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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
01
2012
Il sistema politico e quello burocratico italiano non funzionano anche per un motivo semplice: l’assenza di sanzioni per inadempienza. Sembra una questione secondaria, ma è alla base del funzionamento di una comunità che abbia come valore la responsabilità di chi ha ricevuto il mandato o di chi è entrato nella Pubblica amministrazione per produrre servizi ai cittadini, dai quali percepiscono lo stipendio mediante la fiscalità generale.
La legge sulla trasparenza (241/90) non viene mai osservata perché mancano le sanzioni, per cui i dipendenti pubblici possono ignorarla senza pagare alcun prezzo personale. La conseguenza è che le procedure sono state pensate in modo volutamente complicato e tortuoso, in modo da costringere il cittadino a chiedere il favore e non a esigere il proprio diritto. Se quando omette di fare il suo lavoro un dirigente venisse dichiarato automaticamente decaduto e perdesse il posto, le cose andrebbero molto diversamente.
 
Per i politici le sanzioni non esistono, per la semplice ragione che la casta si autotutela votando leggi che impediscono l’istituto della decadenza. Politici con doppie cariche elettive a livello statale e locale, politici  con doppi incarichi dentro le Camere creano concentrazioni pericolose, ma non sono sanzionati con la decadenza dagli incarichi o dalle cariche. Per cui assistiamo a lampanti conflitti d’interesse, che non possono essere eliminati in quanto mancano le sanzioni.
I conflitti d’interesse sono anche nel settore privato, ove, per esempio, imprenditori fanno parte di Consigli d’amministrazione di banche e banchieri che fanno parte di Cda di imprese. Con ciò si consente agli stessi amministratori di non servire esclusivamente il proprio ente, ma, quando prendono decisioni, di fare anche gli interessi dell’altro ente. Una situazione che non fa bene alla collettività, perché rinforza l’asse tra banche e imprese, mentre dovrebbe esserci contrasto di interessi fra le une e le altre. Nessun governo del dopoguerra è riuscito a dirimere la questione, perché i poteri forti hanno voce forte in Parlamento e nelle sedi istituzionali.
 
Professori universitari che fanno i ministri senza mettersi in aspettativa dal proprio lavoro autonomo; magistrati che ricevono incarichi ministeriali, di consulenza e di altra natura, senza lasciare momentaneamente il proprio posto; dirigenti pubblici che vengono nominati commissari e ricevono emolumenti addizionali a quelli del proprio rapporto di lavoro. Sono alcuni esempi di un’opacità nel settore pubblico e politico, che non consente nitidezza dei rapporti e non consente di delineare precisi confini tra diritti e doveri.
In questo scenario, ne fanno le spese i cittadini e le imprese medio piccole, perché si trovano in un sistema ove non vi è concorrenza e competizione vera e propria, bensì una rete tesa da chi può usare la pistola con il colpo in canna. Chi è minacciato, nel mercato, è come se subisse un’estorsione.

Ne consegue una forte distorsione del mercato stesso, ove non prevalgono i più bravi, ma i più forti. Questa è una delle principali cause dell’arretratezza del sistema economico italiano: ognuno non fa esclusivamente il proprio lavoro ma anche quello degli altri, approfittando di una posizione ambigua che gli consente vantaggi, a danno di chi, invece, si occupa solo del proprio lavoro.
è del tutto evidente come chi possa avere le mani in pasta in altre pentole, abbia vantaggi su chi invece non le ha.
Il governo Monti, nei suoi primi cento giorni, ha cominciato un’opera di ristrutturazione delle norme dello Stato mai tentata in precedenza. L’alba presenta un timido sole, ma la giornata è molto lunga e non si concluderà prima delle prossime elezioni, nel 2013.
La causa dell’impossibilità di una rapida trasformazione dello Stato risiede nei vecchi partiti e nei vecchi partitocrati, gente che dopo trenta o quarant’anni è ancora alla ribalta, impedendo alle nuove generazioni ed anche ai meno giovani con nuove idee, di approssimarsi nei posti di responsabilità.