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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Ott
29
2011
Grande clamore ha accolto la lettera inviata dal governo Berlusconi al presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, e al presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy. Si tratta di una lettera di intenti che di fatto rimodula il programma di Governo, depositato da Berlusconi nella primavera del 2008, quando la crisi era già esistente e quando le disfunzioni strutturali del nostro Paese erano chiarissime.
Non si capisce perchè questa stessa lettera non fu fatta allora e non si capisce perchè in questi tre anni abbondanti gli impegni assunti con la medesima non siano stati realizzati.
Il tempo è scaduto e ora bisogna mettere mano alle riforme indicate nella stessa, che sono ampie, impopolari, ma obbligatorie. L’unica novità della lettera è una sorta di calendario con scadenze indicate che sembrano precise, una sorta di elenco di cambiali che, se non saranno onorate, andranno in protesto con le relative conseguenze.

Se Governo e maggioranza onorassero gli impegni assunti in questa lettera, senza che essa diventi un feticcio, e si arrivasse alla scadenza naturale del 2013, cosa voluta fortemente da tutti i parlamentari peones che sanno di non essere rieletti, Berlusconi avrebbe qualche probabilità di rivincere le elezioni. Anche se sembra molto più probabile che le elezioni vi siano in Primavera 2012, per bloccare il referendum, nonchè per soddisfare i giochi interni di Bossi che sta perdendo il controllo della Lega.
Nessuno sa come andranno le cose, ma è certo che da ora in avanti gli impegni del Governo italiano nei confronti dell’Unione non potranno essere disattesi, come invece disattesi sono stati gli impegni del Governo nei confronti degli italiani.
I mercati sono in prudente attesa. La speculazione è in agguato, pronta a cogliere ogni passo falso (leggasi inadempimenti) del Governo.
L’elemento importante di questo scenario è il cosiddetto piano Eurosud, annunciato da Tremonti, ma non inserito negli impegni, come in secondo piano sono le norme per lo sviluppo. Tutto questo fa capire che ancora prevale la politica dei tagli contro quella della crescita, mentre i tagli dovrebbero essere raccordati alla crescita.
 
La lettera presenta tre buchi, ovvero omissioni gravi. Il primo è rappresentato dalla mancata volontà di istituire la patrimoniale. è incomprensibile il pensiero di Berlusconi. L’imprenditoria ed il patronato gli avevano offerto sul piatto di argento una possibilità unica e cioè la corresponsione di un’imposta leggera sui patrimoni. Un’imposta annuale, quindi stabile, che avrebbe dato un gettito sulle cose.
Se Berlusconi fosse stato intuitivo, avrebbe dovuto cogliere la palla al balzo e trasferire il presunto gettito di circa cinque miliardi a favore dei lavoratori con redditi bassi. Avrebbe acquisito così un consenso di milioni di voti e fatta la bella figura di colui che prende dai ricchi e dà ai poveri. Non ci rendiamo conto come non abbia pensato all’utilità per tutti di una simile operazione.
Il secondo buco, molto vistoso, è quello di non avere assunto alcun impegno per tagliare almeno del 50 per cento tutti i costi della politica. Sarebbe stato un gesto forte, che avrebbe indicato nei vertici istituzionali coloro che per primi fanno sacrifici.

Il terzo buco riguarda le pensioni d’anzianità. Si comprende benissimo che in una coalizione, quando un socio di minoranza ma essenziale punta i piedi, non si può non tenerne conto, pena lo scioglimento della coalizione. Ma anche in questo caso va sottolineato il comportamento furbesco e utilitaristico di Bossi nell’opporsi all’eliminazione di questo privilegio italiano unico in Europa.
Si comprende che il Senatur abbia voluto proteggere pensionandi lombardi, che sono ben il 25 % di tutti coloro che utilizzeranno questo privilegio, mentre i pensionandi delle regioni ove è presente la Lega sono ben il 65 %.
Tuttavia non è politicamente e socialmente corretto che prevalga l’interesse particolare su quello generale. Così com’è accaduto per le quote latte, quando il medesimo Bossi ha continuato a proteggere e continua a proteggere il 10 % degli agricoltori evasori ed irregolari contro ogni regola di equità.
Un ultimo punto va sottolineato: non avere inserito fra gli impegni quello di normare l’obbligo della formulazione del Piano aziendale per ogni ramo della Pa a qualunque livello.
Ott
28
2011
Il decreto legislativo n. 68/2011 ha inserito i costi standard nella valutazione della spesa sanitaria secondo cui, a parità di servizio, ci dovrà essere parità della spesa in qualunque parte del territorio italiano. Ma il decreto ha escluso dall’applicazione dei costi standard le regioni a statuto speciale, e non se ne capisce la motivazione.
Alla crisi finanziaria è seguita la stretta rigorosa dell’Ue che si è riversata sui partners, con gravi riflessi per quelli viziosi e con poche conseguenze per quelli virtuosi. Ne è conseguita una serie di manovre che governo e maggioranza hanno fatto in questi tre anni per portare a tappe forzate alla golden rule nel 2013.
Questo significa che tra maggiori entrate e minori uscite, in quell’anno dovrà essere ricavato l’ammontare relativo agli interessi sul debito pubblico di circa 80 miliardi.
Mentre i tagli delle spese superflue non hanno alcun effetto negativo sui consumi e sull’economia, il maggior prelievo fiscale - fra cui l’aumento di un punto dell’Iva - che genera nuove entrate, ha un impatto negativo perché limita i consumi e impedisce i nuovi investimenti da parte del sistema delle imprese che, anziché essere aiutate, vengono imbrigliate. 

Giocoforza, lo Stato dovrà dimagrire e con esso Regioni e Comuni. Non sacrificando i servizi sociali ma gestendo in maniera virtuosa ciascuna amministrazione.
In questa direzione giocano un ruolo importante i costi standard, perché costituiscono al contempo una guida e un punto di riferimento al quale debbono attenersi i diversi soggetti che amministrano la Cosa pubblica. Si tratta quindi di inserire rigore, rigore e rigore, non più lassismo, menefreghismo, clientelismo e tutti gli altri ismo che ne conseguono.
L’attuale ceto politico locale e nazionale non è capace di usare questo rigore, ma il d.lgs citato è in vigore, si tratta di estenderlo il più rapidamente possibile alle Regioni a statuto speciale e tra esse alla Sicilia che continua a scialacquare le misere risorse pubbliche nonostante il coraggioso recupero posto in atto dall’assessore Massimo Russo. Ma non è sufficiente perché gli sprechi nella sanità siciliana sono ancora fuori dall’ordinario.
 
In particolare segnaliamo l’eccessivo consumo di farmaci, l’eccessivo costo per posto letto del servizio alberghiero, l’eccessivo costo per posto letto del servizio sanitario vero e proprio, l’utilizzo incompleto di moltissime apparecchiature elettromedicali usate poco, male o niente, l’eccesso di personale amministrativo e medico, la polverizzazione del servizio ospedaliero in tanti presidi che non hanno più ragione di esistere e via elencando.
Deputati regionali e sindaci che continuano a difendere l’ospedale locale o il tribunale locale lo fanno per pura demagogia e propaganda. Non sanno che la loro azione è perdente perché non ci sono più risorse per finanziare il clientelismo spicciolo.
Ora bisogna risparmiare aumentando l’organizzazione e l’efficienza, erogando quindi maggiori servizi con minori spese, il che significa una sola parola: efficientamento. Chi non sarà capace di capire immediatamente il nuovo stato di cose sarà travolto dalla vera indignazione popolare, quella che emerge genuinamente perché la crisi morde la carne dei cittadini più deboli.

Dunque, i costi standard sono indispensabili e vanno usati senza por tempo in mezzo e, anche laddove non via sia l’obbligo di adoperarli, virtù amministrativa imporrebbe che si adoperassero ugualmente.
È inutile blaterare che le minori risorse tagliano i servizi. è una menzogna, perché se un servizio a Cuneo costa 100 non si vede perché a Caltanissetta debba costare 200.
L’efficienza deve essere un vanto e noi siciliani non siamo da meno dei lombardi e dei piemontesi in campo culturale. Non dobbiamo essere da meno neanche in quello della buona e sana amministrazione della Cosa pubblica. Noi dovremo avere il vanto di essere più bravi e competitivi dei nostri amici delle ricche regioni del Nord. Dovremo far vedere a loro che anche con minori mezzi otteniamo risultati piu brillanti.
Ho speso 53 anni della mia vita professionale in Sicilia e Lombardia. Ho un sogno: che le due regioni funzionino allo stesso modo.
Ott
27
2011
Si avvicinano le elezioni amministrative, e probabilmente quelle nazionali, che si svolgeranno in primavera del 2012. Viene a galla con prepotenza la questione della qualità dei candidati che, quando sono eletti, trasferiscono alle attività istituzionali le loro capacità o le loro incapacità.
In altri termini, la vera politica si può fare solo se si possiedono conoscenze e doti adeguate e, parimenti, la vera amministrazione negli Enti locali si può fare se si possiede un’adeguata preparazione non solo politica ma anche amministrativa.
I candidati, dunque, debbono essere potenzialmente idonei a svolgere l’incarico, se eletti. La democrazia esige competenze, soprattutto nei nostri giorni quando il bisogno e le esigenze dei cittadini possono essere soddisfatti se viene prodotta ricchezza. Essa va distribuita con criteri solidaristici, mentre, d’altro canto, le amministrazioni di ogni livello devono gestire la spesa pubblica in modo essenziale, organizzato, efficiente, inerente, essenziale e produttivo.

Qualunque cittadino può esercitare l’elettorato attivo, ma occorre una legge che stabilisca che tra i requisiti, per porre la propria candidatura, vi sia un’autocertificazione nella quale vengano elencati almeno mille libri letti, conosciuti e approfonditi, oltre a quelli scolastici ed eventualmente universitari, delle diverse materie: letterarie, filosofiche, sociali, matematiche, economiche, organizzative, storiche e via elencando.
Solo chi ha una discreta cultura generale e specifica, che può avere appreso dai libri ma anche dalla partecipazione in corsi di master internazionali, può avere la pretesa di diventare parlamentare, consigliere regionale o di Comuni. Maggiori requisiti dovrebbero avere coloro che vengono nominati nelle società pubbliche partecipate, in base a curricula che spesso sono delle inutili elencazioni di titoli cui non corrisponde la competenza.
Ci rendiamo conto che molti degli eletti, che non sono in grado di fare l’autocertificazione menzionata e/o non possiedono i requisiti prima elencati, si possono seccare. Non possiamo farci niente. La nostra valutazione deriva dalla fotografia del ceto politico che non dà prestigio alle istituzioni cui partecipa.
 
Fra gli altri mali, chi è ignorante è anche egoista. Solo la cultura stempera l’istinto naturale di cui siamo dotati, che è quello di servire noi stessi prima di ogni altra cosa e poi, eventualmente, dedicarci agli altri.
Chi ha letto almeno mille libri sa che gli egoisti nel tempo vengono puniti dalla Natura, la quale ha le sue regole spesso imperscrutabili e tuttavia tassative, secondo le quali nel medio e lungo periodo le persone capaci emergono e si affermano. Ma ciò può accadere solo in un mondo selettivo che premi il merito e riconosca chi è bravo.
Nel settore politico italiano non esiste il merito e, per conseguenza, non emergono i migliori bensì gli yes men, detti anche fedelissimi, i quali hanno il compito di eseguire becere disposizioni che vogliono accentrare il potere, appunto con egoismo.
Comprendiamo che la ressa dei senza mestieri spinge per avere un posto in lista e poi un posto nelle istituzioni. Tutti costoro hanno fame di indennità, ma non si pongono neanche lontanamente il principio fondamentale che chi viene eletto deve servire i cittadini, non servirsene.

Sappiamo che queste note provocheranno ilarità in tanti deputati, senatori e consiglieri comunali. Sarà questa una dimostrazione ulteriore di ignoranza, della quale non ci siamo mai curati. Non volere vedere la iattanza, l’incuria e l’incapacità con cui viene trattata la Cosa pubblica, significa tenere gli occhi chiusi o cercare di illudersi che le cose possano continuare così, coltivando privilegi e rendite di posizione.
Per fortuna, sono arrivate la crisi internazionale e la stretta dell’euro a fustigare facili costumi di tanti politici senza mestiere che farebbero bene a trovarselo, il mestiere.
I soldi pubblici sono finiti e sarebbe un bell’esempio se Governo, maggioranza e opposizione tagliassero, stavolta sì in modo lineare, stipendi, indennità e rimborsi del cinquanta per cento. Non sarebbe un grande risparmio finanziario, ma un esempio che verrebbe apprezzato moltissimo dai cittadini.
Ma l’ignoranza del ceto politico non gli fa vedere questa necessità. Eppure, saranno costretta a vederla.
Ott
26
2011
Il presidente del Consiglio, nella sua dichiarazione del 18 ottobre, ha comunicato che il decreto sullo sviluppo sarà rinviato perché non ci sono soldi. Egli mente e dice la verità nello stesso tempo. Dice la verità perché l’ultima manovra (L. 148/11) ha portato i conti in pareggio: tante entrate e tante uscite, compresa quella per gli interessi sul debito sovrano, che ormai viaggiano sugli 80 miliardi di euro. Invece, mente perché fa intendere all’opinione pubblica che non ha risorse per finanziare la crescita.
Certo, se il bilancio dello Stato continua a finanziare tutti i privilegi, innumerevoli volte elencati, è chiaro che non c’è dove prendere i soldi per lo sviluppo. Ma se egli si decidesse, una volta per tutte, a tagliare la dannosa spesa corrente, le risorse sarebbero trovate immediatamente.
La questione è tutta qui: continuare ad alimentare i parassiti che vivono sulla finanza pubblica senza nulla dare in cambio, oppure togliere il sangue a queste arpie e inserirlo nel circuito buono.

La questione è così chiara che solo i finti orbi non vogliono vederla. Dietro a questo comportamento c’è un subdolo e furbo disegno che è quello di proteggere coloro che nella prossima campagna elettorale voterebbero ancora per il Cavaliere perché i loro interessi di Casta sono stati tutelati ampiamente.
Il consenso si può conquistare in due modi opposti. Uno clientelare, accontentando chiunque faccia richieste non confessabili. L’altro, fare un grande disegno strategico di sviluppo, spiegarlo bene ai cittadini, i quali non sono stupidi e comprendono perfettamente che se i sacrifici sono volti a far crescere il Paese, a dare lavoro ai giovani, ad alimentare le casse dello Stato mediante le imposte, le quali poi vengono spese bene, vanno a loro beneficio.
Per scegliere questa seconda strada ci vogliono teste pensanti, capaci di guardare lontano e di tagliare i cordoni asfissianti di tutti coloro che vogliono fare prevalere il loro interesse privato.
La questione più importante è restituire alla pubblica amministrazione italiana e a molte di quelle regionali e comunali i criteri di merito e responsabilità, in modo che essi funzionino bene.
 
Perché funzionino bene occorre che ogni amministrazione rediga il suo Piano aziendale, il quale stabilisca le quattro classiche fasi: programmazione, organizzazione, gestione e controllo, e nel quale siano inseriti tempi, modi, quantità, obiettivi.
Non sappiamo se i dirigenti generali preposti ai dipartimenti e alle direzioni degli enti siano nelle condizioni professionali di stendere il Piano aziendale: lo comprendiamo quando, interrogando qualcuno di essi, ci rispondono che l’ente pubblico non è un’impresa. Si tratta di una risposta non professionale, perché qualunque studente di economia sa che l’impresa stende il Piano industriale, che determina come obiettivo il lucro, mentre l’ente pubblico stende il Piano aziendale, che determina la massimizzazione del rapporto tra costi e benefici. Nel Piano aziendale sono inseriti i requisiti di efficienza, organizzazione, economicità, essenzialità del sistema, produttività e inerenza della spesa.

Come vedete, tutto è estremamente semplice ed estremamente chiaro. Chi non persegue gli obiettivi con capacità non potrà raggiungerli. Chi non vede che ogni attività lavorativa deve produrre valore, è inutile all’ente cui appartiene e a sé stesso, oltre che alla collettività. Berlusconi, con la tiritera che soldi non ce ne sono, inganna i cittadini, l’abbiamo già scritto, mentre ci sarebbe bisogno che egli dicesse con chiarezza quali sono le spese inutili che la prossima legge finanziaria, chiamata legge di stabilità, deve tagliare, senza guardare in faccia nessuno.
La necessità di inserire una patrimoniale leggera, richiesta a gran voce da tutti gli imprenditori, è essenziale, l’eliminazione del privilegio della pensione di anzianità e il taglio di prebende di ogni genere e tipo che il ceto politico statale, regionale e locale percepisce indebitamente, sono conseguenti.
C’è, dunque, ove prendere le risorse. Noi l’abbiamo indicato più volte, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Di sordità si tratta, non di incompetenza, perché siamo convinti che i consiglieri economici del presidente del Consiglio siano capaci. Non sappiamo se siano onesti.
Ott
25
2011
Furbo è l’astuto o lo scaltro, accorto nel fare il proprio tornaconto e nel cavarsela senza danno da situazioni a lui dannose. L’intelligente è dotato di cervello ed ha la facoltà e la capacità di intendere e di elaborare proficuamente. Come vedete c’è una profonda differenza tra i due significati.
L’Italia divide equamente i propri cittadini fra furbi e intelligenti. Ma i primi spesso hanno in mano le leve del potere e siccome sono privi di valori morali le usano in modo spregiudicato, per il loro tornaconto personale.
Vi è una bassa probabilità che i furbi siano anche intelligenti. Tuttavia questa coincidenza può anche accadere. Improbabile è il caso contrario, cioè che gli intelligenti siano anche furbi. Infatti chi è dotato di capacità di elaborazione sa che non è necessario l’artifizio o il comportamento subdolo per raggiungere l’obiettivo. Sulla questione, cioè come trattare gli eventi e i terzi che vi partecipano, vi sono decine di libri che vi girano intorno con un unico termine: negoziazione.

La negoziazione è parola usata nel diritto internazionale, ma è entrata nell’uso comune del business. Sempre più il mercato cerca abili negoziatori per sviluppare i propri affari. Si tratta di una nuova professione che si ricollega al sempre eterno mercanteggiamento che è nato con l’uomo.
La negoziazione non è esclusiva del business, ma è utile anche nel terzo settore quello del no profit, ove serve per ottenere i migliori risultati possibili, tenuto conto che esso dispone di risorse molto limitate. Negoziare per ottenere contributi ed ogni altro ausilio, utile a svolgere al meglio l’attività.
In Italia, il terzo settore ha qualche vantaggio fiscale limitatamente alle organizzazioni non lucrative di utilità sociali (onlus). Esse godono del 5 per 1.000 sui redditi dei contribuenti oltre che a deduzione fiscale delle somme donate per liberalità, nella misura del 9,5% del reddito con un massimo di 70.000 euro. Le altre associazioni, invece, non hanno alcun sostegno fiscale.
L’Italia è un paese di furbi anzi più recentemente è stato coniato il termine furbetti, che non sono più piccoli ma più furbi, seppur nascosti dietro un perbenismo che li mimetizza.
 
I furbetti ci sono negli immobili, nelle banche, nelle assicurazioni, nelle professioni, nella carta stampata e via elencando. Abbiamo omesso i furbetti della politica sui quali non c’è più nulla da aggiungere dato che i loro comportamenti sono ormai noti a tutta l’opinione pubblica.
Il furbo ha un difetto: è miope e, nel medio e lungo periodo, dimostra stupidità. Ettore Petrolini (1884-1936) ci ricordava che la madre degli stupidi è sempre gravida. Come non dargli ragione. Il furbetto è anche arrogante: gli sembra di essere il migliore, gli sembra che tutti gli altri siano cretini. Invece non capisce, o forse non ricorda, che il tempo è galantuomo.
Il suo trascorrere lento ma inesorabile fa trasparire con chiarezza che raggira e cerca con ogni mezzo scorretto di raggiungere il proprio tornaconto. La storia è piena di furbetti che non hanno mai capito come fosse inutile il loro comportamento, se visto in prospettiva. Intendiamoci, stupidaggini ed errori ne commettiamo tutti. Ma la buona fede ci salva o la mala fede ci condanna.

I furbetti hanno un altro handicap. Devono essere sempre accorti e usare la memoria per non smentirsi quando dicono bugie perchè se vengono colti in fallo gli crolla il castello di carta che hanno costruito. L’intelligente, invece, costruisce mattone su mattone e il suo impianto è solido.
Non è vero che i furbetti si arricchiscono e la loro posizione rimane consolidata. Nel tempo capita sempre  qualche incidente che la vanifica. Essere furbi o essere intelligenti è una scelta di vita. Non c’è zona grigia: o di qua o di là.
Va da sé che l’intelligente è onesto e il furbo è disonesto. Bisogna scriverlo senza tentennamenti e senza preoccupazione che qualcuno si offenda. L’onestà della persona intelligente viene sempre premiata.
Non è vero che chi ha successo deve usare strumenti non idonei a un comportamento corretto. è vero, invece, che applicandosi molto e mettendo a profitto il più possibile la materia grigia di cui siamo dotati, possiamo conseguirlo senza alcuna remora.
Il Padre Eterno ci ha spiegato cosa è il bene e il male. Ci riferiamo al Padre Eterno che esiste da sempre non quello degli ultimi duemila anni. A noi usarlo bene con il libero arbitrio.
Ott
22
2011
Quando si è ipotizzato di far scendere il livello per le transazioni in contanti a 500 euro, Berlusconi ha detto di no, giustificando con il fatto che questo non è uno Stato di Polizia. Che c’entra questa considerazione con l’abitudine a usare i contanti, spesso per  evitare le imposte e quindi facilitare l’evasione? La deduzione è che a Berlusconi interessano gli evasori, anche quelli piccoli, perchè ognuno di essi esprime un voto, esattamente come chi paga le imposte fino all’ultimo centesimo.
Il nostro è un Popolo di Evasori. Non si giustificherebbe in altro modo l’enorme massa di imposte che non viene pagata e stimata uniformemente in 120 miliardi. Se tutti pagassero le imposte, in modo da annullare tale importo, la pressione fiscale diminuirebbe e l’onesto contribuente pagherebbe di meno. A riguardo, sarebbe opportuno che l’Agenzia delle Entrate rilasciasse i certificati di buona condotta a coloro che fanno il proprio dovere fiscale.

Seppur la legge 241/90 e la legge 133/2008 prevedessero il deposito degli elenchi in ogni Comune con il nome, cognome e reddito complessivo dei cittadini, la volontà pro-evasori di Berlusconi ha fatto annacquare i due provvedimenti, anche se non li ha abrogati, con l’ultima manovra (Legge 148/2011). Essa ha previsto la pubblicazione on line, nei siti dei Comuni, dei dati aggregati, relativi alle dichiarazioni dei redditi, con riferimento a determinate categorie. Tuttavia, anche in questo caso, ha messo un impedimento costituito dall’emissione di un Dpcm, il quale dovrà disciplinarne le modalità.
Anziché andare in favore degli evasori, il Governo avrebbe dovuto consolidare la norma esistente sulla pubblicità dei redditi ed aggiungere la possibilità di inserire nella tessera del codice fiscale, di ognuno di noi, il reddito complessivo degli ultimi tre anni. Questo avrebbe semplificato l’attività di tanti altri settori della Pubblica amministrazione, nell’ erogazione di agevolazioni di varia natura, perchè il rilevamento del reddito attraverso tale tessera, si sarebbe effettuato in tempo reale.
Bisogna scoprire le carte ai falsi moralizzatori e dire, apertis verbis, che l’evasore è disonesto, incivile e asociale.
 
Nei Paesi anglosassoni i cittadini hanno l’orgoglio di dichiarare le imposte che pagano, conseguenti a quanto guadagnano. Ogni cittadino può controllare i redditi dei propri concittadini. Si tratta di una concezione sociale serena. Nessuno pensa che controllare quanto guadagna il vicino comporti un’ingerenza nei fatti altrui, perchè le imposte che paga quello, gli danno il diritto di essere un cittadino.
In Italia, anche ad alti livelli, ci si vanta della furbizia di essere evasori o di fregare lo Stato, come se lo Stato non fossimo noi. Sono proprio coloro che si trovano nei posti di più alta responsabilità che debbono dare l’esempio di correttezza e di onestà fiscale. Come è pensabile che fra cittadini onesti ancora possano circolare le mazzette da 500 euro?
La banalità che si usa dire è anche un’incontrovertibile verità: se tutti pagassero le imposte, chi le paga se le vedrebbe ridotte. Vi è una seconda verità: se le imposte incassate sono ben spese, secondo criteri di essenzialità, efficienza ed organizzazione, si otterrebbero maggiori servizi, di migliore qualità e probabilmente notevoli risparmi.

Sono stati denominati i furbetti del quartierino alcuni arrampicatori sociali ed economici. Che dire dei furbetti dell’evasione che anziché pagare le imposte si comprano ville e barche ed hanno un tenore di vita sproporzionato ai redditi dichiarati? è vero, dal primo luglio è entrata in vigore la norma chiamata spesometro, che consente agli enti accertatori di imputare a reddito, sottoposto ad imposte, quella ricchezza emergente da beni e comportamenti non ragguagliati al reddito complessivo dichiarato.
Ma la questione riguarda i controlli. Non ci sarebbero sufficienti operatori dell’Agenzia delle Entrate nè finanzieri per controllare tutto. Ecco che il controllo dei redditi deve essere affidato ai cittadini: ognuno controlla il proprio vicino. Non si tratta, come stupidamente viene affermato, di delazione, ma di segnalare le anomalie fiscali e sociali al 117 della Guardia di Finanza o di inviare fotografie ed elementi in modo da individuare coloro che predicano bene e razzolano male. Come si vede, c’è un modo per ogni cosa: basta volerlo attuare.
Ott
21
2011
Il vizio di trattare vicino al caminetto permane ancora dopo quasi 18 anni dal dissolvimento della Democrazia cristiana. Un partito che è stato il cardine della resurrezione del Paese, ai tempi di Alcide De Gasperi, ma che a partire dagli anni Ottanta, anche con l’avvento di Bettino Craxi, ha innestato un processo disastroso di aumento della spesa, del conseguente debito pubblico e di declino della crescita e dello sviluppo.
Tutto questo accadeva perché il popolo, quando votava, non predeterminava la compagine che avrebbe dovuto governare, nè il primo ministro. La legge elettorale proporzionale, infatti, consentiva la permanenza di partitelli, tuttavia essenziali alla formazione di maggioranza, che imponevano le loro assurde richieste e i loro ricatti.
Col mattarellum si passò ai collegi uninominali per il 75 % dei seggi della Camera, mentre il vizio della proporzionale rimase per il restante 25 %. Al Senato, invece, è rimasto inalterato il sistema maggioritario regionale.

In questo quadro, Casini, con grande coerenza e costanza, combatte il sistema elettorale con premio di maggioranza, perché lo emargina. Con lui Fini, Di Pietro, l’inesistente Rutelli e altri che rappresentano modeste frange di elettori. Veltroni, con grande intuito, appoggiò, anche se non ufficialmente, la riforma elettorale ancor più maggioritaria, cioè il porcellum, che ha però il grave difetto di nominare i parlamentari e non di eleggerli.
Il popolo sovrano ha il diritto di decidere, con la sua scheda, chi dovrà governare, e non può affidare nè a Casini nè agli altri vecchi democristiani, come Scajola o Pisanu, il compito di riunirsi e decidere un Governo o le sue sorti. Ricordiamo che prima della riforma elettorale del 1993 un Governo durava in carica meno di un anno, sottoposto a faide o ritorsioni di questo o di quello. Anche questa è stata una causa importante del declino dell’Italia dopo gli anni Ottanta.
Dal 1994 in avanti non è che il nostro Paese abbia imboccato decisamente la crescita. Tuttavia il popolo ha sempre deciso chi dovesse governarlo: dal 1996 al 2001 il centrosinistra; dal 2001 al 2006 il centrodestra; dal 2006 al 2008 il centrosinistra; dal 2008 a oggi il centrodestra.
 
Il referendum, al vaglio della Corte di Cassazione prima e della Corte Costituzionale dopo, scardina il porcellum, talché nel 2012 si presenteranno tre possibilità: elezioni anticipate che annullano il referendum per effetto dello scioglimento delle Camere; riforma della legge elettorale nella direzione referendaria; svolgimento del referendum che, verosimilmente, riporterà una grande vittoria.
Non sappiamo quale di queste tre ipotesi si realizzerà, dato che il quadro politico è malsicuro e incerto. Sia come sia, l’importante è che non ritornino a galla i neodemocristiani e i neosocialisti craxiani (Cicchitto, Sacconi e altri), ma che si resti nel solco del maggioritario. In quest’ambito, una riforma che si sta facendo largo è quella del doppio turno francese sul modello della legge elettorale per i sindaci.
Sappiamo che fra i 945 parlamentari eletti vi è una buona porzione di ex democristiani o di altri che hanno una mentalità di tipo democristiano. Ci vogliamo augurare che i partiti più grandi, e perciò più responsabili, non vogliano più tornare alle deprecabili pantomime del passato, con personaggi che cadevano e risorgevano nel giro di una notte e con tutti i responsabili di partito, cioè i partitocrati, che a tutto pensavano salvo che all’interesse generale.

Vi è una grande differenza fra la situazione del 2011 e quella del 1994: la camicia di forza che l’Unione europea, e per essa la Banca centrale europea, ha messo ai conti dello Stato. Una camicia di forza che il ministro dell’Economia è stato costretto a trasfondere nelle tre Manovre del 2011 (98/2011, 111/2011 e 148/2011) ed è stata trasferita, ovviamente, agli Enti locali (Regioni e Comuni).
Di questi, i meridionali sono insofferenti e dicono che i tagli colpiranno i servizi relativi. Si tratta di una pura menzogna, perché i tagli si dovranno effettuare sugli apparati, inutili e costosi, e non sui servizi. Bisognerà vedere se giunte regionali e comunali avranno capito che la festa è finita e che bisogna attuare una gestione virtuosa delle proprie amministrazioni, risparmiando e spendendo solo l’indispensabile.
Ott
20
2011
L’Ania, associazione delle assicurazioni, ha comunicato che circa un terzo delle auto circolanti non paga l’assicurazione. Se a questo si aggiunge l’elevato numero di sinistri falsi, ecco le due giustificazioni per l’abnorme aumento dei premi Rc a carico degli automobilisti.
È vero, le assicurazioni on line danno un qualche sollievo, diminuendo i premi, tuttavia essi sono ben più alti della media europea.
Tenuto conto che al Pubblico registro automobilistico sono registrate circa 33 milioni di auto e di esse circa 6 milioni giacciono nei piazzali delle concessionarie, si può facilmente dedurre che le auto soggette all’obbligo assicurativo rimangono in 27 milioni. Se un terzo evade, significa che ben 9 milioni di veicoli aumentano enormemente il rischio per la comunità perché non sono in condizione di risarcire gli eventuali danni.
Le sanzioni per questi evasori sono adeguate, però, data la carenza di personale di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza, i controlli sugli automobilisti non arrivano a due milioni l’anno, mentre in Germania superano i dieci milioni.

I controlli sugli evasori sono un tema che non viene preso in considerazione dal Governo, che avrebbe l’obbligo di farli effettuare in maniera capillare e adeguata. A questa incombenza dovrebbero dare un contributo più forte i corpi di Polizia locale degli oltre ottomila Comuni. Ma proprio essi fanno come le tre scimmiette, sia perché nei centri piccoli  e medi si conoscono tutti, sia perché da parte dell’amministrazione non c’è la voglia di controllare il territorio.
Ecco come si spiegano, oltre le evasioni, anche gli abusi edilizi, quelli della cartellonistica ed altre forme. Fra esse, spicca l’evasione dell’Ici che è del tutto incomprensibile. Infatti l’Agenzia del Territorio della Sicilia consente il collegamento on line a tutti i Comuni e anche la visura delle mappe redatte in base ai satelliti, per cui sarebbe facile scoprire chi non paga l’Ici e chi costruisce abusivamente.
Vi è poi l’altro punto dolente delle amministrazioni locali e riguarda la morosità di imposte e servizi comunali come Tarsu, acqua, occupazione di spazi pubblici e via elencando. Come vedete l’elenco è lungo, ma continua.
 
Vi è poi la macro evasione nazionale, dei 120 miliardi di imposte che mancano all’appello, una quantità impressionante che privilegia tanti evasori i quali non contribuiscono alle spese dello Stato e danneggiano i concorrenti.
Esiste la legge 241 del 90 che prevede (artt. 22 e seguenti) la pubblicazione del reddito complessivo di ogni cittadino. La norma è stata ripresa dalla legge 133/08 (art. 42) che prevede che le dichiarazioni dei redditi debbono essere depositate presso i Comuni e che chiunque possa accedere ai dati non sensibili: nome, cognome e reddito complessivo.
Anzichè attuare queste norme, con l’ultima manovra (L. 148 /11) il provvedimento è stato annacquato perchè con l’art. 1, comma 12 ter, lettera e, è previsto che i redditi debbono essere pubblicati sul sito del Comune, ma aggregati per categorie di contribuenti. Il che significa vanificare totalmente il controllo, salvo portare all’attenzione dell’opinione pubblica i redditi medi dichiarati di gioiellieri, artigiani, commercianti ed altri con partita Iva.

Gli evasori votano, i Governi che non fanno provvedimenti per colpirli hanno il retropensiero di averne il consenso. Non c’è un solo partito pro-evasori perchè la tentazione maliziosa di cogliere questi voti è diffusa in tutto l’arco del ceto politico. Quando in questi ultimi 17 anni ha governato il centro-sinistra, 1996/2001 e 2006/2008, nessun provvedimento efficace è stato assunto. Idem per il centro-destra.
Quale potrebbe essere tale provvedimento? è semplice enunciarlo. Si tratta di consentire ai singoli cittadini di fare i controlli sugli altri cittadini. Per le assicurazioni, basterebbe consentire a ciascuno di essi di fotografare la targa delle auto nelle quali non è esposto il contrassegno ed inviarlo per mail al proprio Comando dei vigili urbani. Questi, collegati con la banca dati delle assicurazioni, potrebbero individuare immediatamente le auto scoperte ed elevare le relative contravvenzioni a carico dei proprietari.
Per i redditi complessivi degli ultimi tre anni, occorrerebbe inserire i dati nel tesserino del codice fiscale.
Ott
19
2011
Lavorerai con sudore partorirai con dolore (Genesi, versetti 16 e 17). Chi pensa che lavorare non costi fatica vuol dire che non vuol lavorare. In questa battuta si racchiude la mentalità di tanta gente che valuta il lavoro come un diritto e non un’opportunità, per cogliere la quale bisogna essere attrezzati. Ecco il punto.
Attrezzarsi adeguatamente con l’acquisizione di competenze e capacità professionali, in modo da essere pronti a rispondere adeguatamente alle esigenze di mercato. Intendiamoci, non il mercato tiranno e disumano, ma quello sociale nel quale ogni cittadino produce ricchezza che viene redistribuita secondo il principio sociale dell’equità.
Ma non è equo che qualcuno riceva un compenso, un emolumento o uno stipendio senza dare in contropartita il propio lavoro pieno di sostanza e condito con il sudore materiale e immateriale. Trovarsi nelle condizioni di non potere offrire adeguate contropartite alle numerosissime opportunità che si trovano sul mercato, è avvilente.

Nessuno di noi deve essere colto in castagna, vale a dire presentarsi per un colloquio di lavoro e non offrire un minimo di mestiere per rispondere adeguatamente alle richieste.   
Nessuno di noi è nato con le conoscenze infuse. Per questo vi è un percorso formativo che passa dalla scuola, eventualmente dall’università e, successivamente, per esperienze diverse fra cui stage, praticantati e simili. Scuola e università non dovrebbero insegnare ai giovani solo conoscenze settoriali, bensì un metodo: quello di imparare ad imparare, in modo da essere sempre pronti ad incamerare cose nuove inserendole in un bagaglio di conoscenze, poche o tante che siano, eventualmente possedute.     
La disponibilità ad imparare, sempre e continuamente finchè si vive, deve essere uno stato mentale che prosegue senza alcun limite. Nessuno, salvo l’arrogante o il presuntuoso, deve ritenersi arrivato o in possesso di cognizioni sufficienti. Ognuno di noi, come diceva il filosofo, deve sapere di non sapere. Da questo ne consegue la voglia di imparare senza limiti, sapendo che per farlo è necesario uno sforzo continuo e la rinuncia ad attività ludiche, che spesso interferiscono negativamente con il processo di apprendimento.
 
Lavorare seriamente affatica ma diverte. Proprio il divertimento è il compenso dell’impegno, della fatica e del sacrificio che ognuno di noi sostiene per raggiungere degli obiettivi. Ecco un altro nodo su cui non sono mai bastevoli le parole, cioè la necessità di sapere per cosa si lavori. Ciò puo accadere solo se sono fissati gli obiettivi e vi è chiarezza sul modo per raggiungerli.
Senza obiettivi si vaga a casaccio, si disperdono energie, non si conclude nulla. è proprio la schiera degli inconcludenti il tarlo della società. Magari persone in buona fede, ma che non servono alla società ed a se stessi. In altre parole, possiamo descriverle come persone che non hanno presente che in ogni atto del versante professionale o di quello sociale occorra che vi siano organizzazione ed efficienza anche minime.
Se tutte le energie delle persone fossero ben indirizzate, secondo criteri di efficienza ed organizzazione, il lavoro produrrebbe ricchezza e valore. Invece, l’inutilità del tempo perso è molto vasta. Tanta gente non se ne rende conto col risultato di peggiorare la situazione.

Nel lavoro bisogna sempre trovare il lato divertente, quello che soddisfa la nostra esigenza di positività.
Quando facciamo un lavoro che ci piace il divertimento è assicurato. Ma esso va trovato anche quando facciamo un lavoro che non ci piace. Questo è possibile perchè in tutte le circostanze vi è l’aspetto positivo. Noi dobbiamo trovarlo.
Molti spiegano che hanno la vocazione per fare questo o quello, ma si tratta di casi rari. Normalmente possiamo fare qualunque cosa, sol che lo vogliamo. La mente che ci ha fornito l’Essere Superiore è in condizione di elaborare fatti e conoscenze.
È noto che il nostro pensatoio venga utilizzato per un quinto delle nostre possibilità mentre le persone  straordinariamente intelligenti l’utilizzano per la metà. Quindi, lo sforzo che dobbiamo fare è di aumentare lo sfruttamento della nostra testa in misura maggiore di quanto pigramente facciamo. Perchè questo avvenga è necessario aumentare la nostra capacità di elaborazione e mnemonica per ottenere risultati. Ecco come ci si assicura il divertimento e si abbatte la fatica.
Ott
18
2011
Il primo articolo della Costituzione ci ricorda che L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Il lavoro è qualsiasi esplicazione di energia volta a un determinato fine. Ed anche l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo, in quanto tende direttamente e coscientemente alla produzione di una ricchezza o di un prodotto di utilità individuale o generale”.
Quanti cialtroni o ignoranti parlano di lavoro senza sapere che cosa esso significhi. Quanta gente urla cercando un lavoro non offrendo le necessarie competenze perché esso sia produttivo di valore. è questo il nocciolo della questione. Ogni persona  che lavora deve produrre valore, cioè ricchezza. Solo la ricchezza, ovviamente prodotta onestamente, potrà essere usata per diffondere equità e benessere fra la popolazione e aiutare i bisognosi e i più deboli.
Com’è noto, il lavoro e la relativa remunerazione che può provenire da un rapporto dipendente o autonomo derivano dalla loro utilità. Solo in questo modo liberano dai bisogni e consentono di acquisire quel minimo di autonomia che ogni uomo deve possedere.

Il vizio diffuso di vedere mezza mela, cioè quella che ognuno faccia una qualsiasi attività purché percepisca un’indennità o uno stipendio, è stato la rovina del Sud ed in particolare della Sicilia. Questo vizio è stato alimentato da un ceto politico che ha speculato sul bisogno della gente promettendo non un lavoro produttivo, bensì un posto che consentisse di percepire un compenso.
Un comportamento altamente diseducativo che ha portato la nostra Isola ad avere un miserrimo Pil del 5,6% circa di quello nazionale, mentre esso si dovrebbe attestare intorno al 9% facendo una proporzione del territorio e della popolazione rispetto ai dati nazionali.
Si può ben capire come un ceto politico non selezionato e non preparato, non possa pensare a come si governi una regione e, per traslato, la nazione. Si occupa delle questioni di piccolo cabotaggio, delle viuzze anziché dell’autostrada, dei rigagnoli anziché del fiume. L’egoismo imperante del ceto politico lo ha indotto a raccogliere il consenso basato sul clientelismo e sul favoritismo e non sui progetti strategici di ampio respiro che devono informare l’azione di chi ha alte responsabilità istituzionali di guida e di governo.
 
Dall’altra parte, vi è la popolazione tenuta in stato di bisogno, sia per incapacità della classe dirigente che per il comportamento speculativo, secondo il quale chi ha bisogno deve chiedere e quindi è disponibile a scambiarlo con il favore. Questo perverso meccanismo viene illustrato da molti decenni in queste pagine. Tuttavia non ha trovato eco nella sensibilità e nella coscienza di chi dovrebbe comportarsi secondo i doveri e non i poteri.
La situazione di tragico stallo economico della Sicilia non può continuare. è arrivato un alt fermo e deciso da parte dell’Unione europea, che ha bloccato la possibilità per le Regioni di fare altro debito necessario a coprire le scellerate uscite dovute alla spesa corrente.
Cosicché l’attuale governo, o quello successivo, non ha più la possibilità di fare politica clientelare perché, continuando a privilegiare dipendenti e pensionati regionali, amici propri e degli amici, consulenti inutili, professionisti e imprenditori di apparato e dirigenti incapaci, porterà a fare sanguinare il tessuto sociale del nostro popolo che, prima o dopo, reagirà con veemenza, cacciando gli incapaci e i disonesti dai luoghi dove risiedono indebitamente.

Il lavoro deve produrre valore. Ma si è mai chiesto un assessore o un dirigente regionale se il lavoro dell’inutile esercito di dipendenti produce valore? E sì, anche il lavoro della Pa deve produrre valore. è un valore sociale che spinge tutti i cittadini verso la crescita. Se non c’è crescita non c’è produzione di valore. Se non c’è produzione di valore non c’è stata la capacità, di chi ha il compito di dirigere strutture pubbliche, di muoversi in questa direzione.
Dal che se ne deduce in modo lampante la responsabilità. Una responsabilità che doveva essere colpita senza tentennamenti ma che, invece, è stata ignorata costantemente. Per esempio, la distribuzione a pioggia del cosiddetto Famp (Fondo amministrazione miglioramento prestazioni) ai dipendenti regionali, che dovrebbe servire per incentivarli a produrre più valore, ma che in effetti serve solo a erogare inutilmente somme sottraendole agli investimenti che creano ricchezza. Ancora uno spreco del quale nessuno risponde. Neanche la coscienza di chi l’ha provocato.
Ott
15
2011
Mille giorni in media per ottenere una sentenza di primo grado. 1.500 giorni per il secondo grado. Mille giorni per il terzo grado. In totale oltre dieci anni per avere una sentenza civile o penale. Vi sono pendenti 5,5 milioni di cause civili, 3,5 milioni di cause penali, 750 mila cause tributarie, 700 mila cause amministrative, secondo gli ultimi dati Istat disponibili. Un arretrato enorme che indica il grado di inciviltà del nostro Paese. L’aspetto che non si vede è che questo stato di cose non solo pregiudica la certezza del diritto, ma è una sorta di respingente per chi volesse investire nel nostro Paese.
Singapore ha avuto in questi ultimi 35 anni uno sviluppo straordinario, anche perché la giustizia è amministrata in giorni e non in decenni. Chiunque si rivolga al giudice ottiene una risposta, positiva o negativa, quasi immediatamente. Naturalmente, questa rapidità scoraggia moltissimi causitici a iniziare controversie. Mentre in Italia l’infinita lunghezza dei processi invita chi ha torto a cominciarli.

Più volte abbiamo scritto sulle cause di questo stato di cose e quindi non ci ripeteremo. Tuttavia, non possiamo non indicare nell’organico  dei giudici ridotto di 1.300 unità, nella disorganizzazione dell’apparato amministrativo, nel numero enorme di avvocati (quelli del Lazio sono quanto tutti quelli francesi) fra le cause di questa situazione.
Un riflesso umanitario di estremo disagio riguarda i cittadini incarcerati, a torto o a ragione, che vivono in quegli ambienti in modo quasi inumano e che soffrono dell’incertezza dell’esito dei loro processi, per la durata infinita. La questione delle carceri è sollevata continuamente, ma non è risolvibile né con l’amnistia né con l’indulto. Ricordiamo che l’ultimo ha fatto scarcerare circa 20 mila detenuti che sono ritornati in carcere nel giro di qualche anno.
Nel breve, una soluzione è quella di depenalizzare reati e istituire pene sostitutive a quelle della detenzione. Ma certo una fondamentale divisione fra delinquenti abituali e condannati per reati occasionali sarebbe assolutamente necessaria per almeno due ordini di motivi: il primo, perché non bisogna miscelare il grano con il loglio; il secondo, perché il condannato una tantum può essere sottoposto a pene diverse da quelle detentive.
 
L’informatizzazione può essere un altro mezzo che consenta una maggiore rapidità del processo. La possibilità di lavorare mattina e pomeriggio negli uffici giudiziari, l’impiego di altri giudici non togati, altri ancora. Ma tutto ciò senza un deciso taglio delle procedure per arrivare rapidamente a sentenza non potrà invertire questo meccanismo di accumulo costante dell’arretrato, salvo pochi e importanti casi.
La diatriba sulla prescrizione e sul processo corto è destituita di fondamento, perché in una comunità, comunque vadano le cose, un processo penale non deve chiudersi oltre i tre anni. Peraltro, anche una direttiva dell’Unione europea ha stabilito che la ragionevole durata di un processo non possa superare i tre anni. Per conseguenza, il nostro Parlamento ha deciso di approvare una legge chiamata Pinto, dal suo presentatore (89/01) che prevede un risarcimento di circa mille euro per ogni anno di ritardo rispetto alla durata fissata nel triennio.

La nostra Costituzione, all’art. 111, prevede che il processo debba avere una durata ragionevole, che non è un’astrazione, bensì un’indicazione di massima che il legislatore ordinario doveva recepire. Però non l’ha fatto, perché in nessuna norma è fissata la durata massima di un processo di qualunque natura. è opportuno che la Costituzione venga osservata e per ciò stesso venga approvata una norma che stabilisca tale termine.
Alcuni hanno valutato che la lentezza della giustizia italiana costi circa l’uno per cento del Pil (circa 15 miliardi di euro). Una cifra elevata che potrebbe essere risparmiata sol che tutto il sistema giudiziario funzionasse in modo ordinato e organizzato.
Aspettarsi che il Governo in carica o quello successivo si occupi in modo decisivo della questione è utopia o illusione? Può darsi. Però non possiamo restare incatenati a un sistema che non funziona e che non rende giustizia a nessuno, perché è ben noto che le sentenze definitive che tardano molto danneggiano tutti: gli attori, i convenuti e l’intera Comunità.
Ott
14
2011
Rembrandt Harmenszoon van Rijn (1606-1669) vedeva le cose che altri non vedevano e le riproduceva sulle sue tele. Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) sentiva una musica che altri non sentivano e la riportava sul pentagramma. Steve Jobs, il cui vero nome era Steven Paul, figlio di un siriano e di un’americana, percepiva una realtà che altri non sognavano nemmeno. Tutti e tre sono stati dei geni ordinari, perché per loro l’invenzione, ciascuno nel proprio settore, era un fatto ordinario.
Né loro né altri hanno mai inventato nulla, né altri ancora inventeranno qualche cosa, perché in questo piccolo mondo, nella nostra realtà, tutto esiste. Siamo noi, uomini, che non vediamo e non comprendiamo quello che c’è. A questo servono i geni normali, i sensitivi, gli intuitivi: a capire l’esistente quando gli altri non lo capiscono nemmeno e a trasformarlo in attività o cose che servono all’umanità e ad ogni singola persona.

In soli 56 anni, di cui gli ultimi sette trascorsi lottando con un male difficile da combattere, Jobs ha realizzato prodotti a raffica, assolutamente innovativi, che fanno progredire la civiltà  e le persone forse di un secolo.
Non era ingegnere, non era informatico, non era matematico, era un uomo normale che vedeva laddove gli altri non vedevano, con una sorta di cannocchiale “magico” capace di oltrepassare la corte di realtà di tutti i giorni.
È stato un grande uomo fino all’ultimo: ha sistemato la sua successione nell’azienda da lui inventata, ha dettato la sua biografia, ha accantonato una serie di nuove invenzioni già pronte per essere trasformate in fatturato nei prossimi quattro anni. Ha accumulato un patrimonio di oltre sette miliardi di dollari, destinandone una parte non trascurabile all’attività filantropica, come peraltro ha fatto Bill Gates con la sua Fondazione Bill & Melinda Gates, alla quale ha destinato miliardi di dollari.
C’è questo di bello nel sistema americano: che incoraggia i propri cittadini alla donazione, dando loro in premio uno sgravio fiscale non rilevante ma che ha il significato di un riconoscimento. Qualcosa di simile la fa lo Stato italiano, ma è troppo poco per emulare quei big statunitensi.
 
L’ultimo prodotto immesso sul mercato si chiama Iphone 4S, che ha raccolto immediatamente ordini per 76,2 miliardi di dollari in tutto il mondo: una cifra impressionante che premia chi ha capito un bisogno di mercato che altri non avevano capito.
Anche in questo comportamento c’è l’intuito di una persona. Scoprire il bisogno di mercato che non si è ancora manifestato e dargli una risposta con un servizio o un prodotto che diventa immediatamente leader e che difficilmente, anche nel tempo, la concorrenza potrà scalzare.
Ce n’è un’altra, novità, in preparazione, dopo quella di dare addio alla tastiera e di comandare il terminale attraverso il touchscreen e, cioè, dare i comandi a viva voce, con un software che funzioni diversamente da altri, che in atto esistono ma hanno modesti risultati.

Iphone e Ipad si vendono a un prezzo molto superiore al valore fisico dei propri componenti e del relativo montaggio e collaudo. La differenza fra la parte fisica e il medesimo prezzo ripaga l’invenzione, cioè riconosce il valore aggiunto di quel bene immateriale che è l’innovazione. Ecco perché nei mercati tradizionali e depressi il grande sforzo dell’imprenditoria, supportata da istituzioni moderne, efficienti e organizzate, dovrebbe indirizzarsi verso le novità. Sono proprio i beni immateriali che danno valore aggiunto. I prodotti tradizionali danno pochi margini e saturazione del mercato.
Jobs ha lasciato la vita con un rammarico. Avere frequentato poco i propri figli e non avere esercitato adeguatamente la funzione di padre. è sicuramente una pecca che però si può parzialmente perdonare ad un uomo che ha dato esempi di capacità, seppure fosse irascibile e intrattabile e si comportasse, nella sua azienda, quasi come un tiranno. Ma un nobile tiranno, intelligente e comprensivo con chi aveva capacità da mettere al servizio dell’azienda.
Non scriviamo di Jobs perché era straordinario, ma perché è stato un esempio  per l’umanità. Da imitare.
Ott
13
2011
I parenti non si scelgono, gli amici sì. Da questo assunto passano le relazioni fra le persone umane che sono complesse, in qualche caso complicate. Complesse e complicate anche perchè ognuno di noi ci mette qualcosa per evitarne la semplificazione. In qualche caso, buona fede, perchè non abbiamo le idee chiare e giriamo intorno alle questioni senza riuscirne a vedere il cuore. In altri, malafede che porta a ingarbugliare i fatti proprio perchè le zone grigie e oscure consentono di barare al gioco.
A quale gioco? Al gioco della vita, nel quale ognuno di noi partecipa in buona fede o in cattiva fede. Per principio bisogna pensare che tutte le persone agiscano in buona fede. Però essere buoni è una condizione normale, tre volte buoni si diventa fessi e si viene gabellati.
Si dice che la vita è bella. Noi aggiungiamo che deve essere anche buona. Se no non può essere bella. La buona fede è uno stato mentale ordinario, ma il nostro acume e il nostro intuito ci devono far capire quando siamo ricompensati male, cioè da chi agisce in mala fede per turlupinare il prossimo, in modo da ottenerne illeciti o indebiti profitti.

Caino e Abele erano fratelli. Caino era primogenito di Adamo ed Eva, come ci riferisce la Genesi (4,1-17). Era invidioso della predilezione mostrata da Dio per il fratello Abele. Lo uccise, fu maledetto da Dio.
Il nome di Caino è simbolo dell’odio fraterno, ma anche del tradimento di chi ha avuto fiducia e poi la utilizza per proprio egoismo. Naturalmente, come accade nel genere umano, non bisogna mai cogliere a fondamento dei rapporti la parentela, bensì l’afflato, la comprensione il rispetto reciproco.  
La parentela non deve essere una camicia di forza, perchè l’affetto, il rispetto e la stima prescindono dai doveri. Ognuno di noi ha doveri verso genitori e figli, espletati in ogni circostanza. Tuttavia, vi deve essere un riscontro positivo ad essi, non tanto materiale quanto spirituale.      
Chi dà non deve aspettarsi ricompensa, questa è la posizione di chi vuol bene. Un comportamento disinteressato verso qualunque tipo di ritorno. Comportamento che vale anche nel sociale e perfino nella politica.
 
Non sembri una bestemmia se affermiamo che i nostri rappresentati istituzionali, democraticamente eletti, dovrebbero agire in modo disinteressato avendo come unico interesse quello dei propri mandanti e, più in generale, quello dell’intera popolazione.
Non è un caso che l’articolo 67 della Costituzione preveda che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed effettua le sue funzioni senza vincolo di mandato. Questo articolo è sistematicamente ignorato da chi è in malafede e taccia di voltagabbana chi cambia casacca di partito.
La verità è che i politici hanno dimenticato o mai preso in considerazione l’Etica che dovrebbe essere la stella polare della loro azione, inserita in qualunque momento della loro attività. Se gli uomini politici avessero studiano a sufficienza, oltre i libri scolastici ed eventualmente universitari, capirebbero meglio che senza Etica non c’è politica, senza Etica non c’è niente, solo becerume.

Due amici si possono voler bene più che se fossero fratelli, due fratelli si possono voler bene più che se fossero amici. Naturalmente vale l’inverso in ambedue i casi. Non è la parentela di qualunque grado che crea rispetto, stima ed affetto, bensì la presenza di questi valori in qualunque rapporto umano. Lo stesso dicasi in un rapporto d’amore, etero o omosessuale. Anche in questi casi è necessario che siano presenti rispetto, stima ed affetto, senza dei quali ogni rapporto sentimentale, prima o poi si esaurisce.
Vi è poi la questione delle regole. Non importa quali siano i rapporti tra due o più persone. In ogni caso tra esse vi devono essere regole conosciute e riconosciute dai membri del rapporto, che delimitino i confini oltre i quali non si possa andare.
Avere consapevolezza di tutto quello che andiamo scrivendo aiuta a migliorare i rapporti di qualunque tipo e allontana le inimicizie, le incomprensioni e i comportamenti che non siano improntati alle regole. Perchè bisogna sempre tenere presente che vi è un elemento superiore ad ogni altro: la Qualità. Senza di esse ogni cosa appare piatta e informe.
Ott
12
2011
Qualche giorno fa parlavo con due giovani di 24 e 28 anni, dipendenti, i quali mi chiedevano con una punta di amarezza se a 68 anni, probabile età per la pensione, riceveranno l’assegno di quiescenza. Mi dicevano ancora che alcuni loro parenti, con un età inferiore ai 60 anni, da molto tempo sono in pensione.
Questi due fatti danno la risposta ad una situazione non più sostenibile: i pensionati di anzianità e tutti coloro che sono andati in pensione prima dei 65 anni, anche utilizzando il sistema retributivo e non contributivo, si stanno mangiando e si sono mangiati le pensioni dei giovani di oggi.
Un ceto politico becero e clientelare ha approvato in Parlamento e all’Assemblea regionale, a getto continuo, leggi che hanno dato privilegi a non finire a tanta gente andata in  pensione con solo 11 o 16 anni di lavoro. Ora è venuto il momento di smetterla, perché non è possibile continuare a caricare sul sistema pensionistico tanta gente che non ha versato contributi almeno per quarant’anni.

In questa materia non rientrano i lavori veramente usuranti, il cui elenco va categoricamente indicato, perché è del tutto giusto che chi esercita tali attività debba lavorare per un numero minore di anni ai fatidici quaranta.
Vi è un’altra questione che incide sulle pensioni dei giovani trentenni e cioè la miscela esplosiva tra assistenza e previdenza. L’Inps, seppure abbia gestioni separate, alla fine tiene un conto consolidato nel quale vi è un attivo della previdenza e un enorme passivo dell’assistenza. Mentre la prima dovrebbe essere a carico dei datori di lavoro pubblici-privati e dei dipendenti, la seconda dev’essere a carico della fiscalità generale che deve avere le risorse per sostenerla.
Per preservare le pensioni dei giovani trentenni, che le percepiranno tra quarant’anni, dato che il bilancio dello Stato dev’essere tassativamente in pareggio nel 2013, vi è una possibilità che non è stata ancora presa in esame dal Governo e che risponde ad un principio di equità.
Si tratta di fare una valutazione a posteriori di tutti coloro che hanno percepito la pensione prima del termine di quarant’anni di lavoro, anche in base al retributivo anziché contributivo.
 
A tutti questi soggetti, che sono milioni, si dovrebbe chiedere un contributo di solidarietà, da scontare ogni mese, in modo da rendere omogeneo il sistema fra chi ha avuto, indebitamente, e chi avrà tra quarant’anni, lecitamente.
Una misura di equità che riequlibri il passato con il futuro e che metta tutti i cittadini in condizioni di eguaglianza, esattamente come prevede l’art. 3 della Costituzione.
Io, come baby pensionato, mi sono autodenunziato innumerevoli volte. Nonostante percepisca ben tre pensioni (Inpdap di 900 euro, Inpgi - giornalisti - 100 euro e Inps 100 euro) sono pronto a sostenere quanto precede. Naturalmente, mi rendo conto che esso non potrebbe essere applicato a chi riceve un assegno di non oltre 1.500 euro mensili. L’egoismo di chi ha percepito indebitamente pensioni di anzianità non è stato messo in evidenza nella pubblica opinione da giornali e giornalisti, che hanno fatto da coperchio al ceto politico clientelare cui prima si accennava.

Tremonti ha affrontato con grande determinazione la richiesta tassativa della Bce, formulata con la lettera del 5 agosto 2011. Ha fatto approvare la manovra portata dalla legge 148/2011, che conduce ad un disavanzo dell’1,2% nel 2012 e al pareggio nel 2013, ma ha commesso il grave errore di far quadrare i conti imponendo nuove tasse per due terzi e tagliando la spesa corrente solo per un terzo. Avrebbe dovuto fare il contrario.
Ora Berlusconi gli chiede risorse per finanziare la crescita. Ha perfettamente ragione. Ma Tremonti non può variare i saldi di bilancio. Dunque, gli rimane una sola strada: tagliare i privilegi, a cominciare da quelli dei politici e dei pubblici dipendenti, nonché le pensioni di anzianità e quant’altro rientri in una spesa inutile. L’ipotesi del contributo di solidarietà dei pensionati-privilegiati come prima abbiamo ampiamente descritto, comincia a farsi strada.
Il redde rationem è arrivato. Ognuno assuma le proprie responsabilità. Il giudizio di chi si sta comportando in modo equo o iniquo sarà dato dalle future generazioni.
Ott
11
2011
Il decreto sullo sviluppo, indispensabile per l’Italia, slitta ancora fino al 20 di ottobre. Un ritardo deplorevole e dannoso, perché c’è bisogno di una svolta immediata nella conduzione economica del Paese. Il gioco delle tre carte che in atto esiste fra Berlusconi e Tremonti è falso. Secondo autorevoli quotidiani, il presidente del Consiglio vuole risorse per finanziare la crescita e Tremonti non vuole aprire i cordoni della borsa per mantenere inalterati i saldi che condurranno al pareggio di bilancio, nel 2013.
Il problema è falso per la semplice ragione che è impossibile, a questo punto, variare il percorso per la golden rule, mentre servono urgentemente risorse per finanziare i piani di sviluppo, sia di opere pubbliche che di sostegno all’imprenditoria, soprattutto quella che esporta.
Dove prendere tali risorse? La risposta è facile: prenderle dai risparmi sulla spesa corrente. Ma per risparmiare occorre tagliare gli stipendi abnormi ai pubblici dipendenti e tagliare il loro numero. Tagliare le pensioni di anzianità e altri privilegi.

Occorre anche eliminare tutte quelle forme assistenziali che il ceto politico si è autovotato e che è inutile elencare perché sono ben note ai lettori. Occorre tagliare la dotazione del Servizio sanitario, che spende oltre 106 miliardi, procedendo alla sua riorganizzazione che dovrebbe dare efficientamento a un sistema che attualmente non lo possiede, con l’adozione dei costi standard.
Vi sono centinaia di capitoli di spesa corrente, nel bilancio pubblico, che possono essere ridimensionati cospicuamente ottenendo altrettanto cospicuo risparmio. Un Governo fatto di statisti procederebbe senza indugio in questa direzione, recuperando immediatamente tutte le risorse necessarie agli investimenti.
Vi è poi l’altra gamba su cui potrebbe camminare lo sviluppo e cioé quella delle liberalizzazioni. Anche in questo caso un Governo di statisti andrebbe diritto allo scopo, senza preoccuparsi delle lamentele di questa o quella categoria. Il primo provvedimento dovrebbe essere quello di eliminare il monopolio dei servizi delle società locali, create appositamente da Regioni e Comuni per metterci dentro tutti i propri raccomandati, alias galoppini elettorali.
 
Anche da questo taglio vi sarebbero cospicui risparmi, che potrebbero essere girati a investimenti, soprattutto in opere pubbliche, delle quali il Paese ha una fame atavica.
Come vedete, la questione è semplice. Fa specie che i grandi quotidiani e tanti giornalisti competenti non facciano trapelare questa fotografia lampante e si trastullino alimentando il diverbio tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, senza individuare la causa di questo scontro. Il primo non vuole scontentare le fameliche corporazioni, il secondo non può aprire i cordoni della borsa, ma potrebbe girare i risparmi della spesa corrente in investimenti, sol che Berlusconi avesse il coraggio di tagliare i privilegi delle diverse Caste.
Non sappiamo cosa il Governo porterà all’attenzione dell’opinione pubblica il 20 ottobre prossimo, ma abbiamo l’impressione che non avrà il coraggio di fare barba e capelli a quelli che stanno bene e che non hanno alcuna intenzione di fare sacrifici come li sta facendo tre quarti della popolazione.

Sembra incredibile che una questione così elementare non venga all’attenzione per quella che è. Così non si informa l’opinione pubblica, così non si procede verso l’essenziale aumento della ricchezza, cioè del Pil. Quest’ultimo rimarrà inchiodato sullo 0,2 o 0,3 per cento nel 2012, a bocce ferme. Mentre un cambio di passo in questi ultimi due mesi potrebbe costituire un’efficace premessa per portarlo sopra l’1 per cento.
Certo, occorrerebbero Governo e maggioranza molto forti per resistere alle reazioni della piazza, ove vanno quelli che stanno bene, non quelli che stanno male, perché purtroppo il ceto medio e quello più debole non riescono ad avere voce. Nelle manifestazioni, infatti, vediamo solamente organizzazioni di questo o di quel colore i cui rappresentanti parlano con la testa degli altri, dopo aver imparato a memoria slogan e argomenti che nulla hanno a che fare con la realtà.
La democrazia è meravigliosa perché consente anche queste inutili manifestazioni, ma la classe dirigente ha il compito di governare nell’interesse di tutti.
Ott
08
2011
Gesù cacciò i mercanti dal tempio (Gv 2,13-25). I farisei si meravigliarono di tanto coraggio. Fariseo indica uomo falso, ipocrita, che guarda più alla forma che alla sostanza delle azioni, e Gesù rivolgendosi a loro: Guai a voi scribi e farisei ipocriti...poichè siete simili a sepolcri imbiancati (Mt, 23, 1 e seguenti).
Nel ceto politico vi sono tante persone oneste e capaci, ma tante altre disoneste, trafficone, corrotte ed incapaci, che danneggiano la comunità. Secondo la nota legge di Gresham la moneta cattiva scaccia quella buona, sono proprio i cattivi politici, detti anche politicanti, senza mestiere, i quali diffondono una diseducazione che viene emulata e che mette in dubbio i principi morali cui ogni rappresentante istituzionale di qualunque livello dovrebbe ispirarsi.
L’estesa corruzione che una magistratura intelligente e silenziosa scopre ogni giorno nei diversi gangli della Pubblica amministrazione è una testimonianza che, dal parlamentare nazionale al consigliere regionale fino all’assessore comunale, vi è la diffusa convinzione che la Cosa pubblica è cosa propria.

Da più di un anno alla Camera giace un disegno di legge sulla corruzione, ma i deputati non hanno nessuna voglia di valutarlo in Commissione e portarlo con immediatezza all’Aula. Questo perchè in quell’ambiente vi sono tanti corrotti che si mettono di traverso per evitare una legge esemplare contro la corruzione.
Peraltro non si può mettere una volpe a guardia del pollaio, nè pretendere che il tacchino aspetti con ansia il Natale. Occorre un forte senso civico che spinga gli uomini politici perbene a inserire nell’ordinamento regole tese ad impedire che vengano realizzati reati contro la Pubblica amministrazione.
Lo stesso ceto politico perbene dovrebbe tendere ad espellere dalle proprie compagini tutti quei soggetti che sono sotto processo o per i quali sia stata richiesta un’incarcerazione, o una condanna. La questione dovrebbe essere valutata e confermata a monte, cioè nel momento della scelta dei candidati, i quali dovrebbero esibire non solo la fedina penale bianca ma anche il certificato dei carichi pendenti. Solo così, almeno in partenza, si può essere sicuri della buona fede dei candidati, magari successivamente eletti.
 
Vi è poi un’altra questione non da poco: l’esclusività dell’attività parlamentare. Non è possibile che deputati-professionisti approvino leggi che poi possano utilizzare nell’esercizio del loro lavoro privato. Chiunque eletto al Parlamento dovrebbe obbligatoriamente sospendere l’attività professionale per tutta la durata del mandato, se così gli conviene, oppure rinunziare al mandato.
Lo stesso dicasi per i doppi incarichi dei parlamentari e per tutte le indennità che ogni incarico comporta. Chi è parlamentare, qualunque cosa faccia, da presidente della Camera a membro di Commissione, non dovrebbe avere nessun altro compenso se non quello delle indennità mensili.
Vi è un’ulteriore questione e cioè che i parlamentari hanno una serie di rimborsi spese (diaria, collaboratore, viaggi e trasporti e via elencando) che prescindono dalle effettive spese sostenute, in altre parole non sono rimborsi con giustificativi a piè di lista. Ovviamente tutti questi rimborsi figurativi non sono soggetti ad Irpef.

La questione delle pensioni è uno scandalo nello scandalo perchè il Parlamento ha votato una serie di leggi che consente a chi abbia fatto appena una legislatura di ricevere un vitalizio fino a quando campa. Un privilegio tutto italiano che ci fa sgridare dall’Europa. è difficile che deputati e senatori possano abolire il privilegio della pensione per anzianità per la quale comunque occorrono 35 anni di attiv ità e un’età non inferiore a 59 anni.
Ma torniamo ai politicanti, cioè a quella parte negativa del ceto politico che inquina pure quella positiva. Che non facciano l’interesse generale, è sotto gli occhi di tutti. L’interesse generale sarebbe quello di fare le riforme, di liberalizzare il mercato (società pubbliche per i servizi locali, ordini professionali e così via), eliminare i privilegi prima descritti. In altre parole diffondere principi di equità fra i cittadini, senza di che l’Italia continuerà a zoppicare. Essi vanno cacciati dal tempio. Questa non è antipolitica.
Ott
07
2011
Molte persone cominciano una discussione esclamando: c’è un problema. Si tratta di incapaci che si fermano al primo ostacolo, piccolo o grande che sia.
Intendiamoci, non è che difficoltà e problemi non esistano. Anzi, ne esistono tanti, e tutti i giorni. Certificare la loro presenza nel tragitto che compiamo nella nostra vita è un esercizio tanto banale quanto vuoto di contenuti. Invece, bisogna che la nostra mente, cioè l’intelligenza che governa il cervello, sia addestrata e pronta ad affrontare le difficoltà per superarle in modo da approcciare il problema con un’idonea soluzione.
è la differenza tra chi ha una mentalità positiva e una negativa. è la differenza tra chi vuole costruire e chi rimane inerte ed incapace di superare gli ostacoli. E chi non ha capito che deve auto-addestrarsi continuamente tutti i giorni per essere pronto ad ogni evento negativo. E chi è capace di trasformare un impedimento in giovamento. Non è facile percorrere tale via con questo stato mentale, ma si può fare.

Se si approccia un problema in modo positivo si cerca la relativa soluzione. Esiste la migliore soluzione di un problema? Sì, certamente, dipende se si cerca in modo approfondito o superficiale. In questo ultimo caso probabilmente la soluzione non sarà efficace. Se, invece, si ragiona elaborando più possibilità, la migliore soluzione verrà fuori.  
Spesso non ve ne è una sola, ma tante che presentano pro e contro. Che si fa in questo caso? La risposta c’è. Si prendono le parti più funzionali di ogni soluzione, si miscelano e viene fuori quella più appropriata.  Si tratta di avere l’abitudine ad adoperare un’appropriata tecnica con serenità ed equilibrio, senza i quali è difficile ottenere un buon risultato.   
Molti girano attorno ai problemi perchè non li capiscono in quanto non possiedono doti di analisi e di logica indispensabili per tentare di raggiungere la migliore soluzione.
La logica è  quella parte della filosofia che studia le condizioni di validità dei procedimenti di inferenza di un giudizio. è anche l’arte di raggiungere il ragionamento, l’argomentazione, il discorso in modo che le idee siano tra esse connesse e si sviluppino con razionale procedimento l’uno dall’altro.
 
La logica non è patrimonio di tutti. Neppure la razionalità e neanche la capacità di analisi. Mancando questi elementi è difficile comprendere l’essenza dei problemi ed ancora più difficile trovarvi soluzioni.
Tuttavia, l’umanità è andata sempre avanti perchè ha cercato di vivere meglio con innovazioni continue,  sia di metodo che di merito. Il miglioramento della vita è un aspetto non secondario delle condizioni delle persone, dovuto al frutto della ricerca. Essere pronti ad affrontare un problema è conseguenza della capacità di non farsi investire da esso, ma di approcciarlo con pazienza, sapendo che la soluzione non si trova a portata di mano. Ecco un’altra dote che non è insita nella natura umana, appunto, la pazienza. 
Una dote che si acquisisce con il tempo se ci si mette testa, tutti i giorni e persino la notte. Essere pazienti e tolleranti è uno stato mentale non gratuito che costa molta fatica, perchè bisogna dominare gli impulsi e tenere a freno l’istinto, che spesso ci induce a compiere azioni sbagliate.

A pazienza e tolleranza bisogna aggiungere la riflessione. Avere il tempo per riflettere è indispensabile, in modo da mettere sul piatto della bilancia elementi favorevoli e contrari per trovare il modo più idoneo e la migliore soluzione che ogni problema merita.
Quante doti deve avere una persona per vivere al meglio? Tante doti che non sono il bagaglio di chi nasce, ma che si acquisiscono via via ponendo l’obiettivo di migliorare le proprie performances e quindi raggiungere i migliori risultati. Vi sono dissertazioni infinite sul come fare, cioè sulla questione di metodo. Persino René Descartes (1956-1650) ha scritto un volumetto sulla materia.
La vita è complessa e persino complicata. A volte noi, con il nostro comportamento, la rendiamo più complessa e più complicata, mentre dovremmo fare di tutto per semplificarla. Non è facile, ma si può fare, perchè dobbiamo aver chiaro che, entro certi limiti, o noi guidiamo gli eventi o gli eventi guidano noi. Il che significa che se non troviamo la soluzione ad ogni problema esso vincerà. Ma così non deve accadere.
Ott
05
2011
La Sicilia si trova in un obiettivo stato di grave malattia perché 64 anni di Autonomia non sono riusciti ad educare i siciliani a comportarsi come cittadini.
La regola del civismo dovrebbe essere una sola: la strada è la vostra casa. Il che significa che se si è ordinati e rispettosi nel proprio ambiente domestico bisognerebbe esserlo ancor di più fuori, quando si hanno relazioni con gli altri cittadini.
I comportamenti di tutti noi abitanti dell’Isola, siciliani o meno, dovrebbero tendere al benessere comune e all’interesse generale, mettendo in secondo piano i nostri interessi privati. Se così fosse, la crescita dell’Isola sarebbe assicurata. Ne dobbiamo dedurre, dalla malattia presente, che così non è stato e così non è.
Il difetto maggiore dell’attuale situazione è la mancanza di un Piano di sviluppo economico e sociale dell’Isola che avrebbe dovuto stendere il ceto politico (Governo regionale, Assemblea regionale, sindaci e Giunte comunali), in modo da assicurare al territorio e a coloro che vi vivono un processo equilibrato e continuo di crescita.

Il ceto politico preposto alla bisogna non è stato capace, in questo dopoguerra, di stendere tale Piano per cui ci siamo mangiati tutti questi decenni arretrando rispetto alle regioni del Nord e facendoci avvicinare, in qualche misura, dalle nazioni Nord africane.
Tuttavia un certo grado di benessere si è diffuso e con esso sono aumentate le differenze fra i diversi strati sociali. Chi stava bene sta ancor meglio, chi stava male non ha migliorato la propria situazione. Il risultato di tutto questo è che l’obiettivo e diffuso benessere, seppur diversamente graduato, anziché stimolare la nostra voglia di fare di più e meglio ha finito per rammollirci ed impigrirci.
Quanti giovani siciliani cercano il posto pubblico, anziché scommettersi nel mercato. Ma per farlo dovrebbero studiare molto, capire quello che accade in giro, acquisire professionalità e invece parcheggiano nelle università, si laureano (quando si laureano) a 28 anni, perdendone almeno 5. Poi continuano ad aspettare uno straccio d’indennità pubblica lamentandosi però che sono precari, che non si possono sposare e non possono chiedere il mutuo.
 
Ecco, la pigrizia è un disvalore che rattrappisce il cervello il quale invece avrebbe bisogno di stimoli per fare di più e meglio, anziché galleggiare in una palude. Molti nuclei familiari vivono d’indennità di diverso tipo (disoccupazione, pensione, invalidità e altre), ma tutto ciò non è sviluppo, non è crescita, è galleggiare.
L’esempio viene dall’Alto. Chi sta in Alto, però, non dà un buon esempio nè di capacità nè di onestà. Non tutti ovviamente danno il cattivo esempio. Ci sono quelli che danno il buon esempio, ma non hanno sufficiente voce per farsi sentire.
E così la Sicilia langue tra mille problemi che si acuiscono ogni giorno per effetto della stretta finanziaria voluta giustamente dall’Unione europea, che costringerà i politici siciliani, volenti o nolenti, a lasciare la via del vizio per imboccare quella della virtù. E chi non lo farà sarà travolto dall’indignazione popolare che non è Antipolitica, ma la richiesta di Alta politica cioè quella che prende decisioni rapide ed eque nell’interesse di tutti.

Vi è la regola delle “cinque C” necessaria per crescere. Esse sono Conoscenza, Competenza, Capacità, Competitività, Culo. Senza Conoscenza, cioè senza saperi, si è in balia degli altri, non si possono affrontare i problemi e soprattutto trovare le relative soluzioni. La Competenza si acquisisce mediante una fatica notevole e un duro lavoro che fa sudare e compiere sacrifici. Con essa si acquisisce la Capacità del fare e di raggiungere risultati. Il quarto requisito, quello della Competitività, significa che ogni cittadino deve essere opportunamente allenato per reggere la gara della vita, dell’attività, della socialità. E infine il fattore Culo, cioè la fortuna: trovarsi al posto giusto nel momento giusto, fare l’incontro con la persona giusta, essere valutati per quello che si è in base alle proprie capacità, e così via. Il fattore C è una parte minore del bagaglio di ognuno di noi, ma certo non meno importante degli altri. Con i cinque requisiti elencati si progredisce; senza, è inutile invocare la malasorte.
Ott
05
2011
Si continua a discettare senza alcun costrutto se i servizi pubblici possano essere organizzati, prodotti e somministrati da soggetti pubblici o privati. La questione è malposta, perché ha una connotazione esclusivamente ideologica, in quanto prescinde dalla valutazione della qualità ed efficienza dei servizi medesimi.
Che importa ai cittadini chi produca tali servizi? Importa che essi raggiungano lo scopo, che è quello di soddisfare i bisogni nel modo migliore possibile e, soprattutto, con i costi più bassi possibili. Cioè, avere il miglior rapporto tra costi e benefici; cioè, avere il miglior rapporto tra spesa e qualità/quantità dei servizi medesimi.
A questo criterio di organizzazione dovrebbero attenersi i sindaci virtuosi. A questo criterio di organizzazione dovrebbero attenersi i dirigenti (generali, di aree, di servizi, di dipartimenti) virtuosi, a questi criteri devono attenersi le imprese. Chi deborda da questi criteri lo fa per disonestà, incapacità, incompetenza o altri disvalori.

Il referendum che ha impedito la privatizzazione dei servizi locali per l’adduzione, la distribuzione e la somministrazione dell’acqua è stato di tipo ideologico, basato su una menzogna, cioè che l’acqua non potesse essere privatizzata. Ma il servizio che la porta dalla fonte al rubinetto può essere pubblico o privato, l’importante è che l’acqua arrivi all’uso industriale o civile secondo caratteristiche di potabilità eccellenti e con la tariffa più bassa possibile.
Anche in questo caso non importa nulla ai cittadini che tale servizio venga effettuato da organismi pubblici o privati. Importa che esso sia il più efficiente possibile.
La questione che poniamo riguarda qualunque altro servizio pubblico, per esempio quello sanitario. Nel sistema dei Presìdi territoriali e delle Aziende ospedaliere vi è una diffusa inefficienza e disorganizzazione, anche perché è volutamente confuso il servizio sanitario proprio col servizio alberghiero, che è altra materia.
è inspiegabile, se non per effetto di disorganizzazione e corruzione, come la degenza di un giorno possa costare nel complesso oltre 700 euro: più che andare in un albergo a cinque stelle.
 
Peraltro, negli ospedali vi sono macchie di eccellenza, professionisti di prim’ordine, capacità di cura che vengono incontro alle esigenze dei malati. Un parametro inequivocabile che misura nel complesso l’inefficienza o l’efficienza del servizio sanitario, in Sicilia, è quello relativo all’emigrazione e all’immigrazione dei malati. Il dato, nel 2010, è negativo per 3.300 ricoveri.
L’inefficienza e la disorganizzazione degli ospedali e dei Presìdi ha un nome e cognome: l’indebita ingerenza di tanti politicanti da strapazzo che utilizzano la raccomandazione e il favoritismo come mezzo per raccogliere voti. Il direttore generale di un’Asp o di un’Ao non sempre è in condizioni autonome di contrattualizzare i migliori primari, non sempre è in condizione di sanzionare medici, infermieri e amministrativi che non fanno il proprio dovere; non sempre è in condizione di ridurre fortemente l’esercito dei dipendenti amministrativi messi dietro le scrivanie senza alcuna utilità.

Nel versante privato, vi è una miriade di cliniche convenzionate che si trovano abbondantemente al di sotto della sufficienza. Per contro, ve ne sono altre che costituiscono centri di eccellenza che non hanno nulla da invidiare alle migliori cliniche europee. Ne citiamo una per tutte: il Centro clinico diagnostico “G.B. Morgagni” di Catania. Lo facciamo volentieri ed in modo disinteressato, perché l’abbiamo constatato personalmente.
Vi è una causa, a monte dell’inefficienza e della disorganizzazione del servizio pubblico: il fatto che esso non recluti i migliori professionisti, ma tanti che non hanno qualità, salvo quella della raccomandazione.
Ecco che si pone la questione di rendere poco appetibile l’impiego pubblico, di modo che la gente si abitui a un principio meritocratico. Nel pubblico si guadagni poco perché poco si lavora, almeno fino a quando non si ribalta questa situazione. Nel privato si guadagni tanto, perché si lavora tanto e molto bene.
Un modo meritocratico è quello di ripristinare i concorsi. Ma da questo orecchio i politicanti non ci sentono.
Ott
04
2011
Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è diventato l’oracolo dell’Italia. Non è una connotazione negativa. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che la sua funzione di indirizzo morale si è trasformata in funzione di indirizzo materiale. Prova ne è che fonti bene informate comunicano l’accordo fra Trichet, Draghi e lo stesso Napolitano relativo al contenuto della famosa lettera del 5 agosto 2011 che la Banca centrale europea ha mandato al Governo italiano.
Solo gli incompetenti possono dire che questa lettera ha commissariato l’Italia. Si tratta di ben altro. La Banca europea si comporta come qualunque altra banca, seppure sovranazionale. Deve erogare un credito e  vuole avere impegni precisi dal debitore cui deve erogarlo. Non è che la Bce abbia detto al Governo italiano cosa dovesse fare, ma più semplicemente che se voleva credito sotto forma di acquisto dei Buoni del Tesoro dovevano essere date garanzie precise. E così è stato.

La Bce non ha detto in profondità quali dovessero essere gli atti del Governo italiano, come invece ha fatto con il Governo greco, ma che dovesse essere raggiunto il pareggio di bilancio nel 2013, lasciando ampia facoltà fra il taglio di spese e l’aumento di tasse. È stata una improvvida responsabilità del Governo Berlusconi quella di avere scelto la strada di aumentare la pressione fiscale per due terzi della Manovra e con solo un terzo di tagli. Fra i tagli, stona fortemente l’omissione di quelli relativi alla Casta della politica.
Anche su questo versante, a nostro avviso, il Presidente Napolitano ha cercato di fare di tutta l’erba un fascio. Chi come noi da trent’anni evidenzia i privilegi e gli interessi privati di una parte del ceto politico e di quello burocratico non ha mai fatto antipolitica.
L’appello di Diego Della Valle, il patron di Tod’s, è pienamente da sottoscrivere. Anche in questo caso non si tratta di antipolitica, ma al contrario vi è una precisa richiesta di fare finalmente politica alta, cioè di prendere decisioni immediate nell’interesse di tutti i cittadini, tagliando gli interessi particolari delle varie Caste. è troppo comodo rifugiarsi nell’antipolitica quando si chiede l’eliminazione dei privilegi.
 
Il referendum contro la legge elettorale porcata è sacrosanto e legittimo. Noi siamo vecchi referendari, a partire dagli anni ‘70, ‘80 e ‘90, quando abbiamo sostenuto con forza tutti i referendum perché sono la più alta espressione della democrazia. è vero, essi sono imperfetti, perché hanno la funzione di taglio e cucito di norme esistenti.
Spesso accade che da questa operazione sartoriale non rimanga un testo ordinato, però, dato che il meglio è nemico del buono, riteniamo indispensabile chiamare il popolo ad esprimersi al di sopra del volere del Parlamento ove, ricordiamo, sono radunati dei mandatari, cioè coloro che ricevono un incarico e che poi debbono espletarlo nell’interesse del mandante, cioè del popolo medesimo.
Verosimilmente questo referendum passerà il vaglio della Cassazione che è limitato alla validità delle schede sottoscritte, superiori a 500 mila. Poi passerà al vaglio della Consulta che, altrettanto verosimilmente, darà via liberà.

Cosicchè, fra il 15 aprile e il 15 giugno del 2012, il referendum si farà. A meno che questa maggioranza non restituisca il mandato al Capo dello Stato il quale, dopo consultazione, non troverà altra maggioranza nelle Camere, per cui le scioglierà.
Oppure, il Parlamento approverà una legge elettorale sostitutiva di quella esistente, ma sempre nella direzione voluta dai referendari. Sia come sia, non è più accettabile avere Camere ove risiedono i Nominati e non gli Eletti. Anche se potrebbe essere probabile che con un atto di disperazione l’attuale maggioranza, pur di non fare svolgere il referendum con relativa modifica della legge elettorale, chiedesse le elezioni anticipate con questo porcellum. Tutto ciò mentre l’Italia si è fermata con una crescita misera, prevista nella misura dello 0,2 per cento, mentre gli Usa viaggiano verso il 2 per cento e la Germania verso il 3 per cento.
C’è di che arrossire profondamente, ma il nostro ceto politico non arrossisce per niente. Altro che antipolitica. Bisogna abbattere i politicanti, mostri partoriti dalla partitocrazia.