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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Feb
15
2012
Ricordo il memorabile discorso che fece Rino Nicolosi, presidente della Regione siciliana, alla Borsa di Milano nel 1986. Denunciò, con toni pacati ma forti, come la mafia si fosse infiltrata in Lombardia e nella Borsa. Era solo l’inizio di un processo che a distanza di un quarto di secolo è diventato evidente. In questi ultimi tempi sono stati sciolti per mafia alcuni Comuni del Nord (Desio, Bordighera, Ventimiglia) e altri sono sotto l’osservazione del ministero dell’Interno per presenza nei Consigli comunali della malavita organizzata.
Appare del tutto evidente come la criminalità organizzata delle tre regioni, Calabria, Campania e Sicilia, vada dove c’è polpa, cioè ricchezza, in quanto, come tutti i parassiti, non aggrediscono mai i corpi esangui.
La criminalità organizzata si è estesa anche in Veneto ed è balzata agli onori della cronaca la mafia del Brenta, che è anche collegata a quella dei Paesi dell’Adriatico orientale.

Fa particolare impressione lo scioglimento del Comune di Ventimiglia, tanto vicino al confine con la Francia. Forse proprio per questo è stato aggredito dalla criminalità organizzata che, probabilmente, avrà anche gestito il transito degli immigrati in occasione dell’exploit di Tunisia e Libia. A proposito, miracolosamente gli sbarchi sono finiti. Chissà perché.
La mafia del Nord è la mafia delle regioni ricche, quella in guanti bianchi, che utilizza per i propri affari professionisti di alto livello ma di bassa etica, i quali sono connessi con imprese che mirano al profitto illecito e, contemporaneamente, sono evasori fiscali.
Non si capisce perché nello spot che provvidamente sta martellando i telespettatori dalle reti televisive si rappresenti come prototipo di evasore un poveraccio vestito male anziché un personaggio vestito elegantemente, che è proprio quello che compra e usa i suv intestandoli a teste di paglia.
L’evasione e l’attività della criminalità organizzata vanno a braccetto, perché è ovvio che per quel business non viene pagata alcuna imposta. Come peraltro non viene pagata alcuna imposta sul meretricio, invece regolato, in altri Paesi come Olanda e Germania. La mafia del Nord va combattuta con le sue stesse armi.
 
Le armi in questione sono quelle che si stanno cominciando a usare contro l’evasione di imposte e contributi, e cioè l’incrocio dei dati finanziari, il controllo di conti, depositi e libretti bancari e postali, la camicia di forza del limite di pagamento di transazioni a mille euro e via enumerando.
Rafforzando i controlli sulla via del denaro, Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, in collaborazione con il ministero dell’Interno e le Forze dell’Ordine, possono snidare questi malfattori che succhiano il sangue dei cittadini onesti.
L’altra faccia della medaglia della mafia è quella del Sud, cioè la mafia povera, ma che fornisce molta manodopera alla mafia del Nord, cioè quella ricca. La criminalità organizzata che si trova soprattutto nelle tre regioni prima indicate - ma ha propagini anche in Puglia, Basilicata e Molise - tenta ancora di interferire nel business degli appalti pubblici e vessa con il racket il sistema dei piccoli imprenditori e artigiani, agendo come una sorta di Ghino di Tacco, denominazione di cui era orgoglioso il non compianto Bettino Craxi.

La mafia del Sud, quella povera, è facilitata da uno stato di sottosviluppo endemico dei territori, attraendo i disoccupati, cui in qualche modo dispensa risorse, e impone coattivamente la sua presenza al sistema delle imprese. E agisce come somministratrice di una sorta di giustizia sommaria laddove quella ordinaria, con le sue lungaggini, non riesce a essere efficace.
Disoccupazione, inviluppo, malagiustizia sono i tre elementi che alimentano la mafia del Sud. Ma vi è un quarto elemento da non sottovalutare: l’interconnessione fra la criminalità organizzata e una parte del ceto politico, quello disonesto, che pur di raccogliere consensi vende la propria madre e la propria anima senza alcun rimorso. Decine di consiglieri regionali di Sicilia, Campania e Calabria sono sotto inchiesta ma, quasi per invidia, altre decine di parlamentari nazionali si trovano sotto i raggi degli inquirenti.
Il quadro è grave. Occorre una forte e adeguata terapia con urgenza, altrimenti il peggioramento sarà continuo, verso una strada senza ritorno.