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West Coast di Agostino Laudani
il blog sulla Sicilia Occidentale


Feb
17
2011
Risparmio? Solo un annuncio. Poi, i sindaci preferiscono spendere. E purtroppo vano è stato il lavoro del ministro Brunetta che ha costretto le amministrazioni a rendere pubblici i dati sugli incarichi esterni ai cosiddetti “esperti”. Anziché ridimensionarsi verso in una logica di prudente contenimento della spesa (anche con la leva della trasparenza obbligatoria dei dati), il fenomeno ha fatto registrare una crescita. Così, per esempio, su 105 Comuni siciliani che hanno più di 10 mila abitanti, 56 hanno dichiarato una spesa di 9,4 mln € distribuiti in 844 consulenze esterne. Motivazioni? Assistenza legale (infiniti i contenziosi giudiziari degli enti), addetti stampa, progetti e collaudi di opere pubbliche, ma anche titoli stravaganti.
 
Un altro esempio? Il Comune di Palermo, pur essendo in considerevoli difficoltà finanziarie, non ha rinunciato ad assegnare, nel 2010, 33 incarichi a consulenti che hanno portato a casa (limitatamente agli importi resi pubblici!) circa 82 mila euro.

Perché ricorrere a personale esterno? Quello interno all’organico dell’ente non è sufficiente? Sarà forse sufficiente, ma non è qualificato. E se pure fosse qualificato, questo non impedirebbe di affidare lo stesso un incarico agli esterni, per probabili, verosimili e plausibili questioni di tipo fiduciario. Oppure, chissà, azzardiamo l’uso di un altro aggettivo: clientelare.

Si, purtroppo la macchina pubblica è una mangiatoia. Vi attingono gli amici, i fedelissimi, gli amici dei fedelissimi e i fedelissimi degli amici. Un incarico non si nega a nessuno. Tanto, gira e rigira, pagano sempre i cittadini. Con l’aumento delle imposte locali, direttamente.
 
Penalizzando lo sviluppo e stornando risorse che potrebbero essere destinate invece alle opere pubbliche, come sta già avvenendo in qualche caso: senza andare lontani, proprio a Catania o a Palermo, dove i fondi originariamente dedicati alle infrastrutture sono stati riutilizzati dalle amministrazioni per far fronte alle emergenze finanziarie. Che, si sa, di questo passo non finiscono mai.
Feb
11
2011
Ho appena appreso che l’amico e collega Antonio Condorelli ha mollato la direzione di “Sud Press”, giornale catanese (ma non solo) dedicato alle inchieste. Augurandomi anche stavolta che la decisione possa rientrare, non posso non provare amarezza. Sud Press infatti, era promettente e si era distinto nel panorama dei media siciliani impreziosendo l’offerta di informazione. Non parlo di un giornale “concorrente”, parlo del giornalismo di inchiesta e mi permetto di farlo soprattutto perché il bravo Antonio la palestra l’ha fatta qui al Quotidiano di Sicilia e prima ancora di Sud ha sviluppato importantissime collaborazioni con Report, con l’Espresso e con il Fatto Quotidiano. Ha grinta e coraggio, è una persona perbene e non si arrende. Quindi se lui molla una testata, c’è da preoccuparsi. E la cosa purtroppo non ci meraviglia.

C’è da preoccuparsi, infatti, per lo stesso motivo per cui continuamente registriamo ogni sorta di resistenza da parte delle istituzioni alle quali chiediamo notizie e spiegazioni sulle migliaia di disservizi pubblici nell’Isola. C’è da preoccuparsi perché la stessa categoria professionale, ovvero i giornalisti degli uffici stampa, preferiscono talvolta chiudere le porte ai colleghi per nascondere l’indifendibile operato dei politici a cui fanno riferimento. C’è da preoccuparsi perché sembra che appena si scoperchia un pentolino, spuntano altri pentoloni pronti a esplodere, e che in molte, troppe maglie della pubblica amministrazione, della politica, dell’imprenditoria ci siano malaffare, corruzione, favore, inadempienza e violazione di leggi. Sembra che dalle nostre parti (volendoci limitare) la correttezza e l’onestà (compresa quella intellettuale) non esistano, insomma. “Sembra”.

In tutto questo, essere Giornalisti è difficile, se non impossibile. Si lotta con i capricci di direttori e di editori: questi ultimi tante volte non sono giornalisti, ma imprenditori prestati al giornalismo. Con i loro interessi da tutelare e con le loro paginate e titoloni costruiti per raggiungere precisi obiettivi. Lontani, purtroppo, da quelli della trasparenza e della vera informazione. Quella che in molti vorremmo poter fare, giorno per giorno.
Feb
03
2011
Degli oltre 800 mila turisti che sbarcano ogni anno nei porti siciliani, ben 400 mila passano da Palermo. Stando infatti ai dati di Confesercenti, il capoluogo detiene la bella quota del 51% nel settore della crocieristica. Un comparto in crescita, considerando che nel 2010 ha fatto registrare un incremento del 10% dei visitatori.

Allora è inevitabile mettersi nei panni per esempio di uno straniero, che ha saputo di Palermo o di Catania consultando le pagine patinate di un’attraente guida turistica o un colorato sito internet, e sceglie una crociera sapendo che farà tappa anche in una città siciliana.

Tralasciando il grado di accoglienza o la sicurezza delle rattoppate strutture portuali (Catania è davvero impressionante, sembra che il porto venga invaso settimanalmente dagli Unni e sia sempre in ricostruzione), ci chiediamo cosa la città abbia da offrire a queste migliaia di visitatori. Le bellezze architettoniche ci sono, ma non basta vederle una volta: bisogna avere voglia di tornarci, o di restare più di qualche ora in città. Non bastano la piazza Duomo o i Quattro Canti, o quattro negozietti in centro. Bisognerebbe piuttosto respirare quel senso di ospitalità, di decoro, di pulizia, di ordine che rendono davvero elegante una città. E che ti fanno tornare in quella città, se la prima volta ti sei trovato bene.

Pensate quindi che i cumuli di rifiuti di Palermo, le strade al buio di Catania, gli scippi, le auto parcheggiate in quarta fila, le piazzette sgretolate, il traffico insostenibile, i bus che non hanno orari, le aree pedonali inesistenti… e aggiungete pure qualsiasi altra cosa, perché gli esempi sarebbero migliaia… ecco… pensate che tutto questo, i turisti, non lo vedano?

Conclusione: c’è un’economia gigantesca, quella del turismo, con la quale l’Isola potrebbe vivere ricca e felice. Ma è un’economia solo potenziale, finchè la politica non comincerà a fare scelte di sviluppo, anziché trovarsi a non sapere come pagare gli stipendi dei dipendenti comunali: avviene, guarda caso, in questi giorni proprio a Catania e Palermo. Delusione, delusione, delusione.