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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Feb
02
2012
Venerdi 27 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato il terzo decreto della serie, che ha denominato Libera Italia, dopo il decreto Salva Italia, trasformato nella legge 214/11, e il successivo decreto Cresci Italia, in via di conversione. Le tre norme si aggiungono alle quattro leggi approvate dal Parlamento su iniziativa del Governo Berlusconi, nel 2011. Quelle quattro leggi fanno parte dello stesso libro cui Monti sta aggiungendo altri capitoli.
Il prossimo riguarda la riforma del lavoro, quello successivo la revisione della spesa denominata spending review, e poi il provvedimento urgente per tagliare strutturalmente il debito pubblico, dentro il quale dovrebbe esserci l’iniziativa per saldare in tutto o in parte i 70-80 miliardi che le pubbliche amministrazioni dei tre livelli (Stato-Regioni-Enti locali) hanno nei confronti del sistema delle imprese italiane e straniere. Un insieme imponente di riforme, che hanno due limiti.

Il primo riguarda la Pubblica amministrazione, che viene profondamente riformata e che dovrà adeguarsi, in tempi relativamente brevi, alla rivoluzione digitale. Ma al suo interno vi sono forti resistenze perché l’uso esteso dell’informatizzazione scopre inefficienze e magagne di ogni genere. Chi è abituato a fare il parassita e a sfruttare rendite di posizione metterà ogni impedimento all’innovazione generalizzata.
Il secondo limite riguarda le cinque Regioni a statuto speciale e le due Province autonome (Trento e Bolzano). Ognuno di questi sette organismi ha i propri statuti, che la legge ordinaria non sempre può valicare, col risultato che dentro tali documenti vi sono norme che continuano a mantenere privilegi di ogni genere e differenze nella spesa corrente improduttiva che nessuno vuole eliminare.
È vero che le norme sulla concorrenza sono di esclusiva competenza dello Stato, ma quelle sui tagli delle spese riguardano ciascuno dei sette enti prima richiamati. Facciamo un esempio eclatante: il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, riceve un compenso annuale di 307 mila € contro il compenso del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di appena 362 mila dollari, pari a 276 mila €.
 
Nella nostra Regione, l’elenco dei privilegi è infinito ed è stato più volte da noi pubblicato senza che i privilegiati abbiano sentito il bisogno di mettere mano ai tagli. L’Assemblea regionale siciliana costa 100 mln € in più del Consiglio regionale della Lombardia, i dipendenti e i pensionati regionali percepiscono assegni di circa un terzo superiori a statali e comunali, il bilancio della Regione è intasato di spese improduttive che impediscono di liberare risorse per investimenti, con ciò rendendo impossibile l’utilizzazione dei fondi europei. I dipendenti regionali vanno in pensione prima degli statali e con ricche liquidazioni.
Il numero dei dipendenti della Regione è enormemente sproporzionato rispetto ai servizi che rende, tra l’altro in modo inefficiente. Noi abbiamo contato 14.019 dipendenti in più rispetto a quelli della Regione Lombardia, a parità di funzioni, cui si aggiungono i 27 mila forestali, i 10 mila formatori e altri parassiti (perché non utili alla produzione di ricchezza).

Contro questi privilegi ed eccessi della spesa inutile, c’è solo un rimedio: inserire nella riforma costituzionale in atto una norma che preveda l’impossibilità per l’ente a statuto speciale o in regime di autonomia di superare i tetti di spesa fissati da Governo e Parlamento. Tale norma dovrebbe vietare di legiferare in contrasto con le norme statali, in modo da evitare che siano mantenuti i privilegi.
In una frase, potremmo condensare tale norma come segue: più concorrenza, meno spesa. La norma avrebbe la funzione di indurre gli scellerati irresponsabili di Regioni e Province autonome a diventare virtuosi, vale a dire a spendere lo stretto necessario per la produzione dei servizi e nulla di più, a rendere efficienti ed efficaci i servizi medesimi, a utilizzare le risorse che entrano nel bilancio dell’ente in misura limitata per la spesa corrente e in misura ben maggiore di quella attuale per la spesa relativa a investimenti e nuove attività produttive.
Quello che ripetiamo sembra un ritornello monotono, ma la crescita dell’Italia passa attraverso comportamenti virtuosi. I viziosi vadano al nono cerchio dell’inferno.