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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Gen
28
2012
È passato in silenzio un profondo mutamento dell’assetto strutturale della Cassa depositi e prestiti. L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha trasformato tale ente in una società per azioni e le ha affidato una missione molto più ampia di quella precedente.
Non a tutti è noto che la Cdp è un enorme serbatoio finanziario, perché vi confluisce dentro tutto il risparmio postale, di cospicue dimensioni. La sua funzione precedente consisteva principalmente nel finanziare opere pubbliche degli enti locali. Con la sua trasformazione in Spa, la Cdp può intervenire nel mercato degli investimenti, direttamente o indirettamente.
È stato nominato amministratore delegato un bravo manager bresciano, Giovanni Gorno Tempini, che sta rivoluzionando in silenzio le attività, provvedendo anche a inserirsi in altre strutture con importi rilevanti. Questo fatto sta cambiando lo scenario, che qui appresso descriviamo. 

È stato costituito nel 2011 il Fondo italiano di investimenti. Nel forum effettuato col suo presidente, Marco Vitale, anch’egli bresciano, sono descritte le attività e le azioni di Fii. Vogliamo sottolineare che esso interviene nel capitale di rischio di imprese che fatturano da 10 a 250 milioni di euro.
L’Ffi è il Fondo strategico italiano, in cui vi è una rilevante partecipazione della Cdp e il cui presidente è proprio Gorno. Questo fondo interviene nel capitale di rischio di imprese che vanno da 250 milioni di fatturato in su e occupa uno spazio a completamento di quello dell’Fii.
Vi è poi un terzo fondo, F2i, il cui amministratore delegato è Vito Gamberale, che si occupa di finanziare infrastrutture a cominciare dalla banda larga, diffusa in Lombardia e che si dovrebbe estendere al resto del Paese. Senza questa necessaria rete, difficilmente i sistemi di teletrasmissione possono evolversi e competere con il mercato.
I tre fondi prima descritti hanno missioni diverse, ma coprono un’area importante per lo sviluppo. Nessuno dei tre effettua operazioni che non siano attentamente studiate e valutate, tendenti a far crescere le imprese, quindi il loro ebitda e il relativo cash flow. Quest’ultimo serve per rimborsare il finanziamento del fondo.
 
Va da sè che l’economia italiana, per diventare più competitiva, ha bisogno di maggiore circolante finanziario, ma anche di finanza per costruire infrastrutture e innovare quelle esistenti. In Italia operano tanti altri fondi nazionali e stranieri, ma essi non sono sufficienti a rimpolpare i mezzi delle imprese se il sistema bancario nel suo complesso non fa la sua parte.
Come è noto, il credito è essenziale per lo sviluppo del business. Quando le banche chiudono i rubinetti, di fatto bloccano l’attività. La Pubblica amministrazione si mette di traverso, vessando le imprese cui non paga i propri debiti, per un ammontare stimato comunemente in circa 70 miliardi di euro.
Una cifra enorme che viene sostenuta in minima parte col capitale proprio (è noto che le imprese italiane sono sottocapitalizzate) ed in parte mediante affidamenti bancari. Ma questi ultimi, che dovrebbero finanziare lo sviluppo, vengono utilizzati, invece, per sostituire la carenza della Pubblica amministrazione.

In Italia manca il venture capital, ovvero è esercitato in misura insignificante. Quel capitale che finanzia progetti ad alto rischio, ma che poi ha un suo ritorno dalle imprese che riescono a sfondare. Qui siamo lontani dall’espandersi di tale strumento finanziario, perché il rischio, più che essere accettato come una sfida, viene indicato come uno spauracchio, di cui il pavido sistema bancario ha una folle paura.
Non ho mai capito perché le banche si sentano tranquille quando hanno garanzie immobiliari, nonostante sia noto che una procedura esecutiva duri anche 15 anni, quindi non serve a ricostituire la liquidità.
Ed è proprio la liquidità il punto dolente della situazione, perché le banche sono incagliate nei titoli del debito pubblico di tante nazioni, compresa la nostra. L’iniezione di 115 miliardi di euro che ha fatto la Bce alle banche italiane è stata assorbita senza, dall’altra parte, fare allentare la stretta degli affidamenti alle imprese. Proprio qui dovrebbe intervenire il governo Monti. Attendiamo.