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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Nov
30
2011
Il surriscaldamento dell’atmosfera provoca, seppur lentamente, uno stravolgimento delle regole relative all’effetto serra, al movimento dei venti, all’evaporazione dell’acqua, alle precipitazioni e quant’altro in natura aveva funzionato fino a quando l’uomo non vi ha messo il becco. I ghiacciai che si sciolgono fanno aumentare il livello del mare e, alla fine del ciclo, non vi sono più stagioni, per cui i temporali e i nubifragi sono diventati all’ordine del giorno.
Vi sono state Nazioni previdenti, che hanno cominciato e continuato a realizzare opere di manutenzione strutturale del territorio, in modo che potessero affrontare le avversità atmosferiche per evitare i disastri ambientali, almeno entro certi limiti.
Vi sono altre Nazioni, tra cui la nostra, che hanno continuato ad ignorarre questi cambiamenti, non solo non facendo opere sul territorio, ma approvando dissennatamente costruzioni che hanno cementificato l’ambiente perfino intubando i torrenti o costruendo immobili sul loro letto.

A chi è addebitabile questo stato di cose? Ovviamente ai sindaci, in primo luogo, poi ai presidenti delle Regioni, alla Protezione civile nazionale e locale e agli altri organi dello Stato che si sono sempre infischiati del territorio. La mancata prevenzione comporta che i disastri ambientali costino molto di più, sia in termini di vite umane che di risorse finanziarie,  delle sensate costruzioni. Il peggio della questione è che si ricostruisce lasciando intatti gli abusi e le malformazioni del territorio.
Il rimedio c’è e consiste nel progettare tutte le opere necessarie per ripristinare il giusto equilibrio ambientale, seguito da provvedimenti tesi ad abbattere tutti gli immobili abusivi ed anche quelli autorizzati, ma che non possono restare, pena la continuazione dei disastri allorquando si verifichino eccessi di precipitazione, divenuti ormai normali.
Si dice che non vi siano risorse finanziarie per attuare i provvedimenti prima accennati. Si tratta di una colossale menzogna perché le risorse ci sono, ma vengono indirizzate verso una spesa pubblica improduttiva, fatta di privilegi e, qualche volta, di quella corruzione che sta dilagando nella Pubblica amministrazione.
 
Veniamo alla nostra Isola, ove vi è una preponderanza di monti e colline rispetto alla pianura. Anche nel caso della Regione e dei 390 Comuni, vi sarebbe la possibilità di risparmiare alcuni miliardi l’anno di spesa pubblica improduttiva e destinarli  alla realizzazione di progetti per la sicurezza del territorio. Questa iniziativa, oltre che raggiungere tali obiettivi, avrebbe il pregio di creare migliaia di posti di lavoro e di contribuire alla formazione di ricchezza secondo il principio economico della velocità della moneta.
In questi sessantaquattro anni di autonomia regionale non c’è stato uno dei cinquantasette governi siciliani che ha messo nel suo programma la prevenzione del rischio idrogeologico con i tre strumenti prima indicati. I presidenti della Regione e i  sindaci si sono preoccupati di assumere personale, di nominare consulenti, di favorire gli amici, insomma di fare un’azione clientelare che gli portassero voti, piuttosto che pensare alla sicurezza e al benessere dei conterranei. 

Quando si verifica una calamità i giornali e le televisioni non indicano mai i responsabili dei danni che essa produce, mentre i responsabili ci sono e lo ribadiamo: si tratta dei sindaci e dei presidenti della Regione. Naturalmente, non ci riferiamo ad una responsabilità penale, ma sociale e politica. Sociale, perché l’istituzione non ha fatto il proprio dovere di prevenzione; politica, perché non ha mantenuto fede ai doveri che è il compito più importante dell’eletto.
Nonostante queste gravi omissioni, molti sindaci sono stati confermati dai cittadini che non hanno valutato il loro cattivo operato, perché da noi vige un principio di falsa amicizia che prescinde dai doveri, secondo il quale l’amico può fare tutto, anche violando regole civiche tassative.
Il problema è immenso, ma va affrontato. Le risorse ci sono se sottratte alla spesa pubblica improduttiva ed alle caste, prima fra le quali quella politica. Cosa manca per attivare un grande progetto di opere sul territorio? Manca la visione dello statista, di chi governa la Sicilia e i Comuni: operare nell’esclusivo interesse dei cittadini e non propri.
Nov
29
2011
Perché nascono le corporazioni e le Caste? Per mantenere i privilegi e detenerli contro ogni forma di innovazione. I sindacati, per esempio, sono soggetti corporativi. Si dicono rappresentativi dei disoccupati, ma, in effetti, difendono gli interessi dei pensionati e di coloro che sono dentro il mondo del lavoro iper-garantiti.
Qualunque innovazione che è stata proposta in questi ultimi decenni per inserire flessibilità nel mondo del lavoro, da D’Antona a Biagi, in modo da facilitarne l’ingresso e l’uscita è stata contrastata dal sindacato soprattutto quello duro e puro della Cgil cioè la Fiom. C’è un’altra ragione di resistenza all’innovazione: mantenere il controllo centralizzato a Roma di tutti i contratti collettivi nazionali di lavoro. Ecco perchè si sono scagliati contro la disdetta di Marchionne dell’1 gennaio 2012.
In tutto il mondo le corporazioni bloccano il progresso. In tutto il mondo la conservazione non vuole cambiare lo stato dei fatti.

Vi è una sorta di paura del nuovo, perchè il nuovo cambia gli equilibri perchè al nuovo bisogna adattarsi con fatica, perchè il nuovo fa guadagnare qualcosa ma ne fa perdere qualche altra. è difficile che spontaneamente qualcuno si adatti a modificare il proprio status, perchè teme l’imprevisto e l’incognito. Si tratta di gente che fa calcoli per difendere il proprio egoismo e il proprio interesse.
Così facevano i feudatari quando speculavano sulle fatiche dei contadini, che con il loro lavoro producevano i prodotti agricoli, ma di cui ne godevano una piccola parte. La riforma agraria fu violentemente contrastata dai proprietari terrieri, ma la sua realizzazione comportò un grande atto di democrazia.
Bisogna aver coraggio per affrontare il nuovo? No, di certo. Basta avere la consapevolezza che senza l’innovazione l’uomo è morto, o quasi. Senza l’innovazione l’uomo vivrebbe ancora nelle caverne.
L’innovazione non solo è auspicabile, ma indispensabile per progredire e per portare avanti il genere umano. Chi non è disposto ad accettare la novità è come cristallizzato, prigioniero delle proprie paure e del proprio egoismo.
 
La paura è insita nell’uomo, ne è parte integrante. Come qualunque altro sentimento è legato fortemente alle debolezze di ogni persona. Per vincerla occorre coraggio, che non si trova al mercato, siamo noi che dobbiamo produrlo, siamo noi che dobbiamo trovarlo al nostro interno.
La paura è salutare perchè ci rende prudenti e attenti. Ma è anche controproducente quando ci fa restare immobili non sapendo cosa fare. La peggiore paura è quella del nulla, non di qualcosa di specifico, materiale o immateriale. Ecco perchè bisogna distinguere la paura buona da quella cattiva esattamente come il colesterolo o lo stress.
Vi sono persone che odiano lo stress, ma sbagliano, perchè lo stress è: qualunque causa o stimolo per l’organismo vivente. Se positivo, aiuta, se negativo, reca danno. Esattamente come la paura. Chi compie un atto eroico si dice che non ha paura. Non è così. È, invece, motivato fino anche a mettere in gioco la propria vita.

Il timido ha molte paure. Cerca di scansare ogni novità, di non affrontare persone, di non dialogare perchè teme di essere messo in difficoltà. Non bisogna criticarlo, ma aiutarlo a trovare in sé gli anticorpi che gli facciano maturare un ragionamento teso a cambiare convincimento: ognuno può perdere o vincere, ma ha il dovere/diritto di giocarsi sempre la partita, possibilmente per vincerla.
Per vincere una partita è necessario innovare, pensare a molte soluzioni rispetto ai problemi, usare comportamenti adeguati ad ogni circostanza, essendo anche capaci di sfidare situazioni difficili e di sbrogliare matasse anche col sistema del filo di Arianna.
 In altri termini, non bisogna preoccuparsi più di tanto, perchè le cose vanno come devono andare, quasi indipendentemente dalla nostra volontà. Ma di una circostanza bisogna essere consapevoli, che l’energia di cui è composto il nostro corpo ci consente di affrontare con i nostri mezzi gli ostacoli avendo la consapevolezza di potercela fare e sapendo contestualmente che, se non ce la facciamo, non dobbiamo rimproverarci perchè abbiamo fatto tutto il possibile.
Nov
26
2011
La questione degli Eurobond è semplicissima: la Bce dovrebbe emettere dei titoli europei che via via sostituiscano quelli dei 17 Paesi partner dell’Unione europea.
L’idea è buona ma manca delle gambe per camminare. Infatti è impensabile la realizzazione di questo progetto se prima non vi sia un’armonizzazione dei sistemi fiscali di tutti i Paesi che hanno refluenze finanziarie e delle regole che debbono governare in maniera tassativa i bilanci pubblici di ogni partner.
È vero che il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) ha stabilito tre parametri per l’adesione: l’inflazione di ogni Paese nella media europea, il debito non superiore al 60% del Pil; il disavanzo (o deficit) annuale non superiore al 3% tra entrate e uscite a condizione che esso non faccia sforare il parametro precedente.
Ma questi parametri non sono stati supportati da sanzioni, per cui i partner meno avveduti li hanno allegramente sforati fino ad arrivare a livelli incontrollabili del debito pubblico, in Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

La Grecia ha falsificato i bilanci inviati all’Unione e quest’ultima non ha mandato i suoi ispettori per verificarli alla fonte.
Ma anche l’Italia ha manipolato i propri bilanci facendo apparire disavanzi annuali inferiori a quelli veri e comunque facendo aumentare il debito pubblico da mille miliardi del 1992 a 1.900 miliardi di quest’anno, quasi il doppio.
Le regole che dovrebbero essere imposte coattivamente ai 17 partner sono già rispettate dalla Germania e, in parte, da altri Paesi. Ma il meccanismo del contenimento non può essere affidato alla buona volontà. Il rigore deve essere una regola applicata da tutti, vogliano o non vogliano.
È in atto in gestazione un provvedimento sanzionatorio, secondo il quale il Paese che non osserva il pareggio di bilancio perde tutti i finanziamenti europei. Non sappiamo quando esso diventerà una direttiva cogente.
Il proposito dell’ex governo Berlusconi d’inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio (la golden rule) è del tutto inutile: infatti, se vi fosse una direttiva in questo senso, l’Italia dovrebbe stare nei limiti senza bisogno di una norma costituzionale.
 
La Germania è come la formica. Ha una spesa pubblica essenziale, non cede ai clientelismi e ai favoritismi, investe molto in attività produttive e in opere pubbliche con la conseguenza che non ha deficit e che il suo debito rispetta il parametro di Maastricht.
La conseguenza più vistosa di tutto ciò è che paga bassi interessi al proprio debito pubblico, addirittura inferiori al 2%. I 500 punti di differenza dei Bpt italiani fanno costare al nostro Erario interessi in misura del 7%, pari a oltre 80 miliardi l’anno, un peso insostenibile per le casse pubbliche.
La Germania, dunque, non intende approvare l’emissione degli Eurobond se tutti i Paesi non rispettano la regola del pareggio di bilancio e, per coloro che hanno un debito sproporzionato (in Italia è doppio rispetto al parametro di Maastricht), un piano per abbatterlo entro 20 anni. Così è stato stabilito nel patto di stabilità del 25 marzo 2011 che non contiene sanzioni molto pressanti. 

La Lega è un partito territoriale che si è espanso in diverse regioni denominate da esso Padania, una località inesistente che ha il solo scopo di generare in quegli abitanti una sorta di amor patrio. Ma anche egoismi e violazioni: per esempio, quel 10% di agricoltori che non vuole pagare le quote latte nonostante il 90% lo abbia pagato, o quel 65% di pensionandi di anzianità che non vogliono sottostare alle regole europee e cioè andare in quiescienza a 67 anni.
Ma su una questione ha perfettamente ragione: la spesa pubblica per abitante deve essere uguale in tutta Italia, in qualunque regione e in qualunque comune. Ancora ragione ha la Lega quando afferma che loro non sono disposti a praticare una politica di rigore quando le regioni del Sud praticano una politica della spesa inutile e improduttiva.
È tutto qua il nocciolo della questione: le regioni del Sud, e qualcuna del Centronord, devono mettersi le carte in regola, cioè spendere solo ciò che serve per produrre i servizi, abbandonando la strada delle assunzioni clientelari e di tutti quei costi che non servono ai cittadini, ma a coloro che non hanno senso di responsabilità e valori etici. Una volta si diceva: “Mandateli al confine”.
Nov
25
2011
Il voto plebiscitario di 556 deputati a Mario Monti, col quale gli è stata accordata la fiducia, ha di fatto sancito la sua figura di presidente del Consiglio tripartisan, perchè ha ricevuto i voti dei tre poli, con l’eccezione della Lega e, se ci fosse stato, del Sel di Vendola.
La luna di miele può durare sei o diciotto mesi, in relazione alla capacità del Professore di varare contestualmente provvedimenti sgraditi ai tre poli, in modo da far vedere all’intera opinione pubblica italiana che egli vuole risolvere i problemi, accantonando la cupidigia e la abulimia di caste e corporazioni.
Lo scoglio più duro sarà la riduzione dei costi della politica. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha comunicato che prossimamente metterà all’ordine del giorno il taglio del vitalizio, anche se dalla prossima legislatura. Aspettiamo che sulla stessa linea arrivi la dichiarazione del presidente del Senato, Renato Schifani e, perchè no, anche la comunicazione del presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, nella stessa direzione.

I tre poli sono d’accordo che bisogna ottemperare alle tassative prescrizioni della Bce, confermate dalla lettera dell’ex presidente del Consiglio, Berlusconi, del 26 ottobre. Naturalmente vanno evitati i tagli lineari e, soprattutto, nuove imposte, mentre l’attenzione di Monti dovrebbe essere dedicata al taglio della spesa pubblica che sta divorando, come i piranha, il tessuto economico e sociale dell’intera comunità nazionale.
Ci riferiamo a quella improduttiva, non a quella destinata a supporto dei cittadini più deboli, a condizione che gli apparati per l’assistenza sociale siano ridotti all’osso e la relativa spesa sia essenziale e non ridondante per fare largo ai raccomandati da inserire negli organici.
Tagliare la spesa improduttiva significa recuperare risorse da destinare agli investimenti, soprattutto alle opere pubbliche di cui c’è un estremo bisogno in tutto il Paese. Però l’imparzialità di Monti lo deve spingere alla perequazione del tasso infrastrutturale, in modo tale che il Paese sia uno e non diviso fra territori che hanno molto di più e quelli che hanno molto di meno.
 
Staremo a vedere se quest’esperienza potenzialmente positiva darà i frutti sperati. In ogni caso, non c’era altro da fare.
Stessa situazione c’è adesso in Sicilia dove, in atto, col presidente della Regione, Lombardo, governano due poli.
La Regione ha problemi ben maggiori di quelli dello Stato italiano perchè appesantita molto di più dalla spesa improduttiva rispetto alla media nazionale. Ciò per effetto del personale, sei volte quello della Lombardia, dei relativi stipendi e assegni pensionistici più alti, quasi il doppio di quelli della Lombardia.
Qui le opere pubbliche sono state dimezzate per effetto dell’incapacità dei dirigenti regionali e locali di attivare i processi di spesa dei fondi europei-statali col cofinanziamento regionale. Le procedure amministrative, autorizzative e concessorie, sono ancora lunghissime, mentre il decreto legislativo 150 /09 sulla responsabilità dei dirigenti è totalmente disatteso.
Vi è inoltre la legge regionale 5/11 sulla semplificazione messa in un cassetto tant’è che l’assessore al ramo Chinnici è stato costretto a chiedere una proroga legislativa all’Ars per l’emanazione dei regolamenti.

Occorre quindi che il prossimo presidente della Regione sia tripartisan, cioè rappresenti tutti e tre i poli. La sua caratura professionale e morale deve consentire di fare le necessarie riforme strutturali, senza le quali l’economia non può prendere la strada dello sviluppo.
Corre subito la domanda: ma in Sicilia c’è un candidato presidente tripartisan? Sicuro, ve ne è più di uno. Si tratta di persone che non hanno mai fatto politica, nè direttamente nè indirettamente, che non hanno simpatie o antipatie verso questo o quel partito e che possiedono una caratura etica che consente loro di guardare con obiettività ai problemi e di realizzare le relative soluzioni senza cedere ai richiami delle varie Circe.
Siciliani che farebbero un sacrificio ad amministrare la Regione per 5 anni, anche gratis.
Pensateci responsabili dei tre poli siciliani. C’è bisogno di un’inversione del percorso, per guardare lontano.
Nov
24
2011
La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione costa, in Italia, circa 50 miliardi di euro. Non ha aggiunto che essa sia ben maggiore per l’effetto moltiplicatore sull’economia.
Vi è un enorme danno che consiste nelle turbative e nelle perturbazioni del mercato. Se un’asta per l’assegnazione di opere pubbliche viene truccata, la conseguenza è che il costo dell’opera sarà molto maggiore per compensare le tangenti che andranno ai pubblici amministratori, ai tecnici e - perché no? - in un maggior guadagno per l’impresa.
Se un servizio pubblico non viene dato in appalto, com’è il caso dei servizi locali, la condizione di monopolio consente di ricavare prezzi ben più elevati di quelli di mercato, con la conseguenza che si formano risorse da distribuire fra tutti quelli che stanno nel giro. Se società pubbliche emettono fatture con importi gonfiati, i relativi importi in nero servono per alimentare coloro che faranno favori.
Lo scandalo Enav, quello di Finmeccanica e le altre decine di scandali verificatesi in questo anno, fanno vedere come i valori etici siano sconosciuti in molti amministratori pubblici, statali e locali, e tutti tendano a realizzare profitti personali sotto forma di corruzione.

La corruzione è estesa in tutta Italia, dalla Lombardia alla Sicilia. Ma il cuore del malaffare cancerogeno è a Roma, ove nei Ministeri si stabiliscono le tangenti corrispondenti ai favori. Le tangenti non necessariamente sono in danaro, ma anche sotto forma di assunzione di parenti e affini, di vendita di barche a società pubbliche con un sovrapprezzo, di acquisti di appartamenti con vista sul Colosseo a un prezzo pari a quello di un corrispondente immobile di un paesino. E così via.
La fantasia di corrotti e corruttori è infinita, anche perché, nel sottobosco di germi e batteri, le infezioni si estendono senza limiti. Tutto ciò accade perché il tessuto della Pubblica amministrazione e del ceto politico non ha in sè i necessari anticorpi per distruggere germi e batteri della corruzione e, andando ancora a monte, la causa primordiale è l’assenza di cultura dei responsabili istituzionali e burocratici, che passa attraverso la lettura di almeno mille libri.
 
La corruzione provoca un ulteriore danno: la distorsione delle regole di mercato e di concorrenza. Il nuovo presidente dell’Autorità, Giovanni Pitruzzella, siciliano doc, prende una grande eredità che gli lascia il bravo Antonio Catricalà, passato rapidamente, armi e bagagli, a quel ruolo delicatissimo, già ricoperto da Gianni Letta, di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e segretario del Consiglio dei ministri. Se Monti farà onore ai suoi impegni, dovrà fornire l’Autorità di strumenti legislativi tali da combattere oligopoli e monopoli.
Proprio la concorrenza è l’antidoto alla corruzione. Dove c’è concorrenza i prezzi calano e quando i prezzi calano non c’è spazio per le tangenti. è dunque, al di là delle regole etiche, proprio la concorrenza, inserita in dosi massicce nel mercato, che contribuirà a ridurre la corruzione. Si tratta di prendere atto della rapidità con cui l’Autorità guidata da Pitruzzella potrà agire, fornita dei nuovi strumenti legislativi.

C’è un altro mezzo efficace per combattere la corruzione, in modo capillare, e riguarda la presenza, negli Enti locali, del Nucleo investigativo affari interni (Niai). In quasi nessuno degli 8.080 Comuni italiani esiste e questo impedisce di svolgere le opportune e continue indagini all’interno di ogni Amministrazione, ma non c’è neanche nei Ministeri e nelle Regioni.
In assenza di un controllo sistematico sull’efficienza dell’amministrazione, la corruzione emerge solo quando ci sono delle denunce, di cui poi si occupano le Procure della Repubblica.
In questo modo, l’emersione della corruzione non è sistematica, ma sporadica. Per ogni caso che viene fuori, ve ne saranno cento o mille che rimangono nascosti, il che è veramente un guaio. Nel mondo anglosassone e negli Stati Uniti vi è sempre un ufficio degli affari interni, in ogni amministrazione pubblica, e infatti là vi è meno corruzione che da noi.
Anche in questo caso, per ciò che riguarda il nostro Paese, è assente la volontà politica di procedere per istituire un sistema di controllo efficace e continuo. Sarà perché anche corrotti e corruttori votano.
Nov
23
2011
Non se ne può più di vedere gli allievi delle scuole in vacanza nei giorni in cui insegnanti e personale Ata decidono di fare assemblee. Non se ne può più di vedere fabbriche che si fermano in orario di lavoro perché si svolgono assemblee. Non se ne può più di vedere consiglieri di Comuni che si riuniscono il giorno di Ferragosto per prendersi il gettone o l’indennità. Accomuniamo una serie di parassiti, apparentemente non omogenei, ma che hanno in comune l’attività di succhiare il sangue dei cittadini o sotto forma di denaro o sotto forma di mancato servizio.
L’attività sindacale è assolutamente necessaria, ma riguarda i propri aderenti che hanno un interesse personale e privato. La questione non funziona più quando l’interesse personale esonda in quello generale, andando a utilizzare il tempo del lavoro produttivo per soddisfare proprie esigenze.
Si tratta di cattive abitudini consociative che un ceto politico debole ha concesso, violando il principio di equità.

Non sappiamo se il neo Governo, presieduto da Mario Monti, sarà capace di mettere un poco di ordine in tutta questa materia. A giudicare dal profilo professionale degli 11 ministri con portafoglio, e anche degli altri sei senza portafoglio, nonché dal calibro etico del presidente del Consiglio, non dubitiamo che, se Pdl e Pd lo lasceranno lavorare, possa rimettere in sesto i conti dello Stato e soprattutto faccia imboccare all’Italia la via dello sviluppo, per ottenere l’indispensabile aumento del Pil che crea nuova occupazione.
La presenza del bravo Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è una garanzia perché venga presa di petto la questione dei monopoli e degli oligopoli, inserendo concorrenza in ogni ganglo dell’economia italiana.
Fra le iniziative legislative, ce ne vogliono due, per tagliare i relativi privilegi: una che obblighi i dipendenti pubblici e privati a riunirsi fuori dall’orario di lavoro, quando ritengono opportuno, in modo che tutte le ore dedicate all’attività siano produttive. La seconda, che le attività nei Consigli e nelle Circoscrizioni comunali siano gratuite.
 
Siamo tutti a conoscenza della vergognosa partecipazione alle elezioni degli Enti locali dei candidati che in effetti cercano un posto di lavoro, non un’attività di servizio per conto dei cittadini. Ebbene, bisogna ribaltare questa situazione, per cui chi voglia misurarsi in politica deve guadagnare di suo, con il proprio lavoro, e poi, ripetiamo, a puro titolo di servizio si riunisce nel Consiglio, comunale o circoscrizionale, per operare nell’interesse esclusivo dei propri mandanti, cioè dei cittadini.
Questo Governo potrà avere la riconoscenza degli italiani se comincerà a tagliare uno dopo l’altro i privilegi delle Caste e delle corporazioni riducendo le spese, a cominciare dal costo della politica. Quindi, niente vitalizio a parlamentari e a consiglieri regionali, niente auto blu, segreterie e indennità a tutti gli ex (dai presidenti della Repubblica a quelli delle Camere, dai presidenti del Consigli ai presidenti delle alte cariche giurisdizionali e via enumerando).

Non solo questi tagli costituirebbero un risparmio, per la verità non molto significativo, ma sarebbero un esempio di moralizzazione della vita pubblica assolutamente necessario se si vuol fare digerire agli italiani l’ulteriore pillola amara della prossima manovra, la quinta del 2011, che il Governo Monti dovrà fare ingoiare ai cittadini, con circa 25 miliardi di euro fra aumento di imposte e tagli di spesa.
Sarebbe, però, opportuno che le due iniziative sopra indicate fossero prese direttamente dagli interessati, il che costituirebbe un vero esempio di civismo e la dimostrazione della responsabilità e consapevolezza della difficile situazione che il Paese sta attraversando.
Ma questo non avverrà, perché da noi si usano il benaltrismo e il Nimby (Not in my backyard). Sono sempre gli altri che devono cominciare a rientrare nei ranghi e mai qualcosa si deve fare nel mio giardino, ma è meglio farla in quello degli altri. Ecco, è il civismo una dote di cui siamo carenti. Dobbiamo sforzarci di conquistarlo.
Nov
22
2011
I reportages delle televisioni americane continuano a farci vedere  adulti, giovani e bambini obesi.
Mangiano molto e male, pressati da una pubblicità tambureggiante, che non tiene conto di alcun valore etico. Infatti, chi vende un prodotto dovrebbe porsi il problema se esso sia dannoso alla salute direttamente o indirettamente. Direttamente, se è tossico, indirettamente, se crea una disfunzione. Ma se chi vende non si pone la questione etica occorre una autorità pubblica che controlli in modo tassativo l’eventuale dannosità dei prodotti alimentari.
Negli Stati Uniti d’America tale autorità c’è, si chiama Food and Drug Administration, ma evidentemente i suoi controlli non sono tali da impedire che il fenomeno dell’obesità si espanda a macchia d’olio, con la conseguenza che vi sono ripercussioni notevoli a carico della collettività perchè le spese sanitarie sono enormi, con il fenomeno in continua espansione.

L’obesità si espande anche in Europa, meno nei paesi mediterranei che hanno un’impronta locale molto significativa e sono poco permeabili alle abitudini consumistiche nordamericane. Tuttavia, il pericolo di una contaminazione c’è e non bisogna assolutamente trascurarlo, perchè mangiare tanto e male è un comportamento non intelligente che crea solo problemi.                              
C’è un detto saggio che recita: molto cibo, poca vita. Significa che chi mangia molto e ingrassa crea grossi problemi al proprio fisico non solo perchè il cuore è costretto a trasportare decine di chili di peso corporeo in più ma, anche, perchè tutti gli organi più importanti (fegato, pancreas, reni, intestino) sono sollecitati ad un lavorio più pesante e faticoso.                   
Il corpo è una macchina prodigiosa, di cui ancora la scienza non ha scoperto i segreti più profondi. Soprattutto quella medica tende a trovare i rimedi, ovvero le cure alle patologie, piuttosto che scoprire le cause delle stesse.   
Questo perchè le industrie farmaceutiche perseguono il business senza alcun riferimento ai valori morali. Per conseguenza, vengono prodotte medicine la cui efficacia e i prezzi, nonostante l’approvazione dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) sono sproporzionate all’obiettivo che si propongono.
 
Non importa vivere di più, ma vivere meglio. Che senso ha passare anni immobilizzati in un letto, con una vita vegetale? Non poniamo una questione religiosa, ma  etica. Le religioni hanno dei loro obiettivi che, spesso non coincidono con i valori morali, ma hanno una ragion d’essere per perpetuarsi. Per vivere meglio, la componente principale è lo stile di vita che riguarda l’alimentazione, il fumo, l’uso di alcol e così via. 
Vi sono regole semplici per le persone adulte che si possono sintetizzare nelle seguenti: lavorare molto, mangiare poco, dormire sette o otto ore e, possibilmente, fornicare alcune volte a settimana. A ciò si aggiunga una continua attività fisica, fatta di passeggiate e/o ginnastica, almeno 20 minuti al giorno.         
I cibi fondamentali per una dieta sana sono almeno cinque: cereali, legumi, frutta, verdura e pesce. Pasta o pizza una volta a settimana. In ogni caso, pur non essendo dietologo, posso dire che sono sufficienti 1.800 calorie al giorno per vivere bene.

Gli spiccioli consigli che precedono si possono abbinare al rifiuto della carne rossa, al consumo di un bicchiere di vino rosso, all’eliminazione dei super alcolici, al ripudio della sigaretta, concedendosi, invece, un salutare sigaro o una pipa al giorno, da fumarsi possibilmente la sera in tutta tranquillità.
Vi è una componente importante del vivere bene: mantenere uno stato di serenità e di buon umore. Si dice che il riso fa buon sangue, anche se non si deve abbondare per non apparire sciocchi. Il buon umore e la serenità non sono gratuiti, ma occorre un continuo auto-addestramento per raggiungerli e mantenerli.
Questo è possibile quando si ha una equilibrata visione della vita e della morte essendo consapevoli che quest’ultima non è altro che la cessazione del corpo, liberando lo spirito che continua a vivere.
La serenità è la consapevolezza che tutte le circostanze che viviamo sono piccole come lo siamo noi, e anche quando ci colgono malattie bisogna affrontarle sapendo che possiamo adoperare la conoscenza medica entro i limiti di quanto ha stabilito la Natura.
Il buon umore, infine, non è superficialità ma consapevolezza che anche le difficoltà si possono affrontare con allegria, Mike docet!
Nov
19
2011
Lombardo e Armao hanno la massima responsabilità di mettere in ordine i conti della Regione e degli Enti locali, tagliando le spese improduttive, in modo da recuperare risorse da destinare allo sviluppo e alla crescita. Questa è la loro missione. Questo è il mandato affidato loro dai siciliani. Questo è quanto non hanno fatto e non stanno facendo.
Richiamiamo l’attenzione su Lombardo e Armao non in quanto persone fisiche, ma in quanto massimi responsabili delle istituzioni regionali, il primo eletto a suffragio universale e a maggioranza, il secondo delegato dal presidente.
Le osservazioni che questo foglio fa dal 2008 riguardano fatti che tutti i siciliani vedono. Senza nulla aggiungere o togliere. Fotografie di una situazione disastrata, lungo un percorso vizioso che non vuole essere abbandonato per mero calcolo clientelare, supponendo che, continuando a spendere inutilmente le imposte che tanto faticosamente pagano i siciliani, ne venga un tornaconto in termini di consenso elettorale.

Lombardo e Armao, politici sensibili, sanno che la stretta finanziaria, successiva alla strabenedetta crisi, li costringe a stringere la cinghia. Perché ciò accada è necessario tagliare la spesa pubblica improduttiva, e quindi dannosa, nonché i privilegi che non possono essere più sopportati dai siciliani.
Li abbiamo elencati più volte e continueremo a farlo nei prossimi giorni. Il più odioso è quello dei deputati regionali, che si sono votati la legge 44/65 con la quale i compensi per deputati e dipendenti sono equiparati a quelli del Senato, col risultato che l’Assemblea regionale costa 172 milioni di euro contro i 72 milioni del Consiglio regionale della Lombardia. E un usciere, con quindici anni di anzianità, ha uno stipendio lordo di oltre centomila euro l’anno.
I privilegi continuano con gli stipendi dei regionali, superiori a quelli degli statali del trenta per cento e con gli assegni dei pensionati, anch’essi superiori del trenta per cento a quelli degli statali. L’elenco è lungo e citiamo altri due sprechi: la spesa farmaceutica, disallineata dalla media nazionale per quattrocento milioni, nonché una disfunzione del servizio sanitario pari ad altri quattrocento milioni.
 
La Corte dei Conti ha bacchettato il bilancio preventivo 2012 della Regione, facendo presente che se si continua a disattendere la legge di stabilità e l’obbligo del pareggio senza debito, rischia di non essere parificato. Ma, per raggiungere il pareggio, Lombardo e Armao devono tagliare alcuni miliardi di euro.
La bozza di tale bilancio preventivo non fa alcuna previsione di razionalizzazione della spesa col taglio di quella improduttiva. Anzi, prevede settecentocinquanta assunzioni (una vergogna siciliana!) e non fa alcun cenno al taglio del costo della politica, anche in quello degli Enti locali.
Peraltro l’assessore Chinnici, probabilmente in accordo col governo, ha stoppato dal 1° gennaio 2011 la riduzione delle indennità dei consiglieri degli Enti locali siciliani, che ora percepiscono ben di più dei loro colleghi dallo Stretto in su.
Inoltre il legislatore è impenitente, perché continua ad approvare leggi che il bravo commissario dello Stato, Aronica, boccia regolarmente perché non coperte finanziariamente.

Qui non si tratta di toccare questo o quel punto dolente ma, come ha chiarito il neo presidente del Consiglio, Mario Monti, per il Governo nazionale, bisogna rivedere la situazione del bilancio siciliano secondo principi di equità, di crescita e di riduzione della spesa. Su quest’ultimo versante, resta fondamentale l’attivazione di meccanismi efficienti per spendere tutti i fondi europei del Po 2007-13 che, insieme ai fondi statali e al co-finanziamento regionale, ammontano a 18 miliardi e il cui dettaglio è stato più volte qui pubblicato.
Occorre, poi, mettere in disponibilità, ai sensi dell’art. 16 della recente legge 183/11, diecimila dipendenti regionali in esubero, con un risparmio di oltre quattrocento milioni. Occorre che i dirigenti regionali rilascino o neghino autorizzazioni e concessioni in trenta giorni, a pena di decandenza dal loro incarico. Occorre che gli assessori diano l’indirizzo politico per un forte efficientamento della loro branca amministrativa.
In definitiva, serve un progetto complessivo che faccia digerire ai siciliani i sacrifici, con una vera prospettiva di  crescita.
Nov
18
2011
Era il giugno 2007 quando Marchionne chiese alla Regione la disponibilità a investire 150 milioni nel territorio per consentire la prosecuzione dell’attività. L’Ad della Fiat dette un termine di tre mesi. L’allora governo Cuffaro cominciò a fare proclami, dichiarò la propria disponibilità, disse che le risorse finanziarie c’erano e che tutto era pronto per varare il piano di rilancio dello stabilimento termitano. Come tutte le cose che accadono in Sicilia, i proclami restarono tali, fatti non se ne videro. Marchionne non disse niente e continuò nel suo programma di dismissione del cespite, pur assegnandosi un lasso di tempo di 4 anni.
I parolai di quel governo hanno causato il distacco della spina che avverrà martedì 23 novembre in via definitiva. In questi 4 anni una valanga di chiacchiere senza alcun fatto concreto ha invaso le pagine dei giornali, ma il governo Lombardo non è stato in condizione, almeno fino ad oggi, di concludere una seria trattativa.
Prima Rossignolo con la De Tommaso, dopo Di Risio con la Dr, non è riuscito a firmare un protocollo d’intesa che consenta la riattivazione dello stabilimento automobilistico.
 
La Fiat ha dichiarato che è disposta a cederlo a 1 euro, quindi gratis, vi è una manodopera qualificata seppur non formata sugli ultimi procedimenti costruttivi, vi è l’ulteriore disponibilità (a parole) del governo regionale d’investire 150 milioni, ma tutto resta a livello d’intenzioni.
Vi è una ragione di fondo e cioè che una unità produttiva di appena 60 mila pezzi all’anno non ha la dimensione sufficiente per stare in equilibrio. Si aggiunga che Di Risio è un importante concessionario del Molise, ma non fa una vera attività produttiva. Ciò non toglie che potrebbe avviarla.
In questa faccenda tutte le parti, a cominciare da chi ha la maggior responsabilità oggettiva, e cioè il governo regionale, non ha tenuto in considerazione il fattore tempo che è essenziale per realizzare dei progetti. O si colgono le opportunità nel momento giusto oppure esse passano via e non è facile ricoglierle.
In Sicilia, nel settore istituzionale e pubblico, quasi nessuno ha la cognizione che le cose si realizzano in un certo tempo e non di più.
 
Nel bellissimo territorio termitano, attivare una fabbrica in un settore maturo, ove vi sono grandi difficoltà per la concorrenza spietata dei gruppi industriali europei ed extraeuropei, con margini molto ridotti, l’impresa è quasi impossibile.
Ecco perché, fin dal 2007, da questo foglio abbiamo lanciato la soluzione di convertire tale territorio in un insediamento turistico-alberghiero. Prendendo atto della disponibilità della Fiat a non chiedere risarcimento per la cessione degli stabili, la riconversione poteva (e potrebbe) essere fattibile.
Mettere all’asta internazionale un territorio così adatto ad attività di ospitalità e ludiche, avrebbe attratto l’interesse di molteplici gruppi che potevano esser contattati anche mediante un road show internazionale. Anche per questo progetto bisognava sfruttare il tempo che ormai è trascorso dal 2007 ad oggi.
Ma noi siamo campioni di lassismo e del rinvio: tanto qualcuno ci penserà domani. 

Dobbiamo ricordare che la strada del poi, poi porta a quella del mai, mai. Un detto saggio che è diventato una costante sia del ceto politico regionale che della burocrazia isolana.
Il disastro che si sta verificando nel non aver impegnato e speso i fondi europei è roba da galera, per la inefficienza e incapacità dei dirigenti regionali di finanziare i progetti presentati da imprese ed enti pubblici. Tutto questo fa retrocedere la nostra economia, crea nuovi disoccupati, come il caso di Termini Imerese, e non produce nuovo lavoro con la conseguenza di giovani che non trovano opportunità.
È il momento topico per invertire la rotta e passare da una conduzione politica dissennata (vogliono assumere altri 750 dipendenti!) ad un’altra virtuosa e capace di produrre risultati, secondo un ferreo cronoprogramma, che deve essere reso noto ai siciliani e verificato ogni mese.
Solo in tal modo si può consentire all’opinione pubblica di raffrontare obiettivi, risultati e tempi di realizzazione, nonché risorse impegnate. In altri termini, occorre che si proceda con professionalità e coscienza.
Nov
17
2011
Una volta, per atto creativo ci si riferiva alla capacità di creare opere d’arte. L’aggettivo nel tempo si è trasformato in sostantivo, per cui, oggi, il creativo è colui che inventa situazioni, circostanze, fatti, bisogni che non esistono. Creativo è stato Spencer Silver, che ha inventato il Post-it; creativi sono stati William H. Russel, Alexander Majors eWilliam B. Waddell, che hanno inventato il Pony Express,  e così via.
In fondo, il creativo è un innovatore, colui che vede fatti e situazioni che altri non vedono. è di innovazioni che progredisce il genere umano, migliorando il proprio benessere e la qualità della vita.
L’Essere Superiore è stato un creatore. Questo lo deduciamo dalla perfezione dei meccanismi in natura, che non possono essere casuali, dalla realizzazione di un immenso progetto di cui noi piccoli uomini possiamo avere una sensazione più che una cognizione.
Attorno al Creatore vi sono tante leggende metropolitane cui credere o non credere a seconda che si voglia o meno. Ma il dato di fatto è che l’universo esiste, gli esseri viventi anche, seppure si sono trasformati in miliardi di anni, com’ è presumibile che vi sia stata vita anche in altri pianeti, poi cessata.

La competizione è una gara o lotta basata sul contrasto tra persone o gruppi che cercano di superarsi per conquistare un obiettivo. Per essere competitivi ognuno di noi deve migliorare gli strumenti mentali e fisici di cui dispone, in modo da consentirsi il possesso di mezzi idonei a gareggiare.   
La natura ci ha donato un corpo ed un cervello,  una mente cui soprassiede lo spirito, ma l’insieme delle cose materiali è grezzo. Ha bisogno di essere allenato, addestrato, rimpolpato di conoscenza per gareggiare nella vita.            
Intendiamoci, si può anche vivere senza gareggiare, contemplando la natura, sonnecchiando, oziando. Si tratta di una scelta che ognuno di noi può fare in relazione alla propria indole e alla valutazione che fa della vita stessa.
Chi intenda arrivare al momento in cui lo spirito si libera del corpo senza aver nulla da ricordare a se stesso è padronissimo di farlo, purchè non se ne lamenti e purchè viva in pace con se stesso. Guai a non far nulla e contemporaneamente lamentarsi della mala sorte o che il nostro stato è colpa degli altri. Siamo noi gli artefici del nostro destino.
 
Siamo noi che dobbiamo tentare di guidare gli eventi, diversamente saranno gli eventi a guidare noi. Il nostro buon senso e il nostro equilibrio ci devono consentire di competere nell’ambiente in cui viviamo, per migliorarci e fare di più, in modo da percorrere serenamente il binario che va dalla nascita alla fine.
Vivere serenamente, seppure compatibilmente con le difficoltà che si incontrano tutti i giorni, di cui non abbiamo il diritto di lamentarci, per la semplice ragione che la difficoltà è una componente naturale della vita.
Per creare ci vogliono alcuni elementi: possedere una vasta conoscenza, avere capacità di implementarla continuamente, utilizzarla tutti i giorni mettendoci alla prova, trarre frutto e insegnamento dagli errori che si commetteranno inevitabilmente, avere la forza morale di rimettersi in piedi quando si cade usando la propria volontà. Ecco, è proprio la volontà che distingue le persone. Usarne tanta o poca fa la differenza.

La creatività segue la capacità di osservare fatti e circostanze, che si mettono in relazione come in una rete, da cui ottenere deduzioni che ci consentano di migliorare le nostre performances. Chi osserva molto capisce di più. Se capisce di più opera meglio. Una catena logica che consente di competere meglio.
La competizione non è solo nelle attività economiche, bensì in qualunque campo dell’esercizio di attività umane anche in quello sociale e solidale. I raccoglitori di fondi devono essere competitivi perchè sono in tanti. Quelli più bravi ne raccolgono di più e gli altri si lamenteranno del loro insuccesso: perchè non sono bravi.
Tenere una rotta che conduca al porto di arrivo nonostante eventuali marosi o tempeste è frutto di capacità. Farsi travolgere dagli eventi è sintomo di incapacità.
Nessuno di noi è super dotato. Ma ognuno di noi ha dentro di sè la potenzialità di fare quello che deve fare anche, in qualche caso, gettando il cuore oltre la barricata. Tuttavia la prudenza deve assisterci sempre per impedirci di fare il passo più lungo della gamba, in modo che si tenda di passare dalla stalle alle stelle, non il contrario.
Nov
16
2011
L’articolo 16 della Legge di stabilità n. 183 del 12 novembre, pubblicata sulla Guri n. 265/2011, innova il rapporto di lavoro fra la Pubblica amministrazione e i propri dipendenti. Lo fa, come è abituato il legislatore, in modo sibillino ed equivoco così da lasciare aperte porte e finestre che consentano di non applicarlo, ovvero di far nascere numerose controversie attivate dai dipendenti, che si sentono colpiti, nei confronti della propria amministrazione.
Che dice il richiamato articolo 16? Esprime un principio generale che si possa verificare un esubero di personale, il quale sarà invitato a scegliere un’altra amministrazione. In caso di diniego, entro 90 giorni, a trasferirsi, il dipendente viene collocato in disponibilità, con un’indennità pari all’80 % dello stipendio, per la durata massima di 24 mesi.
Quanto precede dovrà essere meglio specificato con altra norma interpretativa, anche perchè è difficile rimuovere le incrostazioni che sono nella Pa e le cattive abitudini che l’hanno connotata in questo dopoguerra.

La norma non è chiara perchè riferisce di una generica ricognizione del personale (una sorta di inventario) che le Pubbliche amministrazioni hanno l’obbligo di fare ogni anno, in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria.
Chi ha competenza di organizzazione sa bene che nessuna ricognizione può esser fatta efficacemente, se non paragonata ad un Piano aziendale che abbia determinato in via preventiva quali debbano essere i servizi che una Pa deve produrre e, per conseguenza, quali possano essere i dipendenti e i dirigenti, determinandone funzionalmente la quantità ed il profilo professionale.
È solo dalla comparazione fra il Piano aziendale e l’effettivo organico che può scaturire l’eventuale eccedenza di personale e dirigenti, non in modo sommario, bensì per tipologia del singolo profilo professionale.
In ogni caso, seppur con i limiti prima indicati, si tratta di un’interessante novità che scardina il principio dell’inviolabilità del rapporto di lavoro pubblico e introduce, seppure in modo blando, la possibilità che i dipendenti pubblici siano licenziati, non solo quando commettono reati.
 
In Sicilia non si sa se questa norma verrà applicata, ma conoscendo bene la corporazione del sindacato pubblico e l’incapacità del Governo regionale, possiamo supporre che verrà sollevato l’usbergo dell’Autonomia per impedire la sua applicazione ai dipendenti regionali. Con l’ulteriore discriminazione secondo cui, nella nostra Isola, vi saranno dipendenti pubblici statali, cui la norma si applica, e dipendenti pubblici regionali, cui la norma potrebbe non applicarsi.
I lamenti del Governo regionale e del suo assessore all’Economia, Gaetano Armao, sulla mancanza di risorse sono del tutto ingiustificati, tenuto conto che ad inizio di quest’anno la Regione ha assunto, ex novo, con contratti a tempo indeterminato, ben cinquemila dipendenti. Un comportamento scriteriato e non conforme all’esigenza di far dimagrire rapidamente la spesa della Regione.
Anzichè fare l’esame di coscienza e tagliare adeguatamente la spesa corrente, a cominciare dall’allineamento del contratto dei regionali a quello delle altre Regioni, il governo siciliano ha inviato una lettera al presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, per chiedere soldi anzichè per comunicargli che intende mettersi le carte in regola.

Come possiamo andare avanti facendo gli elemosinieri, da un canto, e le cicale, dall’altro? Come non hanno capito, Lombardo e Armao, che bisogna abbandonare la via viziosa della pessima amministrazione e imboccare quella virtuosa della sana amministrazione? Non sappiamo a che cosa sia dovuta questa mancanza di realismo, ma ne abbiamo conferma dalla bozza della legge regionale di stabilità di 91 articoli, nella quale non si intravede la nuova filosofia che deve essere messa in atto, se vogliamo che la nostra Isola intraprenda la via dello sviluppo.
Se si applicasse la norma che abbiamo esaminato, la Regione dovrebbe mettere in mobilità diecimila dipendenti e liquidare quel contenitore assistenziale che è la Resais spa, che paga stipendi a persone che non fanno nulla.
Il peggio deve ancora venire non appena il governo Monti, se sarà approvato, varerà la prossima manovra di tagli da 25 miliardi. Lombardo e Armao sono avvisati.
Nov
15
2011
E così il Cavaliere ha ammainato la bandiera, rassegnando le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato. Si chiude un’era, il berlusconismo, anche se non si sa mai.
Quali le cause dell’uscita di scena di Berlusconi? La prima è da addebitare a lui stesso, quando ha prestato il fianco, con i suoi comportamenti non ortodossi sul piano morale, a critiche della borghesia, del ceto medio (ove si trova la maggior parte dei suoi elettori) e della Chiesa di Roma. Soprattutto, ha stimolato l’attivazione di numerose inchieste giudiziarie che lo hanno screditato, anche perché riprese cospicuamente dalla stampa estera.
Qui si allaccia la seconda causa della caduta di Berlusconi: la finanza internazionale lo ha abbandonato e a essa ha fatto seguito la finanza italiana e tutti i cosiddetti salotti buoni nei quali si trova l’imprenditoria che ha preso a detestarlo. Il crollo del 12% del valore delle azioni di Mediaset costituisce una prova di quanto affermiamo.

Vi è una terza causa che vogliamo sottolineare, e riguarda la sua inazione e il mancato rispetto del contratto con gli italiani, che Berlusconi firmò negli studi di Porta a Porta nel 2001, quando poi vinse le elezioni.
In quel contratto erano indicate alcune riforme fondamentali, delle quali poi nulla fece nel quinquennio in cui ha governato. Gli impegni di quel documento sono stati riportati nel 2008, quando Berlusconi ha vinto le elezioni per la terza volta, ma anche in questo caso, nel triennio successivo, quasi nulla degli impegni fondamentali è stato realizzato.
Monotonamente abbiamo elencato più volte quali fossero - e quali sono - le riforme urgenti che vanno fatte. La quadratura dei conti dello Stato per evitare l’aumento del debito pubblico non s’è mai fatta, c’è voluta la pressione dei mercati e la coercizione dell’Unione europea per costringere la maggioranza, ormai dissolta, a porre in atto misure che portassero in pareggio il bilancio nel 2013.
Misure, peraltro, più nominali che sostanziali, stigmatizzate dagli ispettori della Commissione europea. La stessa ha preteso un elenco di impegni tassativi, cosa che Berlusconi ha fatto, con una lettera inviata a fine ottobre in cui sono indicati anche i tempi di realizzazione.
 
Un’altra riforma a costo zero doveva essere fatta: quella di immettere massicce dosi di concorrenza nel sistema economico italiano. Vera concorrenza tra banche, assicurazioni e petrolieri, che oggi vessano i consumatori. Vera concorrenza negli Ordini professionali, eliminando il numero contingentato di alcuni di essi (fra cui farmacisti e notai) ed eliminando le tariffe obbligatorie. Vera concorrenza nelle concessioni pubbliche, per esempio relativamente a tassisti e gondolieri, e via enumerando.
Berlusconi avrebbe dovuto introdurre il principio della concorrenza anche nei servizi pubblici locali, ove i sindaci si sono inventati migliaia di società per gestire gli stessi in regime di monopolio, quindi a costi nettamente superiori a quelli di mercato, con l’unico scopo di poter inserire dentro migliaia e migliaia di dipendenti raccomandati, migliaia di amministratori provenienti dalle schiere dei politici trombati (e non solo), migliaia di revisori indicati dai partiti e quindi non obiettivi.

Poi, il Cavaliere si è intestardito nel non istituire la Patrimoniale per mobili e immobili posseduti in misura superiore a 10 milioni di euro, che tutta l’imprenditoria gli aveva offerto su un piatto d’argento, con un gettito presunto di oltre 5 miliardi che, con un coup de théâtre avrebbe potuto girare pari pari a tutti quei cittadini che guadagnano 1.300 euro al mese, con consensi per milioni di voti.
Il Nostro non ha tagliato totalmente le pensioni di anzianità, anomalia unica nell’Europa dei 27, insopportabile e intollerabile per gli altri 26 partner. E, infine, non ha fatto il gesto più importante, sul piano isituzionale e su quello dell’esempio: non ha tagliato il 50% del costo della politica, eliminando vitalizi, indennità, gettoni di presenza e ogni altra malefica invenzione a livello di Governo centrale, di Regioni e di Enti locali.
Tante altre cose non ha fatto Berlusconi, in danno dell’intera collettività, al di la degli inutili e perniciosi ideologismi che non si collegano con i fatti.
Per questa sua inazione, la condanna è dovuta ed è giusto che l’Italia, da ora in avanti, faccia a meno del signore di Arcore.
Nov
12
2011
Avevamo avuto sentore che in prossimità del Triangolo della morte (Melilli, Priolo, Augusta), ove insiste il petrolchimico, vi fosse un arsenale di armi  e munizioni. Non credevamo alle nostre orecchie. Per questo abbiamo svolto un’inchiesta che pubblichiamo a fianco, con lo scopo di accertare la circostanza.
Le autorità della Marina militare hanno confermato che tale arsenale c’è, che è pieno di bombe, ovviamente disinnescate, e di altri armamenti. Il guaio è che l’arsenale dista appena 1,5 km dai  mega serbatoi di greggio e di raffinato, illegalmente fuori terra anziché essere interrati. Il loro interramento fa parte del piano di bonifica disposto dall’Unione europea con  spese a carico delle aziende. La stessa disposizione prevede il disinquinamento dell’area. Sono passati alcuni anni, ma ancora non c’è traccia dell’inizio dei lavori.
E intanto la situazione dell’area peggiora: CO2 e polveri sottili aumentano e inquinano l’atmosfera anche della vicina Siracusa che, ripetiamo, nel 2010 ha superato il limite di 35 volte l’anno per ben 116 volte.

Polveriera numero uno l’arsenale; polveriera numero due il petrolchimico. Vi è una terza polveriera: riguarda l’attracco di sottomarini Nato a propulsione nucleare nel contiguo porto di  Augusta. Intendiamoci: tutto è messo in sicurezza, ma nulla può contro la quarta polveriera: il rischio sismico, essendoci, com’è noto, a mare quattro faglie nel raggio di 35 chilometri.
Dobbiamo ricordare che gli esperti hanno previsto il Big One entro questo secolo, un terremoto dell’ottavo grado della scala Richter che colpirebbe la costa da Vibo Valentia a Capo Passero. Si tratta della medesima previsione che hanno fatto gli esperti della California con riguardo alla faglia di Sant’Andrea. I due territori, quello americano e quello italiano, sono stati accomunati da due precedenti terremoti, verificatisi quasi contemporaneamente nel 1906 a San Francisco e nel 1908 a Messina.
Si sa che la crosta terrestre si muove in tutta la superficie del pianeta. Si sa che tutti i vulcani sono collegati da un sistema di canalizzazione interno. L’unica difesa che ha l’uomo contro i due eventi è la prevenzione. Ma essa ancora è molto imprecisa e quindi non affidabile.
 
Le quattro polveriere, dunque.  Per mettere a salvaguardia il territorio indicato, i Governi regionali, dal dopoguerra ad oggi non hanno fatto quasi nulla. Una grave responsabilità, contro cui si scaglieranno i siciliani se si dovesse verificare una catastrofe. Non siamo menagrami, ma vorremmo che il buonsenso aiutasse a trovare soluzioni per cercare di limitare i danni quando si dovesse verificare qualcuna di  esse.
Il peggio della questione è che non solo si resta immobili di fronte a questi pericoli, ma c’è chi vorrebbe aumentare il tasso di pericolosità insediando nello stesso territorio un’altra bomba qual è il rigassificatore.
Abbiamo notizie che il competente assessorato regionale, in silenzio e in spregio a quanto scriviamo da tempo (noi non siamo ambientalisti ma guardiamo la realtà per quella che è), stia completando l’iter propedeutico al rilascio della relativa autorizzazione. Se le notizie corrispondessero alla verità sarebbe molto grave, perché significherebbe non avere alcuna considerazione di decine di migliaia di cittadini che rischiano la vita tutti i giorni e assorbono un’aria fetida e dannosa.

Abbiamo più volte sottolineato come il presidente della Regione, Lombardo, abbia ribadito il suo “no” a questo inutile impianto che produce profitti solo a chi lo installa. Fra l’altro, ricordiamo che la Sicilia raffina greggio per oltre il 40% del prodotto nazionale e ne esporta oltre lo Stretto circa la metà, col conseguente danno dell’inquinamento e la beffa delle accise che vanno allo Stato.
Lombardo ha più volte ribadito che di rigassificatori non si doveva parlare fino a quando non si fosse fatta la bonifica del territorio, per la quale è prevista una spesa di quasi un miliardo di euro. Se queste opere non sono cominciate, l’iter autorizzativo del rigassificatore va bloccato, senza sé e senza ma. Nessuno può usare la lingua biforcuta: “sì” o “no” hanno un significato preciso, ne va dell’onore di chi li pronunzia.
Onore, ecco una parola caduta in disuso se non accaparrata dalla criminalità organizzata. Ma l’onore delle persone per bene esiste e dev’essere tenuto presente in qualunque circostanza. Anche in questa.
Nov
11
2011
Ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostare nella medesima locuzione parole che esprimono concetti contrari. Palindromo o Bifronte  riguarda frasi o parole che letti in senso inverso risultano identici.
Mi guardo bene dal dissertare in materia linguistica, di cui sono ignorante, però è utile capire le contraddizioni che vi sono nei seguenti esempi: la pienezza del vuoto, il rumore del silenzio; ovvero i nomi Ada o Anna che si leggono in ambedue i sensi.
La vita è fatta di contraddizioni, non ne mancano, ve ne sono a profusione. Noi stessi  siamo contraddizioni viventi. Infatti la ricerca continua punta alla coerenza: una coerenza nel vivere, una coerenza nel morire. Coerenza con che cosa? Con uno stile di vita che sia conforme ai principi etici.
Non vi è bisogno di alcuna religione, di alcuna liturgia, di alcun clero per comportarsi da persone perbene, rispettando il prossimo e non commettendo prevaricazioni o prepotenze, categorie nelle quali sono inclusi reati o delitti.

San Josemaria Escrivà (1902-1975), fondatore dell’Opus Dei, della quale non faccio parte a nessun titolo, affermava che il lavoro ordinario, fatto anche in modo straordinario, santifica la vita. Un’affermazione che sottoscrivo interamente perchè rientra in quel principio di vita basato sui valori morali osservando i quali non si commette mai peccato. 
Fornicare non è peccato, se non si prevarica il partner, uomo o donna che sia, se c’è consenso pieno e rispetto. Rubare, calpestare gli altri, evadere le imposte sono comportamenti disonesti che possono rientrare nella categoria del peccato.   
Quelle che elenchiamo sono alcune contraddizioni della vita, sulle quali si sono spesi centinaia o migliaia di libri. L’informazione c’è, si tratta di assumerla costantemente tutti i giorni, di discernere il vero dal falso, di capire il nocciolo delle questioni. Tutto questo aiuta a vivere meglio perchè si è capito meglio.
È una questione di comprensione, la vita che percorriamo ogni giorno. Capire e, per capire, bisogna conoscere. Per conoscere bisogna vedere con chiarezza la contraddizione (ossimoro) e anche quelle frasi o parole che possono leggersi indifferentemente dall’inizio o dalla fine.
 
Gli esercizi mentali, o i giochi di parole, quelli che in francese si chiamano calambour, servono per allenare la mente, ma contemporaneamente per capire meglio i significati delle frasi, in modo che ci si possa esprimere appropriatamente in ogni circostanza.
Le contraddizioni degli uomini politici sono sintomatiche. Quanti hanno detto che volevano la pace per dichiarare la guerra. Ai nostri giorni, quanti dicono che vogliono lo sviluppo lasciando tutto com’è quindi creando inviluppo.      
L’uomo è pieno di difetti, lo sappiamo. Fanno parte della sua natura. Proprio per questo ognuno di noi deve lavorare molto su se stesso per attenuarli o eliminarli almeno in parte.
Non è per effetto di magia che possiamo cambiare, per trasformarci in soggetti che funzionano secondo regole morali di equità. Ma per effetto della nostra azione costante che ci faccia comprendere il motivo per cui siamo vivi: la nostra missione è la nostra capacità di affrontare il momento in cui si cambia vita, quando il nostro spirito continua a vivere in eterno.

Una vecchia canzone di Paolo Limiti, La voce del silenzio, portata al successo da Mina, è un classico ossimoro. Basta sentire quella dolce melodia e le poetiche parole per capire come la contraddizione è essenza dell’essere umano e come, però, essa possa essere diminuita e in qualche caso scomparire.
Quanta gente afferma una cosa e ne fa un’altra. Si tratta di bugiardi se sono in mala fede e di contraddittori se sono in buona fede. In qualche caso c’è chi non si accorge di contraddirsi perchè non ha le idee chiare. Il peggio è che non fa nulla per chiarirsele e rimane abbagliato come un coniglio colpito di notte dai fari di un’auto.
La complessità della vita va capita in ogni sua parte anche se per quanti sforzi possiamo fare, non sempre ci riusciamo. Dobbiamo avere la volontà di superare le contraddizioni per rendere chiara la nostra visione di quello che ci circonda. Chi ha idee precise, frutto di convincimenti che seguono cognizioni apprese, vive in maniera consapevole, com’è giusto che sia.
Nov
10
2011
Sono stati accertati 60 miliardi di crediti delle imprese nei confronti della Pubblica amministrazione. Di questi, oltre 4 miliardi riguardano la Pubblica amministrazione siciliana. Il fatto è grave perchè le imprese sono costrette a utilizzare affidamenti bancari per sopperire ai crediti che non vengono pagati dalle Pa siciliane, se non con ritardi notevoli.
Questo ritardo provoca un danno anche alle stesse Pa, perchè sono onerate di un interesse passivo pari a 8 punti più il tasso di riferimento Bce che è di 1,25.
Quando arriva il momento di pagare, molte Pubbliche amministrazioni tentano una transazione sugli stessi interessi, ma il più delle volte non vi riescono e, strette dai decreti ingiuntivi che si moltiplicano sui pagamenti ritardati, sono costrette a riportare come debiti fuori bilancio gli stessi interessi più onorari e spese legali.

Governo regionale e sindaci attribuiscono la loro deficienza di cassa ai tagli che hanno ricevuto dal Governo centrale. Mentono con consapevolezza perchè tacciono la verità. Essa riguarda l’enorme spesa corrente di ogni ente, inutile e dannosa, per la produzione dei servizi che, per ragioni clientelari, continuano a mantenere in vita, sperando di tramutare i favoriti in galoppini elettorali, cosa che poi magari non si verifica.
Se Governo regionale e sindaci seguissero l’esempio di Regioni e Comuni virtuosi, ricaverebbero dai loro bilanci molte risorse con le quali pagare regolarmente i debiti contratti. Se poi i sindaci procedessero, altresì, ad attivare le entrate, inserendovi un forte efficientamento, troverebbero ulteriori risorse per essere onorevoli pagatori. Ricordiamo che la recente manovra 148/11, all’articolo 1, comma 12 ter, prevede che tutte le imposte trovate a carico di evasori, per mezzo di Nuclei tributari locali, vengono stornate a favore dei Comuni stessi.
Come vedete, gli amministratori, se fossero onesti, capaci e professionali, potrebbero tranquillamente riequilibrare i propri bilanci ed allinearli a quelli di Regioni e Comuni virtuosi, che in Italia ci sono e sono tanti. Si tratta quindi di avere la volontà e la capacità di invertire l’attuale insana e viziosa amministrazione per virare verso una virtuosa.
Siccome questa virata deve avere a monte un cambiamento culturale, non è prossima.
 
In attesa, sui pagamenti, interviene l’Ue che costringe le Pa a pagare in trenta giorni. Al di là di tale termine scatta, come si accennava, l’interesse del 9,25 per cento. La Direttiva europea 7/11 va in questa direzione e il vice presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha raccomandato all’Italia di recepirla entro un anno.
In Sicilia, l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha inviato il 14 luglio una lettera di indirizzo al direttore generale del dipartimento  Bilancio, Vincenzo Emanuele, con la quale lo invita a valutare la possibilità di emanare una direttiva che attui immediatamente quella europea. Ma il direttore generale si è guardato bene dall’emettere tale direttiva trincerandosi, secondo informazioni assunte, dietro supposti motivi tecnici legati al Patto di stabilità. Tentando di tradurre dal burocratese, questo significa che non c’è un euro in cassa e, quindi, non si può pensare che la Regione si suicidi emanando una direttiva che faccia pagare la Pa puntualmente.
Però i creditori soffrono, le imprese non possono pagare gli stipendi ai propri dipendenti, mentre Regioni e Comuni inadempienti continuano a pagare regolarmente gli stipendi, come se essi dovessero essere salvaguardati rispetto agli altri.

Risulta che, pur non avendo adottato la direttiva Ue, la Lombardia paghi regolarmente i propri fornitori a 60 giorni, risparmiando cospicui importi per interessi, spese legali e onorari.
Il sistema bancario è stretto da due parti: dal possesso di titoli tossici, cioè quelli dei debiti sovrani di Stati in difficoltà, fra cui il nostro, e da Basilea 3 che costringe a essere più attenti negli affidamenti. Ne fanno le spese le imprese che si trovano in mezzo a questa tenaglia.
Quando si parla di crisi bisogna capire se al suo interno vi sono fattori che non riguardano la stessa, ma che riguardano disfunzioni del sistema economico italiano, pubblico e privato, che è andato avanti con criteri diversi dall’efficienza e dalla sana organizzazione. La svolta delle dimissioni di Berlusconi non cambierà nel breve le cose, ma le disfunzioni  vanno eliminate.
Nov
09
2011
I morti e i feriti a seguito dell’ennesimo nubifragio che ha colpito Liguria e Piemonte sono un’onta per il ceto politico, che in 64 anni non solo non ha fatto quasi nulla per effettuare le opere necessarie al territorio, ma ha compiuto scempi, rilasciando autorizzazioni e concessioni a famelici immobiliaristi, che hanno costruito e cementificato zone ove non si doveva e non si poteva mettere neanche un chilo di cemento.
La Procura della Repubblica di Genova ha aperto un fascicolo per disastro ambientale e omicidio, contro ignoti. Sono ignoti solo formalmente gli autori di questi delitti, perché in realtà hanno tutti nome e cognome, in quanto nei decenni, a livello regionale e degli enti locali hanno assunto responsabilità. Ci riferiamo ai presidenti di Regione e ai sindaci, i quali sono i tutori del buon funzionamento delle comunità da loro assistite con funzioni diverse: le Regioni fanno le leggi-cornice e danno l’indirizzo generale, i Comuni attuano i provvedimenti necessari.

Almeno così dovrebbe essere. In verità, capita che le Regioni si occupino di altro: di attività clientelari, di assunzioni inutili, di nomine a vario titolo. Naturalmente, vi sono Regioni virtuose e Regioni viziose. La maggior parte di queste ultime si trovano purtroppo al Sud. La Sicilia è una di esse, e ha il vizio più elevato.
Anche qui il problema del territorio e del dissesto idrogeologico è fortissimo. Il disastro di Giampilieri e dintorni del 2009 è sotto gli occhi di tutti e il commissario straordinario del Governo, alias il presidente della Regione, non ha fatto quello che avrebbe dovuto, per aprire i cantieri ed evitare un secondo disastro al prossimo scroscio di pioggia.
Si dirà che questo non è avvenuto per impedimenti e cavilli burocratici, sia della stessa Regione che dei ministeri romani, ma l’attività di una Regione dev’essere concentrata a superare ogni ostacolo, affinché le opere di bonifica possano iniziare rapidamente.
Se Giampilieri piange, L’Aquila non ride. Anche lì, a distanza di due anni dal sisma, il centro storico è chiuso e transennato e le opere di ristrutturazione sono al palo. Al disastro ambientale si aggiunge il disastro comportamentale dei cosiddetti responsabili istituzionali.
 
Chi viene eletto ai vertici di Regioni e Comuni dovrebbe essere persona seria, professionale, onesta e capace. E, ribadiamo ancora, aver letto almeno mille libri. Pochi sono quei sindaci degli 8.089 Comuni che possiedono questi requisiti e pochi sono i presidenti di Regione che hanno altrettanti requisiti. Tuttavia vi sono. Va dato atto alle Regioni (Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo, Campania, Calabria, Sicilia) che hanno deciso di troncare di netto i vitalizi ai propri consiglieri. Le altre 14 Regioni promettono di farlo ma sono intenzioni, non norme di legge.
È proprio il cincischiamento, il promettere e non fare e lo stallo il peggiore comportamento che colpisce i cittadini, soprattutto quelli più deboli. Il che dimostra, deduttivamente, che i responsabili delle istituzioni regionali e locali non hanno i requisiti prima indicati, almeno nella maggior parte dei casi.
Non parliamo del Governo nazionale e dei suoi ministeri, ove si annidano corrotti e incapaci, persone dannose alla comunità.

Vi è un’altra questione che vogliamo sottolineare: quella dei terremoti. Essi non si possono prevedere in maniera precisa, tuttavia gli esperti fanno previsioni attendibili in un arco di tempo anche ampio. I Governi italiani, che si sono succeduti negli anni, hanno tentato due strade.
La prima riguarda la possibilità di agevolazioni fiscali per la ristrutturazione antisismica dei fabbricati. Ricordiamo che in Giappone, ove i terremoti sono a getto continuo, tutti gli immobili oscillano ma non crollano. E non ci sono morti e feriti. Qui da noi, appena la terra trema, cadono costruzioni e seppelliscono i cittadini.
L’altra strada riguarda l’obbligo di assicurare gli immobili contro i terremoti, di modo che in caso di disastro il relativo onere non ricada interamente a carico dello Stato.
I Governi non hanno preso né l’una né l’altra strada, né hanno ridotto all’osso le procedure necessarie alla ricostruzione e al relativo finanziamento pubblico e privato, per evitare che passino anni e anni senza che la macchina si possa mettere in moto. Bravi i politici: appuntamento al prossimo disastro.
Nov
08
2011
Com’è noto, la questione dell’evasione è il più importante dato contro cui tutto il popolo italiano si dovrebbe scagliare, perché mancano all’appello, per stima universale, 120 miliardi di imposte. Recuperandole, si potrebbe abbattere una quota del debito pubblico e, contemporaneamente, attivare lo sviluppo.
La leggenda metropolitana diceva che la maggiore evasione si trovasse al Sud, mentre recenti rapporti della Guardia di Finanza dicono che un’impresa su tre, nel Veneto, evade parzialmente o totalmente le imposte. Ovviamente, questo accade perché manca il controllo capillare dei cittadini e vi è un senso comune che fa apparire gli evasori come furbi.
Ma i furbi sono disonesti: nei Paesi anglosassoni gli evasori sono indicati al pubblico ludibrio, in quelli asiatici, addirittura, vengono posti ai margini della società. Da noi bisogna ribaltare il principio che chi non paga le tasse è furbo, dichiarandolo incivile e parassita perché, comunque, utilizza i servizi pubblici pagati con le tasse altrui.

Confindustria nazionale ha fatto una campagna per applicare il proprio Codice etico. Essa consiste nell’espellere le imprese in odore di mafia, quando sono riconosciute collaterali alle organizzazioni criminali.
È ormai pacifico che le mafie sono in tutte le regioni d’Italia, con prevalenza in quelle ove si genera maggiore ricchezza. Tuttavia, bisogna riconoscere che nelle tre regioni del Sud (Sicilia, Calabria e Campania), l’organizzazione criminale è più radicata.
Ed ecco che Confindustria Sicilia, presieduta da Ivan Lo Bello, ha applicato ancora una volta il Codice etico, procedendo all’espulsione di propri associati vicini alla mafia. Plauso a Confindustria, non altrettanto si può dire di altre organizzazioni datoriali che non hanno o non applicano il Codice etico per l’espulsione delle imprese mafiose. Saremmo lieti di ospitare smentita su quanto scriviamo.
L’evasione non può essere estirpata in maniera radicale se non si adotta la trasparenza completa, secondo cui ogni cittadino deve essere in condizione di conoscere il reddito complessivo del suo vicino di casa attingendo al sito internet appositamente creato nel Comune di appartenenza. E questo non è stato ancora realizzato.
 
Se non vi è un controllo capillare, cittadino per cittadino, è difficile che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza possano andare a scoprire con tempestività i furbetti e i disonesti che non pagano le tasse.
In questo versante, né Confindustria né altre organizzazioni del commercio, dell’artigianato, dell’agricoltura, hanno attivato alcun deterrente. è deprecabile il silenzio sull’evasione tributaria, contributiva e previdenziale, perché non viene dato un segnale forte e chiaro che è cambiato il vento e che, date le ristrettezze finanziarie dei bilanci pubblici, proprio tutti i cittadini devono pagare le imposte.
Solo chi paga tutte le imposte ha diritto di chiamarsi cittadino. Quelli che vegetano nel sottobosco, invece, sono dei minus habens che speculano su rendite di posizione, violando i principi di uguaglianza e di progressività tributaria previsti dagli articoli 3 e 53 della Costituzione.

Sarebbe opportuno che Confindustria aggiungesse nel proprio Codice etico una norma che preveda l’espulsione dei propri associati che evadono le imposte, almeno al di sopra di una certa soglia.
Sarebbe altrettanto opportuno che la famigerata norma dell’ultima finanziaria (art. 1, comma 12 ter, lettera e, della L. 148 /11) venisse emendata per trasformare gli elenchi dei contribuenti, da pubblicare sui siti dei Comuni, da forma aggregata in forma individuale.
Abbiamo inoltre segnalato l’opportunità che nella nuova Carta d’identità elettronica (Cie) oltre ai dati anagrafici e quelli sanitari vengano inseriti i dati tributari e previdenziali, cioè relativi al reddito degli ultimi tre anni e ai contributi dell’ultimo triennio.
Queste riforme possono essere fatte senza alcun costo per lo Stato, ma avrebbero il vantaggio di educare i cittadini a confrontare il reddito del proprio vicino di casa con il suo tenore di vita e segnalare le eventuali anomalie al 117 della Guardia di Finanza. Non si tratta di delazione, ma di una normale azione civica di chi vede che un passante getta sul marciapiede la carta e gli dice di raccoglierla e di metterla nell’apposito cestino pubblico.
Nov
05
2011
Quando ci sono crisi, catastrofi e grossi problemi, i soggetti più deboli e quelli mediocri vengono travolti. è una legge naturale, secondo la quale i più forti e i più bravi resistono e sopravvivono, anzi incrementano i loro spazi lasciati liberi dagli altri che se ne sono andati.

Quando la Natura viene aggredita reagisce contro gli aggressori. Le epidemie non nascono per caso e neanche le guerre. In entrambi i casi, muoiono migliaia o milioni di persone e si fa spazio. è inutile prendersela con le imperscrutabili regole della Natura stessa.

Quanto precede, per ricordare che  il 31 ottobre è nato il settemiliardesimo abitante del pianeta. Siamo veramente tanti, per cui bisognerà inventarsi nuovi modi per produrre più alimenti e più energia verde. Bisognerà inoltre che i Paesi sottosviluppati limitino le nascite, come peraltro stanno facendo i Paesi emergenti, tra cui Cina e India.


Le crisi fanno parte dell’andamento della vita umana e delle aggregazioni di persone. Quella che si è abbattuta sul mondo occidentale nel 2008, seconda per importanza dopo quella del 1929, è stata causata dall’incapacità dei governi occidentali di imporre serie regole al settore finanziario, nel quale l’arbitrio di  speculatori e banchieri ha innescato il disastro che stiamo subendo.

L’Unione europea monetaria ha preso seri provvedimenti nei confronti dei propri diciassette partner, costringendoli a rientrare nei parametri del trattato di Maastricht, tra cui: non oltre il 3% di disavanzo annuale e non oltre il 60% del Pil sul debito pubblico. La ferrea stretta è stata la condizione perché la Bce acquistasse titoli del debito sovrano delle nazioni più traballanti (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia). Nel nostro Paese la stretta si è trasformata in tagli della spesa pubblica nazionale e di quella di Regioni ed Enti locali.

Seguendo la filiera, siamo arrivati alla nostra Isola. Qui Governo e Assemblea regionale sono messi con le spalle al muro. Ma fanno i sordi, perché non procedono con immediatezza a tagliare il 50% del costo della politica, a cominciare dall’abrogazione della L.r. 44/65 che parifica l’Ars al Senato e i relativi vitalizi.
 
I tagli dovrebbero proseguire allineando il contratto dei dipendenti regionali a quello dei dipendenti delle altre Regioni. Un intervento di equità sarebbe quello di istituire un contributo di solidarietà sui pensionati della Regione, pari alla differenza tra il loro assegno e quello dei pari grado delle altre Regioni.
Ulteriore taglio della spesa pubblica riguarda il numero dei dipendenti di Regione ed Enti locali, che non può essere superiore a quello delle Regioni del Nord, paragonandolo al numero degli abitanti. Per esempio: tremila in Lombardia per dieci milioni di abitanti, ventunomila in Sicilia per cinque milioni di residenti.
Altrettanto risparmio scaturirebbe dalla trasformazione delle attuali Province regionali in Province consortili o Consorzi di Comuni.
 
Abbiamo fatto un succinto elenco di risparmi per fare emergere con chiarezza grandi risorse che servirebbero per co-finanziare i progetti alimentati dai fondi Ue.
L’assessore regionale all’Economia, Armao, sostiene che i vincoli del Patto di stabilità limitano il co-finanziamento dei progetti. È vero se egli non procede a fare i tagli prima elencati. è falso se, invece, procede come il buon padre di famiglia nella linea da noi indicata.
La domanda è: Armao e il Governo di cui fa parte è riformista o conservatore? Vuole mantenere i privilegi esistenti o vuole tagliarli, per distribuire risorse ai siciliani mediante l’apertura dei cantieri?
Siamo al punto di svolta. è incomprensibile che si appostino in bilancio nove miliardi e mezzo quale differenziale tra tutte le entrate accertate e tutte le spese impegnate. Il che, tradotto dal burocratese, significa che vi sono progetti per altrettanta somma, incagliati da una burocrazia malsana e corrotta e dalla mancanza di doverosa vigilanza degli assessori.
Tutti costoro dovranno rendere conto ai siciliani, a meno che la Regione nel suo complesso non dia un colpo d’ala e intraprenda la strada virtuosa della sana amministrazione e dello sviluppo.
Nov
04
2011
Con molta fatica, il complesso di leggi, decreti e norme di attuazione sul federalismo comincia a prendere corpo. Si tratta della più grande operazione di responsabilizzazione che sia mai stata fatta in questo dopoguerra e di cui va dato atto a questa maggioranza e, in primis, alla Lega.
La responsabilizzazione consiste nel fatto che, attuando totalmente questa riforma, gli amministratori di Regioni ed Enti locali saranno costretti ad imboccare una strada virtuosa che consenta di spendere il minimo delle risorse pubbliche, prelevate dalle tasche dei cittadini, per ottenere la massima quantità e la massima qualità dei servizi pubblici.
Questo è l’obiettivo della riforma: ottenere in tutte le Regioni e in tutti i Comuni il miglior rapporto tra spese e servizi. Perché ciò avvenga, è necessario che gli amministratori di livello regionale e locale siano preparati, professionalizzati e competenti. Soprattutto, siano onesti. L’assenza delle suddette qualità in moltissimi amministratori finirà con l’emarginarli.  

Il punto nodale portato dall’art. 22 della L. 42/09 riguarda la perequazione infrastrutturale. Vale a dire che tutte le regioni d’Italia dovranno essere adeguate a un tasso d’infrastrutture medio che prescinda dalla regola del pollo di Trilussa. Non è più possibile accettare che vi siano “tot” chilometri di strada ferrata per abitante in Lombardia e un quarto in Sicilia. Lo stesso dicasi per tutte le altre infrastrutture indispensabili al movimento di persone e merci ed alla relativa logistica che assiste tale movimento.
Prima dell’Unione del 1861, il tasso d’infrastrutture nel Sud era un po’ superiore a quello del Nord, oggi è quattro volte inferiore. In questa differenza non vi è alcun elemento di bravura, ma di potere. Infatti, si è trattato di destinare molte più risorse al Nord che al Sud, senza tener conto che ambedue le parti del Paese avevano le stesse esigenze.
Una politica iniqua di distribuzione delle risorse pubbliche che ha finito per avvantaggiare fortemente le regioni settentrionali che hanno avuto una leva formidabile nella mobilità che le ha aiutate a crescere piu rapidamente. Con ciò agendo, la questione meridionale è diventata sempre più tragica.
 
Quando ci riferiamo alla responsabilizzazione degli amministratori regionali e locali, ci riferiamo a quelli del Sud. Ma anche a tutti i parlamentari che hanno sostenuto maggioranze di Centrodestra e Centrosinistra, senza mai intervenire adeguatamente per indirizzare le scelte dei diversi governi in modo equo e cioè con la equa distribuzione delle risorse pubbliche per la costruzione d’infrastrutture.
In questo periodo di crisi nera, mal pilotata dal Governo, non si è visto un cambio di rotta, per cui il Cipe continua a bloccare i finanziamenti per il Sud e non s’intravede l’accorciamento della forbice tra infrastrutture del Sud e quella del Nord. è ormai noto a tutti che l’Italia non cresce se non si sviluppa più rapidamente il Sud e perché ciò avvenga è necessario aprire i cantieri, per rendere tutto il territorio appetibile come lo è quello del Nord.
Sia ben chiaro che le sole infrastrutture non sono bastevoli a promuovere lo sviluppo. Occorrono altre misure fra cui la più importante è la semplificazione delle procedure amministrative con tempi assolutamente certi per il rilascio di concessioni e autorizzazioni e, per quanto concerne le controversie, corsie preferenziali nei tribunali amministrativi di primo e secondo grado in modo da eliminare le cause pretestuose.

Nelle elezioni del 1994, Forza Italia ottenne in Sicilia 61 parlamentari a zero. Ci siamo chiesti in tutti questi anni cosa avessero fatto per la Sicilia i suddetti 61 parlamentari. Ma il discorso si può estendere ai parlamentari e ai senatori siciliani delle successive legislature.
Le responsabilità del ceto politico meridionale sono infinite e non basterebbe un libro per elencarle. Ma ce n’è una che le riassume tutte: non hanno avuto l’onestà e il decoro di compiere per intero il proprio dovere lasciando agli altri la facoltà di dilagare senza freni.
Vi è un’altra grave responsabilità da sottolineare: avere selezionato un personale politico mediamente scadente e incolto che non poteva capire come l’interesse generale dovesse sempre prevalere sugli egoismi.
Nov
03
2011
Prendiamo una famiglia, nella quale il padre e la madre lavorando procurano le risorse finanziarie necessarie al buon andamento della stessa. Per un errore di educazione,  quattro figli, che hanno sempre vissuto nel benessere, spendono più di quanto i genitori incassano.
Accortisi dello squilibrio, i genitori decidono di tagliare le spese fra cui quelle dei figli. I quali non solo dovranno rinunziare al superfluo, ma anche ad altro non più compatibile col bilancio.
Se i genitori facessero un referendum fra gli stessi figli sul taglio delle spese essi sarebbero favorevoli o contrari? Verosimilmente contrari. La stessa mossa ha fatto George Papandreou, annunciando il referendum per sottoporre la politica dei tagli a coloro che sono colpiti dai tagli medesimi. Come chiedere se al tacchino piace il Natale.
La questione non ha alcuna logica politica e sociale, vi sono altre questioni dietro.  

Innanzitutto, secondo la legislazione greca, il referendum non può essere proposto dal presidente del Consiglio, bensì dal Governo, cosa che non è avvenuta. Poi, deve seguire una procedura non breve per arrivare alla consultazione. Ma in un periodo di alcuni mesi la Grecia cadrebbe nel precipizio, andando in default e uscendo dall’euro con conseguenze disastrose.
La strada del referendum è verosimilmente sbarrata per cui si deve supporre che Papandreou abbia contato sull’effetto annuncio, con un’azzardata mossa di poker per fare pressione (o ricatto) sull’Unione europea. Perchè pressione? Per ottenere i prestiti necessari al salvataggio della nazione ellenica, senza che il Governo e il Parlamento siano costretti ad ulteriori sanguinosi tagli della spesa pubblica.
Vi è anche una questione interna alla Grecia e cioè che la maggioranza perde pezzi e forse non è più maggioranza. Un Papandreou debole di fatto ha bisogno dell’appoggio dell’Ue, ma non può ottenerlo se non fa ulteriori tagli. Sembra un circolo vizioso senza uscita. Ma la soluzione verrà trovata oggi stesso, giovedi, nella riunione del G 20.
Non è in gioco la sopravvivenza della Grecia nè la crisi dell’Italia, bensì l’Unione monetaria.
 
In questo quadro, l’Italia non è in cattive condizioni. Ha un risparmio elevato, la disoccupazione media nazionale migliore di quella di Germania e Francia, il Pil in leggera crescita, ma non in decrescita, le imprese che incrementano l’esportazione, i consumi stabili anche se non crescono. Cos’è che non va? Quel mostro del debito pubblico, cumulato da governi, che si costituivano dopo le elezioni col maledetto sistema elettorale proporzionale, per cui i cittadini non decidevano mai prima chi dovesse governarli. Tuttavia, in questi diciassette anni di sistema elettorale maggioritario, il debito pubblico si è incrementato ancora.
Con l’ultima versione del Patto di stabilità (25 marzo 2011), la questione dell’aumento del debito sovrano si è chiusa perchè i mercati e gli speculatori hanno capito che potevano guadagnare molto, sfruttando questa situazione.

Berlusconi ha continuato a sottovalutare la gravità della situazione e a rinviare le riforme richieste nella lettera della Bce del 5 agosto 2011. Anche lui, come Papandreou, ha scherzato col fuoco ed ora rischia di restarne bruciato.
Per fortuna, il capo dello Stato, con la sua autorevolezza morale, sta costringendo lo stesso Cavaliere, il riottoso Bossi e la parte riformista dell’opposizione, a convergere sulle immediate misure che blocchino la speculazione. In questo tragico momento non importa chi faccia il proprio dovere. Importa che lo si faccia.
È insulso continuare a chiedere le dimissioni di Berlusconi quando il Parlamento deve votare a giro di posta la trasformazione degli impegni calendarizzati dal Governo e che vanno anticipati oggi e non domani.
Berlusconi è alla stretta finale: prendere o lasciare. Se prende, dovrà approvare la più grande serie di riforme del dopoguerra. Se lascia, passerà allla storia come uno gnomo che sa raccontare barzellette, tutta apparenza e niente sostanza. Papandreou e Berlusconi: due personaggi che la storia ci dirà di che pasta siano fatti.
Nov
01
2011
Steve Jobs se n’è andato, ma la sua presenza e il suo esempio rimarranno per lungo tempo. Per fortuna, l’umanità sforna talenti a getto continuo: gente normale che vede scenari che altri non vedono e hanno in loro stessi il fuoco sacro per farli diventare realtà.
Vi sono personaggi che realizzano progetti con facilità, anche se difficilissimi e pieni di ostacoli, eppure hanno dentro la voglia di fare che li spinge, li stimola, non fa sentire loro fatica, presi dall’obiettivo che intendono raggiungere a tutti i costi, non facendosi coinvolgere dalle questioni di minore rilievo.
Sergio Marchionne è uno di questi e sta dimostrando l’inverso di quello che voleva dimostrare l’avvocato Gianni Agnelli quando affermava che ciò che sta bene per la Fiat sta bene per l’Italia, identificando la fabbrica torinese con il Paese. Per Marchionne, l’Italia è un Paese come tanti altri ove fare business. Gli importa poco perderne una parte, tanto gli sviluppi clamorosi che sta ottenendo in Usa, Brasile e Cina porteranno le due aziende operative a far guadagnare al gruppo 2,1 miliardi nel 2011.

Jeff Bezos (47 anni) ha fondato Amazon a Seattle, in Usa, con l’idea di trasformare il tablet in una porta d’ingresso ai servizi a pagamento sulla nuvola del web. Da un’idea è nato un business stimato in circa 13 miliardi di dollari raggiunto in appena 17 anni.
Brett Martin (28 anni) ha inventato Sonar, un’app che ha la missione di trovare le connessioni nascoste fra ciascuno di noi e le persone che ci circondano, per abbattere la solitudine.
Jonathan Ive, 44 anni, è il prosecutore dell’attività di Steve Jobs. Intende continuare la filosofia che consenta di dare forma e sostanza alle idee che il fondatore gli ha lasciato.
Andrew Mason ha 30 anni e ha fondato Groupon con lo scopo di condividere lo shopping fra sconosciuti, per ottenere massimi sconti e prezzi molto bassi. Ha 115 milioni di utenti e per sviluppare l’idea ottenne un milione di dollari dall’imprenditore Eric Lefkofsky. In 10 anni ha raggiunto il successo.
Henri Seydoux ha fondato la Parrot, un’azienda francese che vuole interagire e comandare con la voce gli apparecchi elettronici. Gestisce 250 ingegneri a Parigi ed è il futuro dell’interazione uomo-pc-tablet.
 
Jack Dorsey, 35 anni, ha fondalo la SquareUp (e Twitter) a San Francisco, con lo scopo di abolire il denaro contante utilizzando solo lo smartphone per effettuare pagamenti con la carta di credito. Dorsey ha intuito l’effetto sociale del suo strumento, che vuole eliminare totalmente i contanti.
Riccardo Signorelli, 32 anni, ha fondato a Boston la FastCap, con la quale produce una batteria che si può caricare istantaneamente per alimentare le macchine elettriche o ibride. L’uovo di colombo per la diffusione dell’auto a CO2 zero. Signorelli è un ingegnere di Bergamo, laureato al Politecnico di Milano e andato al Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston per un dottorato. Ha inventato la rivoluzionaria batteria che funziona in base a un principio fisico e non elettrochimico. Barack Obama gli ha fatto ricevere un finanziamento di 5,3 milioni di dollari cui si sono accodati altri 2 milioni da investitori privati.
Paul Wicks, 30 anni, ha fondato la PatientsLikeMe - un social network medico, una rete di pazienti con malattie croniche - per facilitare le cure grazie al supporto specifico. L’obiettivo è dare ai pazienti stessi il controllo del loro male, facilitando consulti in rete con gli specialisti.

Andy Rubin, 45 anni, ha fondato Google Android a Mountain View, in Usa. Un software che fa funzionare smartphone e tablet e che deve essere gratuito. Ex ingegnere della Apple, è diventato un pericoloso concorrente avendo inventato Android, una piattaforma molto competitiva contro l’Iphone di Apple. Google fattura oltre 24 miliardi di dollari l’anno.
Infine Jack Ma, 46 anni, ha fondato Alibaba a Hangzhou, in Cina, per rendere l’e-commerce made in Cina semplice e accessibile a livello internazionale. Il suo sito è un gigantesco bazar dove si trova ogni cosa pensabile, fabbricata in Cina, a prezzi concorrenziali e spedita in tutto il mondo: 56 milioni di utenti in 240 Paesi, 14 mila dipendenti e il tentativo di comprarsi Yahoo.
Questi giovani personaggi non hanno bisogno di commenti. Sono talenti, come tanti siciliani costretti a espatriare perché non compresi dalle istituzioni.

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