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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
29
2012
La riforma del mercato del lavoro è molto strana, perché priva del testo scritto. Questo non può essere casuale, ma è la dimostrazione che il Governo è andato in una fase di stallo, perché una parte di un partito che lo sostiene è legata a doppio filo con la Cgil e ha quindi un potere di veto notevole.
Monti, democristianamente, ha spostato di due mesi la riforma, a dopo le amministrative, per evitare speculazioni nella campagna elettorale del 6 maggio e del successivo turno per il ballottaggio del 20 maggio.
Dopodiché si vedrà se sarà capace di tener duro e bilanciare i nuovi oneri con alleggerimenti fra tutte le imprese (grandi, medie e piccole), oppure se soccomberà di fronte al diktat della Camusso che persegue una linea conservatrice, utile a preservare l’enorme potere del suo sindacato, che non ha eguali in Gran Bretagna o in Francia.
Nella riforma annunciata ma non scritta vi sono buone cose, che è inutile elencare perché ampiamente illustrate in conferenze stampa, in reportages, in contenitori radiotelevisivi. Inutile anche perché abbiamo l’abitudine di leggere i testi prima di opinare.

In attesa di prendere visione di quello che il Governo scriverà (presumibilmente il testo sarà reso noto al rientro del viaggio del premier in estremo Oriente), possiamo osservare che ancora una volta non è stato preso in esame il riordino dei meccanismi del lavoro nel settore pubblico. Un comparto che occupa 3,4 milioni di persone, ipergarantite, impossibili da licenziare anche nel caso di manifesta incompetenza o mancata volontà di produrre risultati, il che impedisce il fisiologico ricambio con altri cittadini preparati e meritevoli di entrare.
Nella pubblica amministrazione nessuno esce e nessuno entra. I concorsi sono bloccati, mentre si è verificato il paradosso che vincitori di concorso non sono stati ancora incardinati con rapporto di impiego a tempo indeterminato.
Nella Pubblica amministrazione i sindacati sono fortissimi, anche perché l’interlocutore-datore di lavoro è incapace di stendere i Piani aziendali, branca per branca, settore per settore, con la conseguenza che dirigenti e dipendenti sanno molto larvatamente quali possano essere gli obiettivi. Ulteriore conseguenza è che non si possono paragonare risultati con obiettivi.
 
Nel settore privato del mercato del lavoro vige il principio di competenza, almeno teoricamente. Chi non produce risultati, dal dirigente all’ultimo impiegato, viene cacciato nel primo caso e licenziato nel secondo.
Ma, mentre l’articolo 18 non si applica a dirigenti e quadri, impedisce ai dipendenti fannulloni e inefficienti di essere espulsi dal loro posto. Salvo i casi in cui questo avvenga per ragioni diverse, il che costituisce ovviamente un abuso che il giudice può mascherare. Anche nei casi veri, il datore di lavoro deve tenersi un dipendente ostile che diffonde nell’ambiente una cattiva educazione.
Purtroppo la zona grigia è estesa, ma le nuove norme dovrebbero ridurla al minimo, in modo che si sappia con chiarezza se una circostanza è bianca o nera. Ci auguriamo che il ministro Fornero sia supportato dall’intero Governo e dall’intera maggioranza per realizzare questo obiettivo.

Ritorniamo al settore pubblico, ove regnano inefficienza e disorganizzazione. Tutto ciò accade perché, ripetiamo, non esistono i Piani aziendali, quella sorta di binario su cui ogni settore dovrebbe correre per raggiungere la sua stazione.
Disorganizzazione e inefficienza non sono casuali, bensì frutto del loro voluto mantenimento, in modo da consentire, all’interno della Pubblica amministrazione, ogni sorta di abuso nonché corruzione materiale e morale, che sempre più frequentemente emergono a seguito delle inchieste della Magistratura ordinaria e della Corte dei Conti.
Se un settore non funziona, la responsabilità è del dirigente, se non raggiunge il risultato, il dirigente percepisce lo stesso il premio di risultato e, udite udite, anche i dipendenti hanno premi indipendentemente da ciò che fanno o da ciò che non fanno.
Questo sistema penalizza fortemente i bravi dirigenti e i bravi dipendenti perché ricevono esattamente gli stessi compensi di cattivi dirigenti e cattivi dipendenti.
Il merito non è di casa nella Pubblica amministrazione e ci auguriamo che la riforma annunciata vada nella direzione di dare organizzazione ed efficienza a tutto il settore.