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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mag
17
2012
Giovanni Ciancimino, decano dei giornalisti siciliani, ha scritto che quello che si è celebrato l’altro ieri è stato il peggior 15 maggio di tutta la storia del dopoguerra della Sicilia, perché la Regione, condotta da presidenti inefficienti, è stata portata sull’orlo del baratro. Manca poco per precipitare.
Abbiamo scritto più volte le cause del disastro e preferiamo quindi concentrarci sulle terapie, perché di diagnosi si può anche morire.
Ma vediamo di ricordare quel 15 maggio 1860, quando si svolse la battaglia di Calatafimi. Il generale Francesco Landi dispose in cima alla collina 3.500 soldati ben armati e ben attrezzati i quali disponevano, oltre che di fucili moderni, anche di cannoni di artiglieria pesante. Dall’altra parte, nella valle sottostante centinaia di metri, mille garibaldini scalcagnati, con fucili inefficienti, nutriti così così, dovevano tentare l’impresa di risalire, terrazza dopo terrazza, per andare a snidare i borboni in cima.

Una missione impossibile sia nell’enunciazione che nell’esecuzione. E infatti non poteva avere successo. Nessuno storico è stato in condizione di spiegare le ragioni secondo le quali Garibaldi riuscì ad arrivare in cima e sconfiggere i soldati avversari.
Quando Nino Bixio, dopo la prima ondata (la scalata della collina), vide cadere come mosche i suoi soldati, urlò: “Bisogna ritirarsi”. Al che, sembra che Garibaldi esclamò la celebre frase, riportata nei libri di scuola (forse non vera): “Qui, o si fa l’Italia o si muore”. Forse il cosiddetto eroe dei due mondi (di fatto un mercenario che aveva combattuto per il piacere di combattere in tante parti del mondo) era in buona fede.
Ma i fatti dicono che vi sia stato un elemento determinante per le vicende di quella battaglia: sembra infatti che il primo ministro del Regno, che si esprimeva abitualmente in francese, Camillo Benso conte di Cavour, abbia dato una cospicua tangente al suddetto generale Landi affinché spontaneamente si ritirasse lasciando campo libero a Garibaldi e ai suoi bravi. Un fatto lo dimostrerebbe: sul campo restò qualche centinaio di morti, ma quasi tutti fra i garibaldini e i contadini siciliani che si erano uniti (pochi) all’impresa. Non vi furono perdite fra i soldati borbonici.
 
Dunque, senza Cavour Garibaldi non avrebbe fatto neanche un metro e la storia d’Italia avrebbe preso un altro corso. Peraltro, lo stesso Cavour aveva incaricato Alessandro Dumas padre, l’autore de I tre moschettieri e famoso romanziere e storico, a scrivere la storia d’Italia prima ancora che essa si svolgesse. Quella stessa storia è andata a finire, come prima scrivevamo, sui libri scolastici che siamo stati costretti ad apprendere, insegnata in maniera acritica e non confrontata con la realtà.
Ma torniamo ai nostri giorni. La drammatica situazione in cui versa la Regione deve indurre tutta l’intelighentia siciliana, la borghesia, i sindacati, l’imprenditoria, i professionisti, i dirigenti pubblici e privati, i giornalisti e quanti altri abbiano a cuore la nostra terra, a unirsi nel nome dell’interesse superiore, avendo la forza di rinunziare agli egoismi e agli interessi privati che hanno dominato la Sicilia in questi 64 anni.
Comprendiamo che questa unione è molto difficile, però non c’è scelta se vogliamo salvare il popolo siciliano dalla catastrofe che incombe vicinissima.

I 50.000 aspiranti agli stipendi protesteranno, i 286.000 disoccupati protesteranno. Tutti protesteranno. Ma con la protesta i problemi non si risolvono.
Bisogna capire che non essendoci più la possibilità d’indebitarsi contraendo mutui, né di attingere alle risorse europee e statali, senza cofinanziare con risorse regionali, la macchina economica è immobilizzata e non potrà produrre neanche un minimo di crescita.
Ma per cofinanziare investimenti, opere pubbliche e cantieri, è indispensabile ricavare le risorse finanziarie tagliando col bisturi in modo intelligente la spesa regionale, coinvolgendo in questa operazione i 390 sindaci.
La Regione deve eliminare enti, partecipate, consulenti, spesa corrente improduttiva e ogni altra analoga, per 3,6 miliardi, come ossessivamente scriviamo da tempo su questo foglio, indicando quali debbano essere le voci dei tagli. Aprire con queste risorse agli investitori esteri e nazionali fornendo loro autorizzazioni e concessioni in 30 giorni è l’atto conseguente. Tutto ciò affinché il 15 maggio del 2013 sia la primavera siciliana.

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