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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Giu
05
2012
Come fare per onorare l’impegno di pagare un ventesimo del surplus del debito pubblico, rispetto al paramentro di Maastricht del 60 per cento debito/Pil, a cominciare dal 2013? Sono cinquanta miliardi per anno, fino al 2032.
Considerato che la pressione fiscale non può essere aumentata, sia per la sua insopportabilità che per l’alimentazione della recessione, occorre trovare altre strade. Ce ne sono almeno due. La prima riguarda la vendita annuale di un lotto corrispondente di patrimonio pubblico per i cinquanta miliardi necessari. La seconda: tassare con un’aliquota piccola i patrimoni al di sopra dei dieci milioni di euro. Con lo 0,50 per cento, si potrebbero portare a casa i cinquanta miliardi necessari. 
Questa imposta sui patrimoni sarebbe la quarta rispetto a tre già operative. La prima è l’imposta sugli immobili; la seconda è la tassa di possesso sulle auto; la terza è la recente imposta su conti bancari e dossier titoli.

Cerchiamo di capire la differenza tra imposta sui redditi e imposta sui patrimoni. La prima si paga sulla ricchezza generata a qualunque titolo e in qualunque forma. La seconda si paga sulle cose, che non producono ricchezza di per sé, e costituisce una vera e propria tosatura del valore del bene. Se ogni anno sugli immobili, su un’auto o sui conti correnti, si pagasse un’aliquota dell’un per cento, dopo cento anni il contribuente avrebbe pagato allo Stato l’equivalente dell’intero valore del bene.
Chi possiede patrimoni superiori a dieci milioni di euro è normalmente in condizione di pagare una piccola imposta, anche se in questo periodo vi è una generale crisi di liquidità, sia perché il ciclo economico è in decrescita e anche perché mancano nel mercato i settanta miliardi che le Pubbliche amministrazioni non pagano alle imprese.
Perciò, nessuno bari. In una situazione di gravissima difficoltà è indispensabile tagliare la spesa pubblica improduttiva. Gli interessi sul debito pubblico, stimati quest’anno dal Def in ottantaquattro miliardi (ma forse ce ne vorranno di più), costituiscono una vera e propria emorraggia che sottrae risorse agli investimenti e alle opere pubbliche.
 
Veniamo all’altro canale di risparmio: il taglio della spesa improduttiva. Vi sono almeno tre filoni su cui intervenire. Il primo riguarda gli acquisti di beni e servizi della Pubblica amministrazione. Essi ammontano a centoquaranta miliardi. Un taglio del venti per cento farebbe risparmiare ventotto miliardi. è attuabile? Certamente.
Basterà che tutte le amministrazioni (statali, regionali e locali) adeguino i prezzi dei beni e servizi acquistati a quelli più bassi del mercato, ovvero a quelli indicati dalla Consip, e il gioco è fatto. Secondo: vengono dati contributi alle imprese per quarantaquattro miliardi. Non sempre sono utili, anzi spesso costituiscono una sorta di assistenzialismo parassitario che impedisce alle imprese stesse di camminare con le proprie gambe. Razionalizzando e qualificando gli interventi si potrebbero risparmiare dieci milardi. Con questo risparmio, costringendo le stesse imprese a crescere, perché diminuiscono gli aiuti.

Ancora: riqualificando la spesa corrente nei diversi capitoli di bilancio e trasformando le attuali Province in Province consortili, si potrebbero tagliare quindici miliardi, cui aggiungere una limatura del sei per cento sulla spesa corrente (725 mld) prevista dal Def, per avere un ulteriore risparmio di cinquanta miliardi.
Naturalmente tutte le risorse finanziarie risparmiate, una volta tagliato il debito pubblico, potrebbero essere destinate a finanziare le opere pubbliche per cento miliardi, come ha annunciato il ministro Passera, nonché a fare nuovi investimenti, nazionali ed internazionali, mediante la sistemazione dei territori e la relativa logistica.
Quello che scriviamo è ridotto all’osso, soprattutto per renderlo comprensibile. Non c’è bisogno di paroloni per sapere cosa ci sia da fare. Occorre forza morale per resistere a quella delle corporazioni che vogliono continuare a fare i parassiti sulla pelle e sulle tasche dei cittadini. Razionalizzare la spesa avrebbe, come effetto indotto, una sua migliore qualità ed efficacia di cui tutti ne potrebbero beneficiare.