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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Lug
04
2012
In Sicilia vi sono centinaia e centinaia di migliaia di dipendenti pubblici che lavorano poco, ma guadagnano più dei dipendenti privati. Nella pubblica amministrazione si è diffuso una sorta di assistenzialismo unito al menefreghismo, mentre vogliamo dare atto a moltissimi bravi dirigenti e dipendenti che fanno fino in fondo il proprio dovere con abnegazione e spirito di sacrificio. Però sono umiliati dal fatto che i loro colleghi fannulloni percepiscono gli stessi compensi.
In una situazione di crisi nera come quella siciliana, ben maggiore di quella nazionale, perché qui l’assistenzialismo l’ha fatta da padrone e ha impedito lo sviluppo di una classe imprenditoriale, occorre una svolta ed una testimonianza da parte di tutti i siciliani che lavorano, per esempio, con la rinuncia a una settimana di ferie.
È inconcepibile che in un quadro di questo genere vi siano dipendenti pubblici e privati che godano di 30/32 giorni di ferie pagate e su cui matura anche il Tfr, peggio ancora quando vi sono dipendenti con una settimana lavorativa di cinque giorni. Il che significa che per 32 settimane lavorano quattro giorni su sette.

In condizioni normali questo rapporto è accettabile, ma non quando c’è crisi, quando ci sono centinaia di migliaia di disoccupati, quando l’economia è in tilt, quando le casse della Regione e molte dei Comuni sono vuote.
In altre parole, occorre che chi non sta subendo la crisi o la subisce poco -  per esempio i pensionati d’oro e tutti gli altri pensionati della Regione che godono di un assegno per cui non sono stati versati i contributi (gente che percepisce normalmente 2/3 mila euro al mese con punte che arrivano anche a 40/50 mila euro al mese) - sia chiamato in causa. Gli assegni vengono pagati puntualmente, mentre ad essi dovrebbe essere applicato un contributo di solidarietà proporzionato tra il 5 e il 50%, in modo da rimettere nell’alveo di una equità generale tutti coloro che continuano a stare sopra tale equità.
Apparentemente sembra contraddittorio promuovere la rinunzia di una settimana di ferie di fronte a tutti i disoccupati. In effetti non lo è, tenuto conto del fatto che lavorare in quella settimana non comporta nessun costo addizionale, ma farebbe aumentare un pochino il Pil regionale.
 
La Sicilia non regge più chi lavora poco e non regge più tanti disoccupati. Ma non abbiamo sentito i sindacati dei dipendenti citare i macro-squilibri che ci sono tra il settore pubblico e il privato, come se essi difendessero i privilegi del primo senza migliorare la situazione del secondo.
Quando c’è una crisi nera come questa, i sindacati dovrebbero chiedere che il lavoro esistente venga distribuito anche a coloro che non ce l’hanno con una sorta di contratto di solidarietà, per cui ogni dipendente rinunzia a una piccola parte dei propri compensi, oltre una certa soglia, per consentire ad altri di avere un minimo di assistenza.
Ma questo è un rimedio terapeutico di una patologia diffusa. Il vero rimedio è quello di immettere sul mercato siciliano i miliardi disponibili dell’Unione europea, del ministero dell’Economia e della Regione che dovrebbe però sottrarli alla spesa corrente inutile e improduttiva.
Qui ci dobbiamo rimboccare le maniche tutti, giovani e meno giovani. Ma anche i disoccupati devono entrare nell’ordine di idee che i mestieri manuali sono socialmente apprezzabili, anche se faticosi. 

Mancano modelliste, confezionatrici, tagliatrici, ebanisti, muratori qualificati, idraulici, tecnici veri di software, programmatori e via elencando, per i quali ha fallito totalmente la formazione regionale che aveva il compito di attivare percorsi formativi, per ottenere persone veramente qualificate in possesso di competenze e professionalità.
Man mano che scorriamo l’elenco delle cose non fatte ci accorgiamo che non c’è un settore che funzioni, in questa Regione, perché il pesce puzza dalla testa e quindi anche il corpo diventa fetido. Così, imprenditoria e professionisti hanno le loro responsabilità perché si sono appiattiti sul ceto partitocratico cercando di ottenere privilegi e infischiandosene dell’interesse generale.
In genere, possiamo dire che tutta la borghesia siciliana ha fallito e ha rinunziato al ruolo innovativo e trascinatore. è ora che si svegli e adempia al compito etico che la storia le ha assegnato.

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