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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Dic
28
2011
Monti è stato bloccato quando ha tentato di inserire nel decreto della “Fase uno” le liberalizzazioni (assicurazioni, banche, petrolieri, taxi, farmacie, servizi pubblici locali e via enumerando).
è stato bloccato, altresì, quando ha cominciato a usare, moderatamente, le forbici per tagliare la spesa improduttiva. Il risultato è stato che gli italiani sono stati subissati di imposte dirette e indirette, per far quadrare i conti che invece dovevano raggiungere il loro equilibrio attraverso la riduzione delle spese.
Cosa fatta, capo ha: la quinta manovra del 2011 ha trovato consacrazione in Senato, dove è stata convertita in legge il 22 dicembre. Peraltro, il decreto milleproroghe, chiamato pocheproroghe, approvato dal Consiglio dei ministri di venerdi 23, non ha alcuna rilevanza sulla situazione generale.
Ora si tratta di vedere se la cosiddetta “Fase due” sarà una cosa seria o una curetta all’acqua di rose. I nemici più forti saranno gli Enti locali che non vorranno rinunziare al feudo delle società create per fare clientelismo.

Senza competitività non c’è sviluppo. È questo l’altro importante impegno del Governo. La competitività si ottiene mediante le riforme che inseriscano concorrenza nel mercato. Il sottosegretario Antonio Catricalà sa perfettamente cosa serve e quali nuovi e più forti poteri bisogna dare all’Autorità antitrust, presieduta da Giovanni Pitruzzella, perché in tutti questi anni ne ha fatto richieste specifiche al Governo, mai evase.
La competitività c’è quando non vi sono vincoli di mercato o posizioni dominanti di chi è più forte e utilizza i privilegi per ottenere vantaggi. Questi vantaggi sono ottenuti da quelle categorie elencate all’inizio. Se qualcuno si avvantaggia, qualche altro si svantaggia. In questo caso, sono i cittadini a subire la prepotenza di chi domina il mercato perché impedisce la concorrenza o perché fa cartelli (accordi di oligopolio), mediante i quali nessuno abbassa i prezzi dei servizi.
Ecco dove e come deve intervenire il Governo, senza guardare in faccia nessuno, anche forzando i tre poli che lo sostengono, forte di una verità: nessuno dei tre è disposto a togliere la spina.
Sul campo vi sono tante patate bollenti. La prima fra esse è la mancanza di fiducia dei mercati nella stabilità del nostro Paese. La sfiducia c’è ed è motivata appunto per l’eccesso di spesa pubblica, non giustificata dalla quantità e qualità dei servizi prodotti. E poi la sfiducia c’è per i tre enormi bubboni che moltiplicano le difficoltà: l’evasione fiscale e contributiva di 120 miliardi di euro, la corruzione stimata dalla Corte dei Conti in 70-80 miliardi, il giro d’affari della criminalità organizzata stimato dalla Direzione investivativa antimafia in circa 100 miliardi. Un totale di 300 miliardi, che costituiscono un quinto del Pil, un po’ meno di un sesto del debito pubblico. Ogni commento è superfluo.
Un’altra questione che riguarda il mondo delle imprese è la scarsa produttività del lavoro, che le rende meno competitive rispetto al mercato internazionale. Mentre prima le imprese hanno cominciato a delocalizzare nei Paesi dell’Est per la bassa manodopera, da qualche anno si verifica un fenomeno nuovo.

Di che si tratta? Delle iniziative che hanno messo in campo due Paesi confinanti, l’Austria e la Svizzera. In particolare la Carinzia, che si trova a Nord dell’Alto Adige, e il Canton Ticino, a Nord della Lombardia. Le due amministrazioni hanno istituito pacchetti estremamente interessanti per cui le imprese delle regioni del Nord stanno cominciando a delocalizzarsi in quei posti, attratti da vantaggi: il credito normale, l’ottima qualità dei servizi pubblici, il buon funzionamento delle infrastrutture, la produttività della manodopera, la rapidità dell’ottenimento di autorizzazioni e concessioni, il funzionamento della giustizia, rapida ed efficace, e così via.
Come si evince da questo elenco, non c’è il vantaggio del costo del lavoro, ma tutti gli altri elementi sono preponderanti, tenendo conto che il costo del lavoro incide sul prezzo finale di beni o servizi per non oltre un decimo.
Questa è la fotografia della perdita di competitività del Paese. Bisogna invertire l’andamento.