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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Lug
31
2012
I Servizi pubblici locali (Spl) sono stati l’espediente di una partitocrazia corrotta e clientelare, per creare contenitori dentro cui immettere dipendenti, amministratori e revisori, amici degli amici. Con questo espediente hanno saltato il blocco del turn over dei dipendenti pubblici e quello dei concorsi perché, formalmente, le società che gestiscono tali servizi sono di diritto privato. Nulla vieta loro di comportarsi come tali, anche se controllati o posseduti dall’ente pubblico.
Il triangolo (ente pubblico-società figlia-ente pubblico) è micidiale, perché oltre a consentire i comportamenti clientelari prima richiamati, ottiene l’ottimo risultato di produrre servizi pubblici scadenti con contestuali gravi perdite di gestione, che poi l’ente proprietario deve risanare.
La demagogia di una certa parte della sinistra non riformista, insieme al portabandiera Di Pietro, ha promosso il referendum, ponendo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un falso quesito: se l’acqua potesse essere privatizzata o meno.

Il popolo bue ha bevuto la panzana e si è riversato a votare contro la supposta privatizzazione dell’acqua.
In verità, il referendum poneva altre questioni: se i servizi pubblici locali dovessero essere gestiti in maniera efficiente, facendo aumentare nettamente la qualità, diminuire il costo e promuovere gli investimenti necessari. Contro questo ha votato il popolo, ripetiamo, bue e ignorante, senza accorgersi del danno che faceva.
Tale danno consiste nel fatto che viene continuato lo sperpero del denaro pubblico, nel pagamento di compensi a perdere di circa sessantamila persone, oltre a centinaia di migliaia di dipendenti delle società di gestione che producono solo perdite, salvo casi di efficienza piuttosto rari.
Di fronte al risultato referendario, la Corte Costituzionale, con la sentenza 199/2012, ha dovuto confermare che non potessero esservi norme contrarie alla volontà popolare. Fra esse l’art. 4 del Dl 138/2011 e l’art. 25 del decreto sulle liberalizzazioni. Tuttavia non è stato soppresso l’art. 3/bis del predetto decreto, per cui indirettamente la Consulta ha dato un assist al Governo, nel senso che il legislatore conserva il potere di intervenire nella materia oggetto del referendum.
 
Restano in piedi le regole europee sulla materia, che sono a maglie larghe. Il legislatore sottopone l’esistenza delle società in house a tre condizioni: la società affidataria dev’essere pubblica, deve svolgere la maggior parte della propria attività a favore dell’ente affidante e, terzo, deve garantire un controllo analogo a quello che ha il dovere di esercitare sui propri uffici.
Sono, come si capisce, vincoli elastici e ci vuole ben altro per ricondurre al buon senso presidenti di Regione e sindaci, che ora dovrebbero procedere, autonomamente e senza il cappio delle norme dichiarate incostituzionali, a razionalizzare le proprie società di gestione dei servizi pubblici locali.
Se questo atto di resipiscenza fosse affidato alla valutazione di quei rappresentanti delle Istituzioni, non avremmo speranza di cambiamento. Ma così non è, perché i soldi sono finiti, la santa crisi stringe ogni giorno di più il cappio al loro collo.
Volere o volare, presidenti di Regione e sindaci saranno costretti a tagliare questi filoni clientelari e, qualora rinsavissero, sciogliere le società per affidare i servizi a dipartimenti interni agli enti.

Così operando, otterrebbero un risparmio secco delle società che andrebbero liquidate ed utilizzerebbero il personale interno,che comunque pagano, eccessivo rispetto al fabbisogno.
Resterebbe il problema non secondario della qualità dei servizi prodotti e prestati ai cittadini. Ma questo è un problema più grande e rientra nella questione generale di far funzionare tutti i servizi di Regione e Comuni sui valori di merito e responsabilità.
Questo risultato si potrebbe ottenere se i politici preposti al governo di Regione e Comuni fossero persone oneste e capaci e, secondo, se esse scegliessero dirigenti e dipendenti che si ricordassero in ogni momento dell’articolo 98 della Costituzione, i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
Ma questo concetto si è perso per strada negli ultimi vent’anni, per colpa di una partitocrazia che ha continuato a fare clientelismo e favoritismo. La Santa crisi costringerà gli stolti a rientrare sulla retta via della gestione della Cosa pubblica nell’interesse comune. Oppure saranno cacciati a furor di popolo.