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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
09
2012
Mettiamo in ordine i fatti. 1) Il commissario per l’opera, Mario Virano, ha fatto ben 182 riunioni con gli amministratori locali, i rappresentanti delle associazioni ambientaliste, i cittadini e tutti coloro che avevano qualcosa da dire. 2) Il costo dell’opera è molto lievitato perché sono previsti circa 3 miliardi di ristoro per i territori, che verranno attraversati dalla linea ad alta capacità. 3) è in costruzione la seconda canna del traforo del Frejus di 13 km e nessuno ha battuto ciglio. 4) Verranno ristrutturati centinaia di siti, di rustici e d’immobili per fare alloggiare coloro che vi lavoreranno. Alla fine dell’opera questi manufatti resteranno nel territorio. 5) Saranno impiegati migliaia e migliaia di tecnici, operai e dirigenti, con una ricaduta sull’economia di grande potenza. 6) La linea attraversa il territorio di dieci comuni alle porte di Torino: nove sindaci si sono dichiarati favorevoli e uno contrario. 7) La linea attraversa anche il territorio di altri due comuni i cui sindaci si sono dichiarati favorevoli.

L’infrastruttura è indispensabile, non tanto per dimezzare il tempo di percorrenza tra Milano e Parigi, quanto per consentire l’attraversamento delle merci da Kiev a Lisbona e allo Stretto di Gibilterra, ove è in fase di progetto preventivo la costruzione di un tunnel euroafricano, che congiunga la Spagna con il Marocco, passando sotto il medesimo Stretto.
Quindi le potenzialità di sviluppo dal confine euroasiatico dell’Europa all’Africa sono immense, tenuto conto che, nel regno di Mohammed VI, vi è un’intensa attività di costruzione di infrastrutture e una crescita economica notevole, tenendo conto che quel Paese si affaccia sia sul Mediterraneo che sull’Atlantico.
Il benaltrismo italiano è un modo stupido e demagogico per non fare, mentre si dovrebbero costruire tutte le infrastrutture che mancano al Paese, per modernizzarlo e renderlo competitivo nonché fare le migliaia di opere per mettere in sicurezza tutto il territorio.
Resta nei cassetti il progetto di tanti governi di varare una maxi operazione per ristrutturare gli immobili di tutto il Paese con misure antisismiche, nonché assicurarli in caso di terremoti per evitare di dover affrontare spese immense.
 
I Governi di questi 64 anni (1948/2012) non si sono mai preoccupati di guardare al futuro, salvo alcuni episodi illuminati come la prima costruzione in Europa della tratta ad alta capacità (Firenze-Roma), la prima autostrada in Europa tra Torino e Milano e, successivamente, l’Autosole tra Milano e Napoli. Ma vi è anche l’esempio della prima metropolitana europea, quella di Napoli-Portici. Siamo campioni nell’anticipare i tempi con l’inizio di opere, ma poi, la nostra capacità di fare sistema per estenderlo a tutto il Paese, diventa quasi nulla.
Il risultato di questo dissennato comportamento è che il 40% del territorio del Paese, quello meridionale, ha un tasso infrastrutturale che è di circa la metà di quello del Nord Italia. Il che consente a dei cialtroni del Nord (abitato in maggioranza da persone per bene) di poter dire che il Sud è una palla al piede: certo, senza risorse non poteva svilupparsi come il Nord.

Il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, e il sindaco di Torino, Piero Grissino Fassino, si sono dichiarati ampiamente a favore dell’opera, come per altro ha fatto l’ex presidente della Regione, Mercedes Bresso. Di fronte all’unanimità positiva di tutte le istituzioni, Stato, Regione, Comune capoluogo e Comuni del territorio, vi è una ristretta minoranza di persone che in buna fede protestano, alimentati da sobillatori e delinquenti che hanno interesse a che il Paese resti arretrato, per potere impunemente continuare a pescare nel torbido.
Il professore Monti ha comunicato con chiarezza che non c’è più tempo da perdere dato il vistoso ritardo della parte italiana della linea, rispetto a quella francese, che è in via di avanzata costruzione. La questione che oggi osserviamo vale per tutte le altre infrastrutture, prima fra le quali il Ponte sullo Stretto, improvvidamente accantonata da questo Governo. La esiguità della spesa pubblica, inferiore a circa il 40% dell’intero, che ammontava a 6 miliardi di euro doveva far confermare il finanziamento, anche per l’enorme ricaduta delle assunzioni di 10 mila persone, che avrebbero arricchito i territori di Reggio Calabria e Messina.