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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mag
04
2012
Lo scorso martedì, si è celebrata anche in Italia la Festa del lavoro, ricorrenza ininterrotta dal primo maggio 1947. L’oceanica adunata romana di piazza San Giovanni è stata amplificata da cronisti interessati fino a una presenza, hanno detto, di 800 mila persone. Ma, secondo la Questura i presenti erano forse 100 mila, facendo il conto che in un certo numero di metri quadrati ci sta un certo numero di persone e non di più. Ma questa è un’annotazione collaterale.
Va, invece, sottolineato come il lavoro sia un’attività che deve produrre risultati, non è limitato ai dipendenti, ma a chiunque ne svolga una, sia essa datoriale, professionale, dirigenziale, autonoma o di qualunque altra natura. Tutti quelli che lavorano, in qualunque branca professionale, dovrebbero festeggiare questa ricorrenza. Ma, secondo me, dovrebbe essere onorata lavorando, come fanno ferrovieri, ospedalieri, carabinieri, poliziotti, finanzieri, dipendenti della grande distribuzione e tanti altri.

Vi è un’altra questione da osservare: questo riempirsi la bocca, da parte di tanti, sul diritto al lavoro, previsto anche dalla Costituzione. A ogni diritto corrisponde un dovere, ma se tutti i cittadini hanno solo diritti, chi è che deve avere solo doveri?
Restando nel tema, vorremmo sapere da questi soloni da strapazzo chi è che deve produrre lavoro, vale a dire quell’attività organizzata che consenta di ottenere la ricchezza necessaria per corrispondere stipendi e salari.
Non è certo utilizzando le imposte dei cittadini in maniera dissennata, con la creazione di fittizi posti di lavoro, che si dà sfogo al relativo diritto. Qualcuno deve produrlo il lavoro. E perché non può essere lo stesso lavoratore? Chi gli impedisce di passare da una condizione dipendente a una condizione datoriale?
L’esempio dell’Emilia Romagna è chiaro al riguardo: in quella regione rossa vi è il maggior numero di padroncini riuniti in cooperative, che funzionano bene e sono riunite nelle tre grandi organizzazioni nazionali: Lega delle cooperative, Confcooperative e Associazione generale delle cooperative italiane. Ecco un modo per creare e utilizzare lavoro.
 
Abbiamo sentito urlare i quattro segretari generali dei sindacati più importanti (Cgil, Cisl, Uil e Ugl), che ormai rappresentano più pensionati che dipendenti attivi, contro il rigore del Governo Monti, il quale sta tentando di mettere in equilibrio i conti di Stato, Regioni ed Enti locali cominciando dall’aggravio pesantissimo delle imposte per i cittadini.
Ma i sindacati non hanno detto nulla sull’enorme spesa pubblica del 2012 che, secondo il Def (Documento di economia e finanza) ammonterà a 809 miliardi (725 mld spesa corrente, più 84 mld di interessi sul debito). Né abbiamo sentito proposte che indicassero ove tagliare tale spesa per compensare il richiesto taglio delle imposte alle fasce più deboli (doveroso).
Li abbiamo sentiti gridare contro l’articolo 18, ma nulla hanno detto sulla loro facoltà, come sindacati, di licenziare liberamente in quanto essi non sono tenuti a osservare l’articolo 18. Né hanno detto alcunché sui ricchi assegni che percepiscono come indennità di carica.

Non sappiamo se tale indennità sia erogata come rimborso spese, senza alcun riferimento alle spese effettive, di guisa che si trasformerebbe in vera e propria elusione fiscale. Nessuno può salire sul pulpito se ha scheletri negli armadi.
In questo quadro, dispiace che non abbiano partecipato attivamente alla festa le confederazioni degli imprenditori, e segnatamente Confindustria, nonché gli Ordini professionali. Non agendo in questo senso hanno lasciato campo libero a che l’opinione pubblica avesse la sensazione che il lavoro sia solo quello dei dipendenti, mentre il lavoro è esercitato da qualunque altro cittadino,  non solo da alcune categorie.
In ultimo, sottolineiamo l’anomalia della Cassa integrazione, alla quale possono accedere solo i dipendenti del settore privato. La legge 183/2011 ha inserito il principio che anche i dipendenti pubblici possano andare in Cassa integrazione, cioè in disponibilità con l’80 per cento dello stipendio.
Non è equo che i privati in Cig prendano 800 euro al mese mentre tutti i dipendenti pubblici continuano a percepire i loro stipendi non colpiti dalla crisi e dall’incapacità di produrre risultati.