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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Feb
01
2012
La montagna ha partorito il topolino. Il penultimo giorno di gennaio, Camera e Senato hanno deciso di diminuire le spese dei propri bilanci. Una riduzione veramente forte, ove si consideri che il magro stipendio di deputati e senatori, condito di ammennicoli vari, è di oltre 20 mila euro al mese. Esso viene tagliato di ben 1300 euro, peraltro compensato da un aumento che si sarebbero voluti fare. Dal che si deduce che la diminuzione non è effettiva rispetto all’attuale prebenda.
Eppoi, udite udite, senatori e deputati dovranno giustificare il cinquanta per cento della spesa per i loro portaborse. Evidentemente la ratio di questo provvedimento è un pieno riconoscimento della realtà perché, in effetti, i parlamentari hanno lucrato su questa voce che ammonta a 43 mila euro annui, esentasse. Il riconoscimento, cioè, dell’imbroglio che i parlamentari hanno fatto in questi anni. Parlamentari che non si rendono conto che il loro comportamento, consistente nel difendere privilegi inauditi, unici in Europa, li sta facendo screditare ogni giorno di più di fronte agli occhi dell’opinione pubblica.

Eppure sentono nelle radio, pubbliche e private, nelle televisioni, pubbliche e private, il coro unanime dei cittadini che li stanno cominciando ad odiare, perché prendono atto che di fronte ai loro sacrifici, deputati e senatori continuano a fare la bella vita.
L’altro aspetto da non sottovalutare, per quanto meno noto, è l’insieme dei privilegi e dei vantaggi che hanno dirigenti e dipendenti pubblici, i quali, per contro, non riescono ad accreditarsi per la buona amministrazione ma, anzi, vengono insultati dai cittadini perché non riescono a fornire servizi efficienti e a basso costo.
La responsabilità di questo stato di cose non è solo del ceto politico e burocratico, ma riguarda l’intera borghesia (imprenditori, professionisti, dirigenti privati e altri) che, quando hanno rapporti economici col settore pubblico, speculano oltre misura e nei modi più creativi.
A fronte dei pessimi soggetti vi è, per fortuna, una maggioranza di politici, burocrati, imprenditori, professionisti ed altri, che lavorano facendo sacrifici e, di fatto, sostenendo l’intero Paese.
 
Noi, sessantenni e settantenni, stiamo avvelenando il pane dei nostri figli. È una frase cominciata a circolare da qualche mese, quando il Governo Monti ha dovuto spiegare che l’abolizione delle pensioni di anzianità era indispensabile per consentire ai futuri pensionati di percepire l’assegno.
La ministra Fornero usa lo stesso argomento per la riforma del lavoro. Impossibile continuare a proteggere chi lavora stabilmente con contratto a tempo indeterminato e danneggiare fortemente tutti coloro che entrano nel mondo del lavoro in modo precario.
Occorre che i primi facciano un passo indietro, per consentire ai secondi di fare un passo avanti. Occorre un equilibrio nel mondo del lavoro, per consentire l’entrata e l’uscita in modo ragionevole a tutti. Esattamente come accade negli Stati Uniti, l’ingresso nel mondo del lavoro non dev’essere sbarrato da pesanti cancelli, ma aperto con una porta girevole, di quella che hanno gli alberghi a cinque stelle.

La nostra generazione ha l’obbligo etico di rinunciare in parte alle pensioni, per consentire ai nostri figli di prenderle. La nostra generazione ha l’obbligo etico di rinunciare ai privilegi, per preparare ai nostri figli uno scenario sociale fondato sull’equità e su un minimo di opportunità. La nostra generazione ha l’obbligo etico di allentare la rigidità eccessiva di chi è protetto da norme, per consentire alle future generazioni di approdare nel mondo del lavoro con continuità e facilità.
Tutto questo è un nostro dovere al quale non ci possiamo sottrarre. Chi vi si sottrae è malagente, che dev’essere indicata all’opinione pubblica come sabotatrice di quell’equità che va perseguita in ogni momento, senza tentennamenti.
L’equità si persegue mettendo sempre al primo posto, in ogni decisione e in ogni azione, l’interesse generale. Così facendo ne discende che il nostro personale interesse dev’essere sempre ad esso subordinato. Guai a chi invertisse l’ordine.