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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Dic
20
2011
La Manovra in corso di approvazione ha caricato i cittadini per circa due terzi con nuove imposte tagliando solo per un terzo la spesa pubblica. Di essa, quasi tutto proviene dal riordino delle pensioni di anzianità. Nessun taglio è stato fatto alla spesa pubblica e alla spesa per il mantenimento dei privilegi del ceto politico e burocratico.
Monti ha comunicato a chiare lettere che questo primo atto aveva il compito di mettere in sicurezza i conti per raggiungere tassativamente il pareggio di bilancio.
Il secondo atto, in gestazione, dovrebbe riguardare gli altri due tasselli di politica economica di questo Governo: il taglio della spesa improduttiva mediante il meccanismo di spending review e la destinazione delle risorse così recuperate agli investimenti in attività produttive e in opere pubbliche, che sono l’unico modo per poter produrre nuova ricchezza e quindi recuperare il Pil perduto, almeno in parte.

All’interno della revisione della spesa pubblica vi è l’obiettivo primario di tagliare gli interessi sul debito pubblico, che quest’anno supereranno abbondantemente gli 80 miliardi. Se mediante la vendita del patrimonio pubblico si riuscissero a incassare 200 miliardi, destinati a far scendere da 1.900 miliardi a 1.700 il debito, vi sarebbe un immediato risparmio di 10 miliardi di interessi. Il processo virtuoso così avviato potrebbe, nel corso di un triennio, abbattere tale debito mediante la cessione di immobili e azioni non strategiche per almeno 500 miliardi.
Il secondo atto è, dunque, tagliare le uscite improduttive che servono solo ad alimentare clientelismo, corporazioni, caste e altri parassiti che gravano sulle tasche degli italiani. La regola del divieto di aumento della spesa pubblica oltre il 50 per cento dell’aumento del Pil vale quando tale aumento c’è. Quando, invece, c’è un regresso è del tutto ininfluente. Si deve passare perciò al taglio con forbici affilate e turandosi le orecchie per non ascoltare i lamenti dei privilegiati che perdono in qualche misura i vantaggi avuti sulla collettività per troppo tempo.
Si tratta quindi di destinare tutte le risorse possibili verso l’apertura dei cantieri e l’attrazione di risorse di gruppi internazionali che non vedono l’ora di investire in Italia.
 
Ma, c’è un grosso “ma”. Chi viene da noi ha bisogno di sicurezza in ordine all’attività autorizzatoria e concessoria. Nessun gruppo imprenditoriale è propenso a investire i propri soldi e a dare lavoro agli italiani se  non riesce a ottenere i documenti necessari per la propria attività, rilasciati dalla Pubblica amministrazione in 30 o 60 giorni.
E qui arriviamo al punto più dolente di questa nostra Nazione, così arretrata da far disperare quando si pensa a un’inversione di marcia.
Non solo c’è un enorme appesantimento dell’organico, a tutti i livelli, ma quest’organico è privo di organizzazione, carente di efficienza, incapace di perseguire obiettivi, anche perché nessuno controlla che essi producano risultati.
Ho rivisto con piacere, di recente, un vecchio film, Il ponte sul fiume Kwai, interpretato magistralmente da sir Alec Guinnes. Come qualcunon ricorderà, un gruppo di soldati inglesi prigionieri dei giapponesi si impegna di costruire un ponte ove deve passare la ferrovia.

Per costruire il ponte, il gruppo di soldati propone al comandante giapponese del campo di cambiare metodo di lavoro per applicare un Piano che aumenti del 30 per cento la produttività, non solo dei soldati britannici ma anche di quelli nipponici, in supporto ai primi. Naturalmente il ponte è ben costruito, anche se poi sarà fatto saltare da altri inglesi.
Ho ricordato, vedendo il film, che anche mezzo secolo fa vigeva la regola del Piano di lavoro per aumentare l’efficienza. Non mi rendo conto come nei Ministeri, nelle Regioni e negli Enti locali nessuno senta il bisogno di formulare un Piano aziendale suddiviso nelle sue classiche quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Dall’assenza del Piano si deduce facilmente come non si possa ben gestire un Ente pubblico, nè utilizzare al meglio le risorse finanziarie di cui dispone, nè raggiungere risultati apprezzabili.
Ma allora che cosa fanno i responsabili politici e burocratici per migliorare l’efficienza? Nulla: aspettano Godot.