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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Ago
09
2012
Il Tribunale del Riesame di Taranto ha emesso un’equa sentenza. Da un canto non ha impedito lo svolgimento dell’attività all’interno dello stabilimento dell’Ilva, dall’altro ha mantenuto sotto sequestro le sei aree, di cui alla sentenza del gip, però non impedendo che si facciano tutte le opere per la messa in sicurezza ambientale dell’impianto.
Il Tribunale ha inoltre nominato co-commissario l’attuale presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, il quale, congiungendo i due incarichi, risponderà al magistrato dell’attività obbligatoria prevista dalla sentenza.
La situazione che si è procrastinata per decenni a Taranto, e cioè quella di dare a lavoratori e alla città pane e veleni, era inaccettabile, cosicché è arrivata la svolta.
Bisogna dar merito ai procuratori di Taranto, che hanno attivato una coraggiosa inchiesta contro il colosso italiano dell’acciaio, e allo stesso Gip, Patrizia Todisco, che ha ordinato il sequestro, mettendo con le spalle al muro non solo la stessa società, ma anche il ministero dell’Ambiente, quello dello Sviluppo economico, l’altro della Coesione, la Regione, la Provincia ed il Comune.

In questo decennio, tutti avevano fatto orecchie da mercante. La drastica decisione del Gip ha messo tutti di fronte alle proprie responsabilità. Il Governo si è precipitato ad approvare un decreto-legge venerdì 3 agosto, che è stato controfirmato dal presidente della Repubblica e pubblicato sulla Guri, con il quale sono stati stanziati 336 milioni. L’azienda si è detta disponibile ad attivare il processo di risanamento, anche perché cinque degli otto dirigenti agli arresti domiciliari sono stati rimessi in libertà.
Forse questa è la volta buona per fare diventare il territorio della città pugliese normale, con un funzionamento ordinario. Forse è arrivato il momento in cui i dipendenti dell’Ilva possono ottenere il pane, ma non i veleni.
è triste constatare che occorra sempre l’intervento del magistrato perché ognuno compia il proprio dovere. Questa non è una condizione sociale normale, cioè una condizione nella quale ognuno faccia il proprio dovere. I furbetti sono presenti in ogni ambito della società, ma questa non ha ancora gli anticorpi per isolarli.
 
La vicenda di Taranto ci ha fatto pensare a quella del Triangolo della morte (Priolo-Melilli-Augusta), ove vivono circa sessantamila abitanti, dei quali circa seimila lavorano, direttamente e indirettamente, in tutti gli impianti colà insistenti.
Questi lavoratori mangiano pane e veleni, mentre è sempre presente il ricatto della chiusura per evitare che le aziende mettano in sicurezza ambientale il territorio devastato.
Peraltro, in quelle tre cittadine i veleni si assorbono tutti i giorni, con la conseguenza del moltiplicarsi dei casi di cancro e di nascite di bambini malformati. Basta passare lungo l’autostrada adiacente per sentire un puzzo nauseante, nonostante i vetri chiusi e il condizionatore funzionante.
Non sappiamo perché le Istituzioni prima elencate non siano intervenute. Non sappiamo perché la Procura della Repubblica competente per territorio non abbia aperto i fascicoli. In ogni caso, non ci risulta che vi sia una comunicazione di chiusura delle indagini al riguardo.

Dobbiamo ricordare che la Corte di giustizia europea ha ulteriormente confermato il principio che “chi inquina paga”. Dobbiamo ricordare che vi sono risorse disponibili a livello europeo, nonché un recente finanziamento del Cipe di 51 milioni. Chi manca all’appello? Le aziende interessate, che dovrebbero scucire un centinaio di milioni, fanno ostruzionismo, mentre la dissennata Regione che, pagando superstipendi ai propri impiegati, dirigenti e pensionati, che sono in numero abnorme, non ha soldi per co-finanziare i fondi europei.
Si rende dunque necessaria una coraggiosa azione della Procura della Repubblica di Siracusa e del Gip di quel Tribunale, per mettere in moto un analogo meccanismo a quello di Taranto, in modo da costringere le aziende ad eliminare i veleni e fornire solo il pane ai propri dipendenti e ai cittadini residenti, coniugando attività produttive, ambiente e salute.
In questo quadro è stato fuori luogo il tentativo degli imprenditori Garrone di insediarvi il rigassificatore. Ora che se ne sono andati, i conquistadores della compagnia anglo-olandese Shell vorrebbero attivare questo impianto.
Abbiamo detto no ai Garrone e diciamo no a Shell. Al prossimo presidente della Regione toccherà ribadire questo no.