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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Lug
11
2012
Quando c’è crisi, le aziende tagliano i costi del 20 per cento rendendo più efficiente l’organizzazione e sostituendo la qualità alla quantità. Fra l’altro eliminano qualche ramo secco e in extremis mettono i dipendenti in Cassa integrazione.
Lo Stato si comporta in tutt’altra maniera. La revisione della spesa stabilita dal Governo è di circa dieci miliardi, pari all’1,5 per cento della spesa prevista dal Def in 724 miliardi. Mentre è in balia del mercato il costo per interessi stimato in 84 miliardi, importo che sarà quasi certamente superato.
Il Governo si comporta in modo contrario all’interesse della collettività, che è quello di risparmiare tagliando la spesa improduttiva. Ovviamente ogni tagliato protesta, perché vorrebbe mantenere inalterata la rendita di posizione.
È vero che il ministro Giarda ha messo sotto osservazione un primo blocco di spesa pubblica per 100 miliardi, per poi, dice, ruotare i riflettori verso un altro blocco di spesa pubblica per 300 miliardi. Però il primo minitaglio è veramente deludente.

Il Governo ha annunciato di voler ridurre la pianta organica dei dirigenti di almeno il 20 per cento e quella dei dipendenti di almeno il 10 per cento. Di buone intenzioni è cosparsa la strada dell’inferno. Infatti se non si mettono in atto meccanismi rigorosi che procedano senza guardare in faccia a nessuno, il taglio della spesa avverrà in misura talmente esigua che non consentirà di recuperare risorse per non far aumentare l’Iva e per  investimenti.
Il nodo è proprio questo. Occorrono risorse per aprire i cantieri e agevolare gli investimenti produttivi, in modo che l’occupazione ricominci a crescere, la gente abbia più risorse a disposizione, e, seppur lentamente, i consumi ripartano.
Quando un’azienda deve tagliare il costo del personale, nel caso dell’industria ricorre alla Cig ordinaria e straordinaria. Fino a qualche tempo fa, la Cig per i dipendenti pubblici non esisteva. Poi è intervenuta la legge 183/2011 la quale, all’art. 16, prevede che i pubblici dipendenti in esubero possano essere collocati in disponibilità con l’80 per cento dello stipendio. Nonostante sia in vigore da otto mesi nessun ente statale, regionale o comunale l’ha utilizzata, pur nella necessità di ridurre le spese del personale.
 
I sindacati arretrati e corporativi hanno cominciato a strillare contro i tagli e non si rendono conto che difendere i privilegiati va contro l’interesse generale.
I loro leader, Camusso, Bonanni, Angeletti e Centrella, dicono una falsità: tagliare il numero di dipendenti pubblici significa tagliare i servizi. Non è affatto vero, tanto che per lo svolgimento di quasi tutti vi è una ridondanza di dipendenti amministrativi rispetto a coloro che effettuano i veri e propri servizi. Tagliare gli apparati, dunque, non significa per nulla tagliare i servizi, ma mettere in campana dipendenti non utili agli stessi servizi in attesa che vadano in pensione o si trasferiscano al settore privato.
È proprio questa la chiave di volta degli esuberi del settore pubblico: facilitare e promuovere il loro trasferimento verso il settore privato, ove, è noto, si lavora di più ed in modo più efficiente. Forse è proprio per tale motivo che a nessun dipendente pubblico passa per la testa di trasferirsi nel settore privato. Ma, se vi fosse costretto, se cioè fosse messo davanti al bivio, del tipo o vai a lavorare nel privato o vieni licenziato, probabilmente sarebbe indotto a fare la scelta giusta.

Quanto scriviamo conferma che il settore pubblico è privilegiato, diversamente nessuno vorrebbe restarci a tutti i costi. Tale privilegio deve cessare. Il sistema del lavoro fra pubblico e privato deve avere regole uguali, compresa la licenziabilità, di modo che ogni cittadino italiano sfrutti la migliore opportunità per se stesso: un’opportunità poggiata sul merito e la responsabilità, non sul privilegio e la raccomandazione.
Privilegio e raccomandazione che generano corruzione e disfunzione, mentre i pubblici impiegati dovrebbero sempre tenere a mente l’articolo 98, primo comma, della Costituzione, il quale recita che sono al servizio esclusivo della Nazione (e non a quello del padrino politico).
Nonostante l’obiettiva critica della modestia del taglio della spesa pubblica, è stato comunicato che Enrico Bondi, detto mani di forbice, abbia già individuato 36 miliardi di tagli. Attendiamo che si tramutino in risparmi effettivi.

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