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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Apr
25
2012
La demarcazione tra l’Italia che lavora e quella che si fa assistere è netta. Per lavoro intendiamo la fatica che fanno le persone per produrre ricchezza. Il lavoro in quanto tale non serve a nessuno, salvo che per occupare il tempo ed ottenere una qualunque indennità.
Mi ricordo che ai tempi della partitocrazia della Prima Repubblica, in Sicilia vi erano imprese assistite e colluse col ceto politico che spianavano montagne di terra e la riportavano in altri territori ove ricostituivano le montagne. Un vergognoso sistema per assorbire parassitariamente risorse pubbliche: una collusione fra ceto politico, burocrazia, imprenditori e professionisti che hanno succhiato il sangue dei siciliani per interi decenni. Quello descritto, ribadiamo, non è lavoro.
Per fortuna vi è l’Italia che lavora, che produce ricchezza, e vi sono milioni di persone, dipendenti, autonomi, professionisti, imprenditori, che esercitano un lavoro produttivo. Poi, vi sono altri milioni d’italiani che si fanno assistere non effettuando un lavoro produttivo di ricchezza. In questa categoria si annida la gran parte di pubblici impiegati (dirigenti e dipendenti), ma anche imprenditori assistiti, professionisti affiliati ed altri che vivono sulla greppia pubblica.  

Tutti questi sono fonte di spesa improduttiva. Se non ci fossero, neanche tale spesa ci sarebbe. Nessuno si accorgerebbe del taglio netto e preciso di somme che oggi vengono assorbite senza alcun costrutto.
Molti blaterano dicendo che bisogna creare lavoro e sostenendo che esso è un diritto e che la Repubblica deve togliere gli impedimenti affinché tale diritto sia esercitato. Il principio è ottimo, la sua traduzione in comportamenti è stata falsata. Infatti il lavoro non si crea per magia, ma bisogna metter in atto processi economici che consentano di crearlo. Ripetiamo: creazione di lavoro, non di posti di lavoro.
Perciò vanno sostenute le nostre imprese, vanno messi in cantiere meccanismi d’attrazione d’investimenti stranieri, vanno aperti centinaia di migliaia di cantieri per opere pubbliche nei quali trasferire moltissimi dipendenti pubblici, inutili dove sono, che potrebbero diventare utili nella costruzione di opere pubbliche.
In altre parole bisogna trasferire i nullafacenti in lavori dove diventano produttivi.
 
Per attrarre investimenti pubblici, occorrono le condizioni che i gruppi internazionali pongono alla loro attenzione prima di decidere: una burocrazia snella, che rilasci autorizzazioni e concessioni in 30 giorni (in tempi europei), la giustizia che funzioni in modo da risolvere le controversie in sei mesi e non in dieci anni, i contratti di lavoro che siano uniformati a quelli europei per evitare inutili vincoli che di fatto bloccano la mobilità nelle attività.
E ancora, non meno importante, una vera concorrenza nel mercato che impedisca il privilegio di monopolisti e oligopolisti mentre favorisca l’emersione del merito e della responsabilità conseguente a capacità e professionalità. Quello che scriviamo mira a spiegare come sia indispensabile dividere il grano dal loglio.
La zizzania del settore pubblico,  infatti, inquina la parte buona dell’Italia che lavora, anche perché la partitocrazia è sempre più avida e si inserisce come metastasi nel tessuto economico per divorare le risorse in uno sfrenato egoismo che non ha limiti.  

Lo strozzinaggio degli enti pubblici nei confronti delle imprese, ritardando in tempi inverosimili i pagamenti, è un ulteriore elemento di peggioramento. Lo Stato, da un canto, è rigorosissimo quando deve incassare le imposte, con un braccio operativo quale è Equitalia che usa il randello nei confronti dei contribuenti, ma dall’altra parte, è strafottente nei confronti delle imprese quando le deve pagare per forniture e prodotti ricevuti.
Un articolo semplice dovrebbe consentire alle imprese di compensare crediti per forniture con debiti per imposte di varia natura in quello strumento mensile denominato F24. Quanto meno questa compensazione consentirebbe di evitare alle imprese di doversi indebitare con le banche a causa del pagamento delle imposte senza aver precedentemente riscosso i crediti vantati verso le diverse pubbliche amministrazioni.
Una direttiva Ue (n.7 del 2011) ha stabilito che entro il 2013 lo Stato debba emanare una legge per recepirla. Ma anche senza, le imprese possono appellarsi alla stessa per esigere i loro crediti.