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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Ott
26
2011
Il presidente del Consiglio, nella sua dichiarazione del 18 ottobre, ha comunicato che il decreto sullo sviluppo sarà rinviato perché non ci sono soldi. Egli mente e dice la verità nello stesso tempo. Dice la verità perché l’ultima manovra (L. 148/11) ha portato i conti in pareggio: tante entrate e tante uscite, compresa quella per gli interessi sul debito sovrano, che ormai viaggiano sugli 80 miliardi di euro. Invece, mente perché fa intendere all’opinione pubblica che non ha risorse per finanziare la crescita.
Certo, se il bilancio dello Stato continua a finanziare tutti i privilegi, innumerevoli volte elencati, è chiaro che non c’è dove prendere i soldi per lo sviluppo. Ma se egli si decidesse, una volta per tutte, a tagliare la dannosa spesa corrente, le risorse sarebbero trovate immediatamente.
La questione è tutta qui: continuare ad alimentare i parassiti che vivono sulla finanza pubblica senza nulla dare in cambio, oppure togliere il sangue a queste arpie e inserirlo nel circuito buono.

La questione è così chiara che solo i finti orbi non vogliono vederla. Dietro a questo comportamento c’è un subdolo e furbo disegno che è quello di proteggere coloro che nella prossima campagna elettorale voterebbero ancora per il Cavaliere perché i loro interessi di Casta sono stati tutelati ampiamente.
Il consenso si può conquistare in due modi opposti. Uno clientelare, accontentando chiunque faccia richieste non confessabili. L’altro, fare un grande disegno strategico di sviluppo, spiegarlo bene ai cittadini, i quali non sono stupidi e comprendono perfettamente che se i sacrifici sono volti a far crescere il Paese, a dare lavoro ai giovani, ad alimentare le casse dello Stato mediante le imposte, le quali poi vengono spese bene, vanno a loro beneficio.
Per scegliere questa seconda strada ci vogliono teste pensanti, capaci di guardare lontano e di tagliare i cordoni asfissianti di tutti coloro che vogliono fare prevalere il loro interesse privato.
La questione più importante è restituire alla pubblica amministrazione italiana e a molte di quelle regionali e comunali i criteri di merito e responsabilità, in modo che essi funzionino bene.
 
Perché funzionino bene occorre che ogni amministrazione rediga il suo Piano aziendale, il quale stabilisca le quattro classiche fasi: programmazione, organizzazione, gestione e controllo, e nel quale siano inseriti tempi, modi, quantità, obiettivi.
Non sappiamo se i dirigenti generali preposti ai dipartimenti e alle direzioni degli enti siano nelle condizioni professionali di stendere il Piano aziendale: lo comprendiamo quando, interrogando qualcuno di essi, ci rispondono che l’ente pubblico non è un’impresa. Si tratta di una risposta non professionale, perché qualunque studente di economia sa che l’impresa stende il Piano industriale, che determina come obiettivo il lucro, mentre l’ente pubblico stende il Piano aziendale, che determina la massimizzazione del rapporto tra costi e benefici. Nel Piano aziendale sono inseriti i requisiti di efficienza, organizzazione, economicità, essenzialità del sistema, produttività e inerenza della spesa.

Come vedete, tutto è estremamente semplice ed estremamente chiaro. Chi non persegue gli obiettivi con capacità non potrà raggiungerli. Chi non vede che ogni attività lavorativa deve produrre valore, è inutile all’ente cui appartiene e a sé stesso, oltre che alla collettività. Berlusconi, con la tiritera che soldi non ce ne sono, inganna i cittadini, l’abbiamo già scritto, mentre ci sarebbe bisogno che egli dicesse con chiarezza quali sono le spese inutili che la prossima legge finanziaria, chiamata legge di stabilità, deve tagliare, senza guardare in faccia nessuno.
La necessità di inserire una patrimoniale leggera, richiesta a gran voce da tutti gli imprenditori, è essenziale, l’eliminazione del privilegio della pensione di anzianità e il taglio di prebende di ogni genere e tipo che il ceto politico statale, regionale e locale percepisce indebitamente, sono conseguenti.
C’è, dunque, ove prendere le risorse. Noi l’abbiamo indicato più volte, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Di sordità si tratta, non di incompetenza, perché siamo convinti che i consiglieri economici del presidente del Consiglio siano capaci. Non sappiamo se siano onesti.