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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Nov
29
2011
Perché nascono le corporazioni e le Caste? Per mantenere i privilegi e detenerli contro ogni forma di innovazione. I sindacati, per esempio, sono soggetti corporativi. Si dicono rappresentativi dei disoccupati, ma, in effetti, difendono gli interessi dei pensionati e di coloro che sono dentro il mondo del lavoro iper-garantiti.
Qualunque innovazione che è stata proposta in questi ultimi decenni per inserire flessibilità nel mondo del lavoro, da D’Antona a Biagi, in modo da facilitarne l’ingresso e l’uscita è stata contrastata dal sindacato soprattutto quello duro e puro della Cgil cioè la Fiom. C’è un’altra ragione di resistenza all’innovazione: mantenere il controllo centralizzato a Roma di tutti i contratti collettivi nazionali di lavoro. Ecco perchè si sono scagliati contro la disdetta di Marchionne dell’1 gennaio 2012.
In tutto il mondo le corporazioni bloccano il progresso. In tutto il mondo la conservazione non vuole cambiare lo stato dei fatti.

Vi è una sorta di paura del nuovo, perchè il nuovo cambia gli equilibri perchè al nuovo bisogna adattarsi con fatica, perchè il nuovo fa guadagnare qualcosa ma ne fa perdere qualche altra. è difficile che spontaneamente qualcuno si adatti a modificare il proprio status, perchè teme l’imprevisto e l’incognito. Si tratta di gente che fa calcoli per difendere il proprio egoismo e il proprio interesse.
Così facevano i feudatari quando speculavano sulle fatiche dei contadini, che con il loro lavoro producevano i prodotti agricoli, ma di cui ne godevano una piccola parte. La riforma agraria fu violentemente contrastata dai proprietari terrieri, ma la sua realizzazione comportò un grande atto di democrazia.
Bisogna aver coraggio per affrontare il nuovo? No, di certo. Basta avere la consapevolezza che senza l’innovazione l’uomo è morto, o quasi. Senza l’innovazione l’uomo vivrebbe ancora nelle caverne.
L’innovazione non solo è auspicabile, ma indispensabile per progredire e per portare avanti il genere umano. Chi non è disposto ad accettare la novità è come cristallizzato, prigioniero delle proprie paure e del proprio egoismo.
 
La paura è insita nell’uomo, ne è parte integrante. Come qualunque altro sentimento è legato fortemente alle debolezze di ogni persona. Per vincerla occorre coraggio, che non si trova al mercato, siamo noi che dobbiamo produrlo, siamo noi che dobbiamo trovarlo al nostro interno.
La paura è salutare perchè ci rende prudenti e attenti. Ma è anche controproducente quando ci fa restare immobili non sapendo cosa fare. La peggiore paura è quella del nulla, non di qualcosa di specifico, materiale o immateriale. Ecco perchè bisogna distinguere la paura buona da quella cattiva esattamente come il colesterolo o lo stress.
Vi sono persone che odiano lo stress, ma sbagliano, perchè lo stress è: qualunque causa o stimolo per l’organismo vivente. Se positivo, aiuta, se negativo, reca danno. Esattamente come la paura. Chi compie un atto eroico si dice che non ha paura. Non è così. È, invece, motivato fino anche a mettere in gioco la propria vita.

Il timido ha molte paure. Cerca di scansare ogni novità, di non affrontare persone, di non dialogare perchè teme di essere messo in difficoltà. Non bisogna criticarlo, ma aiutarlo a trovare in sé gli anticorpi che gli facciano maturare un ragionamento teso a cambiare convincimento: ognuno può perdere o vincere, ma ha il dovere/diritto di giocarsi sempre la partita, possibilmente per vincerla.
Per vincere una partita è necessario innovare, pensare a molte soluzioni rispetto ai problemi, usare comportamenti adeguati ad ogni circostanza, essendo anche capaci di sfidare situazioni difficili e di sbrogliare matasse anche col sistema del filo di Arianna.
 In altri termini, non bisogna preoccuparsi più di tanto, perchè le cose vanno come devono andare, quasi indipendentemente dalla nostra volontà. Ma di una circostanza bisogna essere consapevoli, che l’energia di cui è composto il nostro corpo ci consente di affrontare con i nostri mezzi gli ostacoli avendo la consapevolezza di potercela fare e sapendo contestualmente che, se non ce la facciamo, non dobbiamo rimproverarci perchè abbiamo fatto tutto il possibile.