cairo il ministro degli esteri Enzo Moavero-Milanesi tentando di allacciare rapporti con Haftyar attraverso il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ma è andata male.
 
E adesso Salvini rischia di perdere la sua "sponda forte" sulla questione migranti dopo aver puntato tutto proprio sulla Libia, nonostante le associazioni umanitarie, a cominciare dall'Uchnr, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ripetessero fino all'esasperazione che quelli libici non erano campi profughi ma lager come quelli nazisti, causa di violenze, sofferenze e morte.
 
Ma per l'Italia, a causa del comportamento del governo pentaleghista, ci sarebbero ben altri problemi. A cominciare dal fatto che la Libia rappresenta per il Paese una delle principali fonti di approvvigionamento di petrolio: Eni estrae ogni giorno oltre trecentomila barili di oro nero.
 
E non solo: in Libia aziende italiane come Finmeccanica, Impregilo, Edison, Saipem e Unicredit sono impegnate in grandi progetti, come il riammodernamento e l'ampliamento di varie infrastrutture compresa la rete ferroviaria.
 
Finora il garante è stato "L'uomo di Roma", ma se Tripoli dovesse cadere e il generale Haftar prendesse il potere, il danno per l'economia italiana potrebbe rivelarsi gravissimo.

Articolo pubblicato il 04 settembre 2018 - © RIPRODUZIONE RISERVATA


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