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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Set
04
2012
Correva l’anno 1982, e io correvo in auto lungo la pista del lago di Pergusa, vicino Enna. Imboccando una chicane, a velocità eccessiva, andai fuori pista, nella via di fuga. L’auto si ribaltò sette volte, ma io uscì indenne perché evidentemente l’olio nella mia lampada non si era esaurito. Perché vi racconto un’esperienza personale? Per dirvi che è sempre necessaria una via di fuga o un’alternativa.
Nei servizi è buona regola avere tutti gli impianti doppi. Quando si guasta un macchinario deve intervenire, spesso automaticamente, quello di riserva. Insomma, è necessario prevenire i fatti che possono accadere, in modo da evitare l’emergenza. Le automobili portano la ruota di scorta, che è una via di fuga.
Si tratta di un modo di pensare che dovrebbe essere costante nella vita di una persona, soprattutto nel campo dei rapporti immateriali. Infatti, non sempre è possibile avere una via di fuga nelle cose che hanno peso corporeo.
Tutti i progetti validi nei campi della ricerca presentano alternative, ed è proprio uno dei cardini della stessa, non procedere solo su un percorso, bensì per linee parallele, per avere più probabilità di successo.

Naturalmente l’uomo propone e Dio dispone, anche se credo che il Supremo Architetto preferisca osservare i nostri comportamenti e non intervenire, avendoci dotati del libero arbitrio. Non tutto è prevedibile, ma molto si può fare per precedere gli eventi. Stare al sole lasciando che la mosca zampetti sulla nostra faccia senza far nulla non è meritevole di essere definito comportamento umano.
Darsi da fare, però, non significa agitarsi, muoversi tanto per farlo, ma avere precisi obiettivi e andare in quella direzione, adottando tutti i mezzi necessari per raggiungerli. Questo procedimento non è proprio delle attività economiche, bensì di ogni attività che svolgono le persone, anche in campo sociale o solidaristico o di aiuto e soccorso agli anziani, ai deboli e ai malati.
Se le istituzioni funzionassero bene, predisponendo le alternative o le vie di fuga, l’intervento solidaristico dei cittadini si ridurrebbe all’offrire il proprio tempo e la propria umanità a chi ne ha bisogno. Invece, spesso, occorre una loro supplenza.
 
I comportamenti prima descritti , abbisognano di Regole che siano eque in modo da evitare disparità tra le persone, e poi vengano fatte rispettare da chi ne ha il dovere. Non ci riferiamo solo alle regole istituzionali, ma soprattutto a quelle morali, fra cui: rispettare il prossimo non facendogli quello che non si vorrebbe ricevere. Trascuriamo in queste note i malnati e i malfamati incalliti, mentre è ammissibile l’errore compiuto in buona fede.
Intorno a trent’anni, ho fatto un corso biennale di Jujitsu. Ne sono passati quaranta e non sono in condizioni di ripetere quelle mosse. Però, mi è restata impressa come un marchio la disciplina, il controllo dei gesti e dei movimenti, l’equilibrio del corpo, il suo bilanciamento. Questa disciplina, non solo mi torna  utile per controllare tutti gli impulsi che provengono dall’interno e dall’esterno, ma anche per disciplinarli, postporli, metterli in ordine.
Non è detto che quando si ha fame bisogna mangiare, si può resistere oltre trenta giorni senza mangiare, mentre senza acqua il limite è di tre o quattro giorni.

Se a scuola si insegnassero la disciplina e l’educazione dei propri impulsi, ognuno vivrebbe molto meglio. Usando il cervello si capiscono molte cose e ci si regola di conseguenza, e nel cervello ci deve essere sempre una larga dose di buonsenso e di equilibrio.
Parlando di alternativa, potrebbe sorgere una domanda spontanea. Qual è l’alternativa alla vita? La morte, direbbero molti senza riflettere. E invece, no. La morte è un modo catastrofico di intendere l’esistenza. In effetti, si tratta più semplicemente della cessazione del funzionamento di un corpo. Si comincia in un certo momento e si finisce in un altro momento. Ma lo spirito, che nasce con noi, o che proviene dal mondo dell’energia (non lo sappiamo), esce dal nostro corpo e ritorna nel mondo dell’energia.
Lo spirito, almeno secondo me, sopravvive al corpo. Certo, quando muore un nostro figlio la sua fisicità ci manca immensamente, ma, contemporaneamente, il suo spirito ci è vicino e con esso interloquiamo costantemente.
Così chi se ne va continua a vivere.